Disabilità: Dajana Gioffrè e come cambiano le discriminazioni quando si intrecciano

La disabilità viene spesso raccontata come una condizione a sé, separata dal resto dell’identità di una persona. Ma nella vita reale il genere, l’orientamento sessuale, l’origine, la situazione economica e il contesto sociale possono modificare profondamente il modo in cui una persona vive le proprie possibilità e incontra le proprie barriere.

È da questa prospettiva che Dajana Gioffrè, attivista ipovedente per i diritti delle persone con disabilità e advocacy manager di Accessiway, realtà che si occupa di accessibilità digitale, affronta con AlleyOop il tema dell’intersezionalità in occasione del Disability pride month. «L’intersezionalità ci insegna che, purtroppo, le discriminazioni non si sostituiscono tra loro ma si sommano», spiega Gioffrè. «Se sono una donna con disabilità, come nel mio caso, vivo le stesse difficoltà che affrontano molte altre donne, ma queste si amplificano perché si intrecciano con la mia condizione di disabilità, dando origine a esperienze e complessità specifiche».

Da anni parte del Disability pride network, Gioffrè porta nel dibattito pubblico una riflessione che supera l’idea di inclusione come semplice rimozione degli ostacoli. Perché occorre guardare chi la società coinvolge nella sua progettazione, e chi tiene invece ancora fuori. Perché alcune delle barriere più difficili da riconoscere non sono quelle che impediscono fisicamente l’accesso a un luogo, ma quelle che definiscono in anticipo chi viene immaginato come parte della collettività.

Il corpo invisibile delle donne con disabilità

L’intersezionalità diventa particolarmente evidente quando riguarda il corpo. Un corpo che, nel caso delle donne con disabilità, viene spesso collocato fuori dalle rappresentazioni tradizionali della femminilità. Non è quindi esposto, non è desiderato, non è riconosciuto pienamente nella sua dimensione affettiva e sessuale. È una contraddizione solo apparente. Se il corpo femminile è stato storicamente oggetto di controllo e giudizio, quello delle donne con disabilità viene spesso sottratto allo sguardo sociale. Viene semplicemente ignorato.

«Se una delle conseguenze del sessismo è l’oggettivazione del corpo femminile, nel caso delle donne con disabilità accade spesso il contrario: il nostro corpo viene invisibilizzato», racconta Gioffrè. «Si perde così non solo il riconoscimento della nostra femminilità, ma anche la possibilità di accettare e legittimare quel corpo». Questa invisibilità non riguarda soltanto il modo in cui le donne con disabilità vengono rappresentate, ma può incidere anche sull’accesso ai diritti fondamentali, compresi quelli legati alla salute.

Gioffrè porta un esempio personale: «Sono molte le testimonianze di donne con disabilità che raccontano di non essersi sentite riconosciute come donne anche nei contesti sanitari. È successo anche a me: in pronto soccorso non mi è stato chiesto se fossi in stato di gravidanza, nonostante sia una domanda prevista dalla procedura prima della somministrazione di determinati farmaci». Un episodio che, al di là del singolo caso, rivela l’idea che la disabilità renda meno probabile, o addirittura impensabile, una vita sessuale e familiare. La stessa dinamica emerge quando alla disabilità si intrecciano orientamento sessuale e identità di genere. Se la società continua spesso a rappresentare le persone con disabilità come prive di una dimensione sessuale, l’appartenenza alla comunità Lgbtqia+ mette in crisi uno schema già rigido.

«Se la società tende già a considerare la persona con disabilità come asessuata, dichiarare un determinato orientamento sessuale o un’identità di genere genera spesso sorpresa o confusione», spiega Gioffrè. «È come se, nell’immaginario collettivo, questi due aspetti non potessero coesistere». Il problema, secondo l’attivista, non riguarda soltanto la rappresentazione, ma la capacità della società di riconoscere la pluralità delle esperienze. «Questa reazione non fa altro che confermare quanto siano ancora diffusi stereotipi e pregiudizi abilisti».

Oltre il racconto del supereroe e della vittima

Negli ultimi anni la voce delle persone con disabilità ha trovato nuovi spazi nel dibattito pubblico. I social media hanno avuto un ruolo significativo nel rendere visibili esperienze che per molto tempo sono rimaste ai margini, permettendo alle persone con disabilità di raccontarsi in prima persona e di trasformare episodi individuali in questioni collettive.

«I social media sono diventati, con tutti i loro limiti, delle piazze accessibili che permettono a persone diverse, comprese le persone con disabilità, di condividere le proprie esperienze e, soprattutto, di dare visibilità alle discriminazioni che vivono». Una trasformazione importante, che ha cambiato anche il modo in cui le discriminazioni vengono discusse. Una segnalazione oggi può raggiungere un pubblico ampio, generare confronto e mettere in discussione pratiche considerate normali. Ma la maggiore visibilità porta con sé anche un rischio: quello di fermarsi alla reazione al singolo episodio senza interrogare i meccanismi che lo hanno prodotto. «Il rovescio della medaglia è che si rischia di concentrarsi sulla reazione ai singoli episodi, invece di affrontare le cause strutturali delle discriminazioni».

Anche il modo in cui la disabilità viene raccontata nei media continua a essere condizionato da due immagini opposte e altrettanto limitanti: la persona vista come eccezionale perché supera ogni ostacolo e quella rappresentata esclusivamente attraverso la fragilità. «La rappresentazione della persona con disabilità oggi è ancora troppo spesso racchiusa in una dicotomia estrema: da una parte il “supereroe”, dall’altra la persona “sfortunata”, senza spazio per tutte le sfumature che esistono nel mezzo».

È questa polarizzazione che alimenta quello che viene definito inspiration porn: il ricorso alla disabilità come elemento motivazionale per chi non la vive direttamente. «Il messaggio implicito è: “Se ce l’ha fatta una persona con disabilità, allora posso farcela anch’io”. Una narrazione che, però, cancella completamente l’unicità della persona, la sua storia, il contesto in cui vive, le opportunità che ha avuto e gli ostacoli che ha dovuto affrontare». Il rischio è che anche una narrazione apparentemente positiva finisca per spostare l’attenzione dalla persona alla sua capacità di superare un limite. La disabilità diventa così ancora una volta il centro della storia, invece di essere una delle molte dimensioni che compongono una vita. «Raccontare la disabilità è importante, ma è altrettanto importante farlo senza ridurla a uno strumento di ispirazione o di compassione».

L’accessibilità non è una certificazione: è una questione di partecipazione

Se la rappresentazione determina il modo in cui guardiamo alla disabilità, l’accessibilità determina il modo in cui le persone possono concretamente partecipare alla vita sociale. D’altronde non basta riconoscere l’esistenza di una differenza, bisogna costruire contesti capaci di accoglierla. È un tema che Dajana Gioffrè conosce da vicino anche attraverso il suo lavoro come advocacy manager di Accessiway. Negli ultimi anni l’attenzione delle organizzazioni verso i temi della diversity, equità e inclusione è cresciuta, così come il ricorso a strumenti di valutazione, certificazioni e indicatori.

Un cambiamento positivo, secondo Gioffrè, ma che porta con sé il rischio di confondere il rispetto di alcuni requisiti con la realizzazione di un ambiente realmente inclusivo. «Oggi vediamo sempre più certificazioni orientarsi verso i temi della diversity, equityinclusion, accompagnate da checklist e sistemi di valutazione, e l’accessibilità digitale non fa eccezione», spiega. «Non considero questo approccio del tutto sbagliato, perché offre un metodo per affrontare un tema che è estremamente complesso».

Il punto, però, è ciò che accade dopo la verifica formale. «Stiamo parlando di persone e di come la società le accoglie, le coinvolge e le tratta. Per questo non è possibile limitarsi a una valutazione puramente quantitativa, soprattutto se l’obiettivo è migliorare il rispetto, la partecipazione e la qualità della vita delle persone, e non semplicemente raggiungere la conformità normativa o ottenere una certificazione da esibire». La differenza è sostanziale. Un sito può rispettare determinati parametri tecnici e continuare a offrire un’esperienza difficile o incompleta. Un servizio può essere formalmente disponibile e, allo stesso tempo, risultare poco accessibile per chi dovrebbe utilizzarlo. Un’organizzazione può dichiararsi inclusiva senza aver ancora modificato quelle pratiche quotidiane che producono esclusione.

Per questo, secondo Gioffrè, gli indicatori quantitativi devono essere accompagnati dalla capacità di ascoltare l’esperienza concreta delle persone. «Credo sia fondamentale affiancare agli indicatori quantitativi una valutazione della qualità dell’esperienza vissuta, che si tratti del mondo del lavoro, della scuola, dei servizi o dei luoghi della cultura». L’accessibilità, quindi, non è soltanto una caratteristica tecnica di un prodotto o di un ambiente. È una condizione che permette alle persone di esercitare pienamente i propri diritti.

Non serve soltanto dare voce: bisogna imparare ad ascoltare

Nel linguaggio pubblico si parla spesso della necessità di “dare voce” alle persone con disabilità. Il nodo è se quella voce sia stata realmente ascoltata. «Penso che siano entrambe le cose», osserva Gioffrè. «Se c’è una lezione che ho imparato da quando vivo senza vedere nulla, è che le persone, in generale, sono incuriosite dalla disabilità, ma non vorrebbero mai trovarsi a viverla».

È proprio questa distanza, secondo l’attivista, a creare una separazione tra chi vive una condizione di disabilità e chi ascolta le sue rivendicazioni. «Le richieste delle persone con disabilità riguardano diritti molto semplici: accessibilità, uguaglianza, partecipazione, pieno esercizio dei diritti. Il problema è che, proprio a causa di questa distanza, tali rivendicazioni finiscono spesso per essere percepite come richieste particolari, anziché come diritti universali». Questa difficoltà nel riconoscere la dimensione collettiva del tema emerge anche dal rapporto tra norme e applicazione concreta. La legge italiana prevede da anni obblighi specifici sull’accessibilità digitale della pubblica amministrazione, eppure ancora oggi molti siti, documenti e strumenti online presentano barriere che impediscono una piena fruizione. Lo stesso vale per i Peba, i piani per l’eliminazione delle barriere architettoniche, previsti dalla normativa ma non ancora adottati in modo uniforme dai comuni.

Per Gioffrè, il problema non è quindi soltanto tecnico o normativo. È culturale. «Credo che una parte di questa delegittimazione derivi anche da un atteggiamento paternalistico, che tende a considerare le persone con disabilità come soggetti da proteggere più che come cittadini titolari di diritti». Una prospettiva che cambia completamente il modo di affrontare il tema. Se la disabilità viene letta come una condizione individuale da compensare, l’inclusione diventa un gesto di attenzione verso qualcuno considerato diverso. Se invece viene riconosciuta come una questione di cittadinanza, allora riguarda il funzionamento stesso della società.

La disability justice e la sfida di costruire una società interdipendente

Negli ultimi anni il movimento per i diritti delle persone con disabilità ha ampliato il proprio sguardo, mettendo in discussione un’idea molto radicata nella cultura contemporanea secondo cui autonomia, indipendenza e performance siano gli unici parametri con cui misurare il valore delle persone. È in questo spazio che si inserisce il concetto di disability justice, un approccio che non guarda soltanto all’eliminazione delle barriere, ma anche al modo in cui le comunità si prendono cura dei propri membri e riconoscono la propria interdipendenza. Per Dajana Gioffrè è un passaggio fondamentale, perché riguarda una condizione che non è esclusiva delle persone con disabilità.

«Credo che siamo tutti parte di una comunità e che molte delle soluzioni pensate per rispondere ai bisogni delle persone con disabilità, all’interno di un determinato contesto, possano rivelarsi utili anche a chi non si considera una persona con disabilità». La prospettiva della disability justice mette quindi in discussione l’idea che esista un individuo completamente autonomo, separato dagli altri. La vita quotidiana è fatta di relazioni, infrastrutture, servizi e forme di sostegno reciproco. La disabilità rende semplicemente più evidente una condizione che, in realtà, riguarda tutti.

«Il concetto di cura e il confronto continuo aprono un dibattito importante: quello di mettere in discussione pratiche consolidate che, talvolta, finiscono per essere escludenti nei confronti di alcune persone, non necessariamente con una disabilità». È anche per questo che, secondo Gioffrè, il movimento per i diritti delle persone con disabilità deve continuare a costruire alleanze con altri movimenti: dal femminismo alle realtà Lgbtqia+, fino a chi si occupa di disuguaglianze sociali.

Le alleanze tra movimenti come spazio di cambiamento

La collaborazione tra diverse battaglie per i diritti non è sempre stata scontata. Per molto tempo le lotte sono rimaste separate, ciascuna concentrata sulla propria specifica esperienza di marginalizzazione. Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato. «Credo, anche sulla base della mia esperienza all’interno del Disability pride network, che questo tipo di alleanza stia crescendo in modo positivo», racconta Gioffrè. Un esempio riguarda il lavoro con associazioni e movimenti femministi per rendere assemblee ed eventi realmente accessibili, considerando esigenze diverse e spesso trascurate.

«Oggi queste collaborazioni sono ancora distribuite a macchia di leopardo, ma negli ultimi due anni ho visto nascere sempre più movimenti che sentono l’esigenza di interrogarsi sul proprio abilismo e di decostruirlo». La questione dell’abilismo, cioè l’insieme di pregiudizi e pratiche che producono svantaggio nei confronti delle persone con disabilità, diventa così un terreno comune di confronto. Non perché tutte le discriminazioni siano uguali, ma perché molte condividono una stessa dinamica: la definizione di un modello di normalità dal quale alcune persone vengono escluse. Gioffrè racconta anche le difficoltà incontrate in passato nella partecipazione ad alcuni spazi di mobilitazione, come i cortei contro la violenza di genere. Ma proprio attraverso il confronto tra attiviste e movimenti diversi è stato possibile aprire un dialogo e modificare pratiche consolidate. «I linguaggi condivisi e le lotte comuni hanno una forza straordinaria: quando ci si sostiene reciprocamente, ci si rende conto che le rivendicazioni sono molto più vicine e intrecciate di quanto possa sembrare».

La co-progettazione come punto di partenza

Se c’è un elemento che attraversa tutta la riflessione di Gioffrè è l’idea che nessuna soluzione possa essere efficace senza il coinvolgimento diretto delle persone che vivono quotidianamente determinate barriere. Per aziende, istituzioni e media, la scelta più concreta da compiere non riguarda soltanto nuove dichiarazioni di principio, ma un cambio di metodo: progettare insieme alle persone coinvolte.

«Lavorare sull’abbattimento delle barriere architettoniche, digitali e culturali, progettando le soluzioni insieme alle persone che quelle barriere le vivono ogni giorno. La co-progettazione con i diretti portatori di interesse è fondamentale per costruire interventi realmente efficaci». È un principio che riguarda anche il lavoro di Accessiway, dove gli esperti e le esperte di accessibilità includono persone con disabilità. «L’esperienza diretta consente di individuare criticità e soluzioni che difficilmente emergerebbero altrimenti».

La questione, secondo Gioffrè, è che spesso si cerca di parlare di inclusione prima ancora di aver creato le condizioni perché questa possa esistere. «Oggi si parla molto di inclusione, ma credo che l’inclusione non possa esistere senza accessibilità. Prima bisogna rendere accessibili i contesti, gli strumenti e i servizi. Solo allora si può parlare davvero di inclusione».

Dopo il Disability pride resta una domanda

Il rischio di ogni ricorrenza dedicata ai diritti è quello di trasformarsi in un momento isolato: un’occasione di attenzione che si esaurisce quando il calendario cambia pagina. Per Gioffrè, invece, il valore del Disability pride month sta nella domanda che lascia aperta. Non una domanda astratta, ma una pratica quotidiana: quanto le nostre decisioni tengono davvero conto delle persone che potrebbero essere escluse?

«Quanto sto pensando, agendo e prendendo decisioni in modo accessibile? Quante delle pratiche, delle idee e delle scelte che porto avanti tengono davvero conto delle esigenze di tutte le persone?». Sono interrogativi complessi, perché le esigenze delle persone non sono uniformi e non esiste una soluzione unica capace di rispondere a ogni differenza. Ma è proprio questa complessità, secondo Gioffrè, a rendere necessario un cambio di prospettiva. L’accessibilità non può essere considerata un elemento aggiuntivo, una concessione o un intervento destinato a una minoranza.

È una misura del modo in cui una società sceglie di organizzarsi.

E forse la domanda più importante che il Disability Pride Month lascia non riguarda soltanto le persone con disabilità, ma tutti: chi stiamo ancora lasciando fuori quando immaginiamo il mondo in cui viviamo?

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