Gender pay gap: negoziare meglio o accontentarsi

Rispetto agli uomini, molte più donne accettano compensi inferiori rispetto al passato pur di tornare a lavorare. Anche perché trovare una posizione oggi sembra richiedere tempi sempre più lunghi.

A segnalarlo una recente indagine Glassdoor, secondo cui sono il dieci per cento in più le lavoratici che, rispetto ai lavoratori, si “accontentano” di stipendi ridotti in confronto a quelli percepiti in precedenti occupazioni. Dopo un licenziamento, il 63% di loro ha sentito la pressione di questa scelta. Tra gli occupati, ammette di aver provato la stessa sensazione solo il 52%.

Sempre stando alle ultime rilevazioni della società di ricerca di lavoro, poi, oltreoceano è cresciuta la quota dei disoccupati che sta cercando una nuova posizione da almeno sei mesi. In giugno erano il 27,3%. Un nuovo record nel periodo post pandemico. La recente indagine rileva, inoltre che in generale oggi i candidati appaiono meno propensi di un anno fa a rifiutare un’offerta.

Per quanto negli Stati Uniti, i numeri indicano una percentuale di licenziamenti vicina ai minimi storici, tagli importanti si stanno verificando in alcuni settori. Riduzioni interessano, su tutti per esempio, gli ambiti tecnologici, con numeri significativi registrati in società come Meta, Amazon e Microsoft.

A tutti questi fattori, oltreoceano nella prima metà 2026 si sta verificando anche un ulteriore ampliamento del pay gap di genere.

La forbice del gender pay gap che si allarga

L’allargamento del distacco tra quanto guadagnano le donne e gli uomini, non è nuovo. Le ultime indicazioni segnalano infatti il protrarsi di una tendenza visibile da almeno due anni: dal picco registrato nel 2022, quando le lavoratrici ricevevano 84 centesimi per ogni dollaro che entrava nelle tasche dei lavoratori, siamo scesi oggi a 81 centesimi per dollaro. Non un dato irrilevante, come segnala l’organizzazione LeanIn: «per la prima volta da quando vengono registrati i dati, la differenza negli stipendi è aumentata per due ani di fila».

Tra l’altro, si legge nelle più recenti rilevazioni della no-profit, questi sono i numeri registrati solo per le occupate a tempo pieno. «Se si includono tutte le lavoratrici – quindi i milioni di quanti lavorano part-time  o per una parte dell’anno – il gap si amplia a 76 centesimi per dollaro».

Evoluzione del gender pay gap, 2026. Fonte: Payscale

Il gender pay gap tra Usa e Europa

Per quanto mantenga uno sguardo più ampio della sola differenza numerica negli stipendi, anche Glassdoor, notando il persistere della disparità, segnalava i rischi in particolare per certi profili. «In un mercato del lavoro in fase di indebolimento, saranno i lavoratori più esposti a subire le conseguenze più pesanti e immediate». Cioè, insieme ai lavoratori neri e ispanici e a quelli con più di 41 anni, soprattutto le donne.

Se nei decenni è migliorata la situazione occupazionale per le lavoratrici americane, la sua evoluzione risulta lenta. Anzi, pure peggio: pigra – termine usato da Equal Pay Today. Secondo questa organizzazione impegnata nel colmare le differenze salariali di genere, al momento solo le occupate più giovani sembrano poter contare su compensi vicini a quelli dei coetanei. Nel 2024 infatti, le americane tra i 25 e i 34 con un lavoro, venivano pagate 95 centesimi per ogni dollaro di stipendio degli occupati nella stessa fascia di età.

A fronte di una situazione statunitense che sembra muoversi a passo rallentato – per quanto generalmente in un contesto occupazionale non stagnante -, nell’Unione europea in tema gender pay gap, gli occhi sono tutti puntati sulla  nuova direttiva per la trasparenza salariale. Imponendo una serie di obblighi per le grandi aziende degli Paesi membri, la norma comunitaria che si inserisce nell’ampio piano europeo per la parità tra uomo e donna, interviene proprio sul divario retributivo di genere*.

È sicuramente troppo presto per leggere gli effetti delle richieste della Direttiva e non è nemmeno questa la sede per affrontare le riflessioni e le preoccupazioni in merito. Ma tra i rischi identificati dagli esperti è utile accennare a una tendenza al momento difficile da controllare. E che, tra gli altri, è particolarmente presente anche in Italia.

Nel bel Paese rimane infatti annosa la questione della gestione dei superminimi ad personam, anche a fronte di contratti collettivi di base. Questione di cui aveva parlato sulle nostre pagine, l’avvocato Amedeo Rampolla in un’intervista rilasciataci appena qualche giorno dopo la deadline europea del 7 giugno.

I lavoratori europei ancora negoziano stipendi migliori

Ricordare questa tendenza, per quanto non esclusivamente italiana, permette di osservare meglio le pratiche (legittime) della contrattazione individuale. Su scala europea, le implicazioni di questa “abitudine”, è stata analizzata da un nuovo studio della Rockwool Foundation Berlin. Secondo le rilevazioni, gli occupati europei riuscirebbero ad assicurarsi retribuzioni più alte rispetto alle occupate. E riuscirebbero a farlo sfruttando come “leva” le proposte di lavoro esterne.

La ricerca “The Renegotiation Gap: Why Outside Job Opportunities Widen the Gender Wage Gap”**, pubblicato a metà luglio dall’istituto tedesco per l’economia e il futuro del lavoro, stima che le rinegoziazioni di stipendio giustificano metà del gender pay gap. Inoltre, notano dalla fondazione, per quanto la Direttiva appena entrata in vigore dovrebbe intervenire a livellare questa situazione, da sola potrebbe non arrivare a chiudere mai la forbice esistente nelle retribuzioni di uomini e donne.

A parità di posizione e nella stessa impresa, lo studio registra uno sbilanciamento dell’8% di stipendio in più a favore dei lavoratori. Differenza che sarebbe legata in particolare a un fenomeno: le opportunità di lavoro esterne, dicono gli studiosi dalla Rockwool Foundation Berlin, porterebbero a un aumento dei compensi percepiti dagli uomini. Gli stessi benefici non si verificherebbero, invece, per le donne. Nemmeno se queste si trovano in situazioni del tutto simili. E anche quando mostrano la stessa propensione dei colleghi a cambiare datore di lavoro.

Mettendola in altri termini, come riporta lo studio stesso, le lavoratrici cambierebbero azienda invece che usare offerte esterne per negoziare la loro posizione in meglio. Di contro, i lavoratori riuscirebbero più facilmente a ottenere un aumento senza, invece, andarsene.

Nel mondo, alcune buone notizie, ma ancora tanta lentezza

Che sia perché il sistema non ha ancora “assorbito” nel profondo le potenzialità dell’appiattire il gender pay gap (per farsi un’idea di quanto, basti pensare che secondo LeanIn, se in Usa le donne fossero pagate fairily, adeguatamente, si ridurrebbe della metà la povertà. E si aggiungerebbe all’economia nazionale l’equivalente del 6,3% del Pil).

O perché ancora in genere le donne non hanno opportunità parimenti efficaci di negoziazione di stipendi migliori nel loro posto di lavoro, nel 2026 il divario retributivo di genere persiste in tutto il mondo. E le lavoratrici ancora continuano a ricevere 77 centesimi per ogni dollaro che guadagnano gli uomini (dati Banca Mondiale 2024).

Se poi, secondo le rilevazioni del World Economic Forum, in alcune regioni il global gender gap è stato chiuso all’80%, la media su scala mondiale cresce lentissima. E resta oggi al 68,5%. Di questo passo ci vorranno 134 anni per raggiungere la parità. Inoltre, nonostante il progresso degli ultimi decenni, il percorso verso l’equilibrio retributivo di genere ha chiaramente conosciuto una battuta d’arresto. E a ben vedere, in certi casi, addirittura un arretramento proprio negli ultimi anni. Per ora poco ancora può l’aumento continuo a livello mondiale delle leggi per la trasparenza salariale introdotte in diverse nazioni o Stati***.

Per rendere concreta la disparità persistente, usando un esempio quasi provocatorio, torniamo a guardare agli Stati Uniti. Lì ogni anno viene ricordato un Equal Pay Day, che cade ogni volta in una data diversa, in base a quanti giorni in più, mediamente, le donne devono lavorare per guadagnare le stesse cifre che hanno guadagnato gli uomini l’anno precedente.

Nel 2026 questo giorno della “paga equa” è stato il 26 marzo – era stato il 25 l’anno prima. Ma già solo nel 2024, la stessa data era caduta quasi due settimane prima, il 12 marzo.

* Della direttiva europea sulla trasparenza salariale abbiamo parlato estensivamente su queste pagine, toccando il tema già dell’entrata in vigore degli obblighi per le imprese  in Italia. E guardando alla situazione in cui si trovavano i diversi Paesi Ue. Più di recente, poi, chiedendo il parere esperto dell’avvocato Rampolla.

** Lo studio si basa su dati registrati nella popolazione svedese. Secondo i ricercatori è possibile così «adottare un disegno di ricerca che garantisce a uomini e donne l’accesso a opportunità lavorative esterne di pari qualità».

*** Non solo, attraverso la Direttiva europea, i Paesi membri sono chiamati ad adeguarsi alle richieste comunitarie. Oggi già anche in molti Stati Usa esistono norme che impongono forme specifiche di trasparenza salariale.

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