Previdenza complementare: perché a parità di risparmio le donne rischiano pensioni più basse

Le donne risparmiano una percentuale dello stipendio simile a quella degli uomini, ma hanno pensioni inferiori. Le cause sono diverse ma, al di là delle più evidenti, come il divario salariale, le carriere discontinue o ancora la propensione a ricorrere più spesso a impieghi part-time, la responsabilità è in parte anche dei consigli finanziari più orientati alla cautela che ricevono dagli esperti del settore.  È quanto emerge da una ricerca condotta da alcuni professori di Economia e Finanza della Libera Università di Bolzano – Claudia Curi, Andreas Dibiasi e Mirco Tonin – e dell’Università degli Studi di Trento – Matteo Ploner -, pubblicata da Edufin. Indagine che oltretutto si è classificata al secondo posto nella categoria “Best Academic Project or Paper” dei Money Awareness and Inclusion Awards.

In base ai risultati, a essere differenti tra maschi e femmine non sono solo i livelli delle pensioni ordinarie, ma anche «le scelte di investimento della previdenza complementare, come si osserva anche nei dati Copiv (che si riferiscono al mondo degli aderenti ai fondi pensione», spiega Mirco Tonin, professore ordinario di Politica Economica alla facoltà di Economia e Management della Libera Università di Bolzano e tra gli autori del paper. «La cosa più grave è che anche persone relativamente giovani, come le donne di 25 anni, che hanno un orizzonte temporale estremamente lungo per i loro investimenti – spiega l’esperto – non scelgono, come dovrebbero fare ragionevolmente, una linea d’investimento azionaria». Ma preferiscono prodotti più prudenti, che «hanno un ritorno estremamente basso e molto spesso non servono a coprire l’andamento dell’inflazione».  E alla base di questo fenomeno potrebbe esserci un bias di genere.

Anna e Christian

I ricercatori sono partiti dai dati amministrativi di quattro fondi pensione privati italiani e hanno scoperto che, tra i giovani, uomini e donne versano quote di stipendio praticamente identiche. Le donne però scelgono linee di investimento più prudenti. A parità di ogni altra condizione, sono l’8% meno propense a optare per linee azionarie al momento dell’iscrizione al fondo e questo gap nella strategia di investimento le penalizza ulteriormente, proprio dove sarebbe più importante compensare. Gli esperti a questo punto hanno cercato di capire da cosa nascesse questo divario, coinvolgendo 200 consulenti attivi nei centri di assistenza fiscale del Trentino-Alto-Adige.

«Abbiamo presentato agli operatori due profili», afferma il professor Tonin. Un primo gruppo ha ricevuto quello di Anna, di 25 anni, con un contratto permanente e un reddito netto di 1700 euro al mese. Il secondo gruppo ha avuto quello di Christian, con caratteristiche simili, ma maschio. «A entrambi, da quello che abbiamo visto, è stata suggerita la stessa percentuale di reddito da accantonare – dice Tonin – ma Anna è rimasta su linee d’investimento più conservative». In generale, gli operatori sono il 22% meno propensi a raccomandare portafogli orientati all’azionario quando il cliente è una donna.

Un pregiudizio implicito

In realtà, gli operatori non pensino consapevolmente che le investitrici siano meno capaci di sopportare rischi o le oscillazioni dell’azionario, ma il bias emerge dalle caratteristiche che implicitamente, sotto la soglia della riflessione, attribuiscono alle clienti. «Anna, essendo una donna, si potrebbe, per esempio, avere una propensione al rischio più bassa – spiega il prof.Tonin – In realtà però i dati ci mostrano che non c’è una differenza sostanziale tra maschi e femmine su questo punto: la differenza è minima. E lo stesso vale anche per la competenza economico-finanziaria, che è bassa per entrambi i generi». Per Tonin è come se «ci fosse un po’ di paternalismo da parte degli operatori, ma la buona notizia è che questo si può correggere».

Consulenti come soluzione

Un ruolo fondamentale nella risoluzione del divario di genere negli investimenti pensionistici può essere giocato dai consulenti finanziari, come emerge dal secondo step dello studio. «A una parte degli operatori abbiamo detto cosa era emerso dall’indagine, mentre a un secondo gruppo abbiamo comunicato dei risultati fittizi – afferma il prof.Tonin – A quel punto abbiamo dato loro altri due profili, Maria e Thomas, un po’ più anziani e con redditi maggiori». In questa seconda fase della sperimentazione, i consulenti consapevoli del possibile intervento del pregiudizio di genere nelle loro raccomandazioni finanziarie, ne hanno tenuto conto e sono riusciti a discostarsi dalla tendenza precedente e «ad eliminare la differenza di trattamento», secondo l’esperto. Coloro che invece non erano a conoscenza della dinamica hanno riprodotto i comportamenti messi in atto per Anna e Christian.

Il vero cambiamento però si è reso evidente nei cinque mesi successivi. «Il differenziale di scelta nella previdenza complementare tra gli uomini e le donne che sono passate dalla consulenza, dopo il nostro esperimento, si è dimezzato rispetto ai livelli precedenti – afferma Mirco Tonin – E questo è un segnale incoraggiante: una volta sensibilizzati, anche con un intervento leggero, i consulenti quindi si correggono». Ora la speranza del gruppo di ricerca è quindi quella «di informare più esperti possibili» per ridurre al minimo il divario e permettere a uomini e donne di accedere a pensioni complementari alla pari.

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