Albania, la lotta per la tutela del fiume Vjosa è diventata una battaglia per la democrazia

Foto Rajmond Kola

La difesa di uno degli ultimi grandi fiumi selvaggi d’Europa si è trasformata in una battaglia per la democrazia in Albania, che nelle ultime settimane ha portato in piazza migliaia di persone. In particolare, giovani e donne che sono diventati protagonisti nella così detta “Rivoluzione dei fenicotteri”, la più grande ondata di manifestazioni del Paese degli ultimi trent’anni. La scintilla è il Vjosa. Diventato nel 2023 come primo Parco Nazionale fluviale selvaggio d’Europa – grazie agli impegni siglati l’anno prima dal governo di Tirana con l’azienda Patagonia, l’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) e a diverse ONG ambientaliste –, oggi questo corso d’acqua è al centro di diversi massicci progetti di sviluppo infrastrutturale e turistico nella zona costiera del delta. Tra tutti, il nuovo aeroporto internazionale di Valona (Vlora) e il progetto di un mega-resort di lusso nella vicina laguna di Narta, cofinanziato da Jared Kushner, il genero del presidente Usa Donald Trump.

Questi piani erano già nell’aria da un paio di anni, ma ad aprile sono partiti ufficialmente i lavori. «Vedere comparire da un giorno all’altro recinzioni e macchinari che stavano già danneggiando le dune di sabbia e il resto dell’area è stato uno shock», racconta Besjana Guri, attivista ambientale e fondatrice della Ong LUMI. L’indignazione e la preoccupazione per «l’impatto devastante» di questi progetti per «cementificare un habitat naturale» hanno dato vita, lo scorso maggio, a una delle maggiori mobilitazioni nella storia recente dell’Albania, che ha raccolto sostegno anche all’estero. In poco tempo però «la rivoluzione dei fenicotteri è diventata qualcosa di più grande – spiega Guri – con giovani, donne e cittadini di ogni età che, oltre alla tutela delle risorse naturali, chiedono le dimissioni del premier Edi Rama e un cambiamento dell’intero regime politico».

Una lunga lotta

Le lotte per preservare il Vjosa non sono iniziate da qualche mese, ma proseguono da anni. Guri si è avvicinata allo studio di questo ecosistema nel 2014. «All’inizio si trattava solo di un lavoro» nell’ambito dell’iniziativa promossa da Riverwatch ed EuroNatur per valutare lo stato dei fiumi balcanici. Ben presto però si è trasformato «in una delle parti più importanti della mia vita». Il fiume, insieme al suo delta e alla zona umida di Narta, rappresenta infatti «un ecosistema di straordinario valore, capace di ospitare una biodiversità unica, le comunità locali e processi naturali ormai scomparsi nella maggior parte dei fiumi europei», afferma Aleksander Trajce, direttore esecutivo di PPNEA  . Scorre libero per oltre 400 km dai monti della Grecia fino al mare Adriatico. E ospita una diversità straordinaria di habitat rari per il Mediterraneo e oltre 2.000 specie, tra animali e vegetali, di cui molte a rischio di estinzione.  La laguna ospita, per esempio, i pellicani e i fenicotteri, che sono diventati il simbolo della battaglia albanese per la tutela della natura.

Oltre la biodiversità

«La sua importanza va però oltre la biodiversità», aggiunge Viktor Berishaj, Senior Policy Officer di EuroNatur. Fiumi e zone umide in salute «regolano le piene, ricaricano le falde acquifere, sostengono la pesca, immagazzinano il carbonio e sostengono le economie locali». Insomma, «rappresentano un’infrastruttura naturale il cui valore spesso diventa visibile solo dopo essere stato compromesso».

Per questo negli ultimi tredici anni le organizzazioni ambientaliste e la società civile si sono battute per evitare la costruzione di alcune dighe e progetti idroelettrici tra il corso d’acqua e gli affluenti che avrebbero irreversibilmente danneggiato l’area. A questa prima vittoria nel 2023 si è aggiunta l’istituzione del Parco Nazionale del Fiume Selvaggio Vjosa, un traguardo storico per l’Albania, anche se «resta ancora molto da fare per garantire una protezione realmente efficace» del fiume, secondo Aleksander Trajce.

Una tutela incompleta

Oggi il parco «versa in condizioni peggiori rispetto a due o tre anni fa», denuncia infatti Ulrich Eichelmann, direttore generale di Riverwatch. «Il governo e il ministero dell’Ambiente hanno completamente ignorato il piano di gestione e protezione del Vjosa e si sono concentrati solo sulla promozione turistica». Per fare qualche esempio, «non hanno posto limiti a dove i visitatori potessero andare» per non disturbare gli animali e «non hanno costruito un sistema fognario per non contaminare le acque». O ancora, «all’inizio c’erano poche società di rafting, oggi ce ne sono almeno una ventina», dice Eichelmann. «Hanno poi permesso la costruzione di una serie di canali di irrigazione che deviano la metà della portata del fiume» in favore delle coltivazioni intensive di fragole e frutti di bosco. Il neo più grande è stato però rendere la tutela del Vjosa incompleta.

Un pericoloso precedente

Il Delta non è infatti ancora parte del parco, nonostante le promesse del governo su una sua graduale inclusione. E nonostante il fatto che, come sottolinea Besjana Guri, si tratti di «una delle poche foci allo stato naturale del Mediterraneo». Quando Ulrich Eichelmann lo ha visitato per la prima volta, alcuni anni fa, la sua reazione è stata di estrema sorpresa: «”Wow – ho detto – è proprio come nei libri di ecologia del paesaggio”».

Per questo, «l’inclusione dell’intero Delta del Vjosa all’interno del Parco Nazionale deve diventare una priorità urgente – aggiunge anche Aleksander Trajce – Altrimenti il fiume continuerà a essere vulnerabile a progetti di sviluppo impattanti e ad altre pressioni ambientali». Infatti «gli attuali sviluppi previsti nell’area», in primis i piani per i nuovi resort turistici, secondo l’attivista, «sono una diretta conseguenza di questa esclusione» e, se andassero a buon fine, potrebbero creare un pericoloso precedente.

Diritti a rischio

È stato proprio questo che ha spinto gli albanesi a scendere in piazza. La volontà di «proteggere la propria terra non solo per se stessi, ma anche per le generazioni future», afferma Besjana Guri. La prima manifestazione si è tenuta a fine maggio. «Poi ne è seguita un’altra e un’altra ancora». fino a che la protesta non si è ingrandita ed è arrivata a Tirana. «Non avrei mai immaginato che potesse diventare un fenomeno di questa portata» e «la cosa più bella è che è un movimento civico completamente spontaneo».

I giovani «hanno superato l’apatia e la paura e lottano per il bene comune», racconta Guri. Marciano dalla piazza principale della città fino al palazzo del primo ministro per chiedere alla politica «volti nuovi e un modo diverso di governare». «All’improvviso la gente si è resa conto di poter fare la differenza», aggiunge Ulrich Eichelmann. «Ha iniziato a dire: “questo è troppo”» e a rendersi conto che «ci sono progetti di costruzione su tutta la costa e sulle montagne. Insomma, che la natura è a rischio» e con essa i loro diritti.

Donne protagoniste

A giocare un ruolo fondamentale in questa partita per l’ambiente sono state le donne, come racconta Besjana Guri, che nei suoi anni da attivista ha sperimentato quanto sia difficile, «quando sei una ragazza, ottenere credibilità e rispetto. Oppure essere presa sul serio e convincere le persone di ciò che dici».

Questo aspetto però sta cambiando anche grazie alla rivoluzione dei fenicotteri. «Noi donne spesso siamo più sensibili alle questioni ambientali e abbiamo un legame profondo di empatia con la natura – afferma l’attivista – e portiamo una prospettiva diversa» alla difesa del territorio. La «nostra partecipazione alle manifestazioni è cruciale – prosegue – perché contribuiamo a smorzare i toni e a mantenerle pacifiche», uno degli obiettivi principali del movimento che vuole perseguire il cambiamento «in maniera democratica». In più, insieme ai bambini, la presenza femminile rende le proteste più trasversali e «rappresentative».

Un’idea diversa di sviluppo

D’altra parte, dalla protezione del Vjosa passa anche una diversa idea di società. E punta su uno «sviluppo sostenibile per la popolazione, che riesca a preservare i sistemi naturali da cui, in ultima analisi, dipende la prosperità economica a lungo termine», afferma Viktor Berishaj. Questa è una visione condivisa anche a livello internazionale. In Europa il caso è diventato rilevante perché illustra una delle questioni centrali dell’allargamento dell’UE – dice l’esperto – ovvero come garantire che i Paesi candidati non solo recepiscano la legislazione ambientale europea, ma la applichino in modo coerente nella pratica». In più, la governance ambientale è diventata «un importante indicatore di credibilità istituzionale», come dimostrano le recenti proteste in Albania.

Perciò, il Vjosa è diventato «il simbolo di una scelta più ampia che i Balcani occidentali si trovano ad affrontare – dice Berishaj – se lo sviluppo e l’integrazione europea saranno costruiti su istituzioni forti, una governance trasparente e il rispetto della natura, o se le tutele ambientali saranno trattate come ostacoli anziché come fondamenta per una crescita sostenibile». Questo caso, secondo Aleksander Trajce, è diventato anche un’emblema della «consapevolezza ambientale e partecipazione civica» e dimostra «che comunità locali, ricercatori, attivisti e cittadini possono unirsi per proteggere un patrimonio naturale condiviso». E trasformare questa spinta in un moto per la democrazia. D’altra parte, scendendo in piazza per la natura, dice Besjana Guri, «i giovani albanesi hanno capito di volersi esporre per un Paese e una terra di cui essere fieri».

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