
«Dopo la morte di Mahsa Amini il mondo parlava di una rivoluzione femminista in Iran, un paese teocratico, e lì ho capito che della nostra storia di resistenza – che va avanti da molto prima del 2022 – il mondo non sapeva nulla». Così la regista Raha Shirazi, da uno spazio simbolico come la Casa internazionale delle donne a Roma, intreccia le trame d’origine che hanno ispirato il suo documentario: A War on Women racconta la rivoluzione delle donne in Iran, dai suoi inizi. Una testimonianza vivida, ancora più necessaria alla luce degli ultimi sviluppi della guerra in corso: «Il concetto di democrazia è fragilissimo», sottolinea la regista. Parlare di Iran solo attraverso lo scontro “machista” tra leadership, infatti, rischia di oscurare il suo popolo: il messaggio “Donna, vita, libertà” oggi è diventato un grido di libertà, non solo per le donne, e ha le sue radici in un vibrante movimento femminista attivo da oltre 50 anni. «Raccontarlo – spiega Shirazi ad Alley Oop – «È importante perché manca una documentazione completa»: un esercizio che, insieme, è memoria e denuncia.
Ricostruire la memoria del movimento femminista in Iran
A War on Women ricostruisce la lunga genealogia della resistenza femminista iraniana, riportando al centro le voci delle donne che quella storia l’hanno attraversata. «Per me era importante raccontare che il movimento femminista iraniano non è qualcosa che è successo solo nel 2022 – spiega Shirazi -È una storia che va avanti dal 1906. Le donne hanno combattuto per più di cent’anni per arrivare a questo momento storico dentro l’Iran».
Il documentario sceglie di partire dagli anni Settanta, attraversando la rivoluzione islamica, l’imposizione della Repubblica teocratica e le successive ondate di repressione. «Vedere tutti i movimenti femministi iraniani, uno dopo l’altro, che ci hanno portato a questo momento storico, anche per me è stata un’esperienza molto emozionante», racconta la regista. Sullo schermo Shirazi riporta le immagini dell’Iran prima del 1979, quando sotto Reza Pahlavi il Paese era l’unico, insieme alla Francia, ad avere un ministero per gli Affari femminili. «Una delle priorità era l’eliminazione dell’analfabetismo e la partecipazione delle donne alla vita politica», ricorda Shirazi. Poi, la rivoluzione di Khomeini: «Quando prese il potere, la gente era in festa, anche le donne.
Negli anni in esilio aveva dissimulato le sue vere idee patriarcali». Il racconto si trasforma presto nella cronaca di una progressiva sottrazione di libertà, con le prime restrizioni alle donne: proibiti i jeans, il rossetto, i canti, i balli. E imposto il velo. Nasce la polizia morale, religione e politica si intrecciano, la sorveglianza entra nella quotidianità: negli anni, le donne avrebbero imparato ad aggirarla con costanti forme di disobbedienze civile. «La resistenza è quotidiana – spiega la scrittrice e attivista iraniana Pegah Moshir Pour, in dialogo con la regista nell’incontro romano dedicato al documentario – Significa imbattersi non solo nella polizia morale, ma anche in persone comune che possono importunarti per il tuo smalto rosso: lentamente le donne hanno sfidato questo controllo – e continuano a farlo – normalizzando, ad esempio, anche lo smalto rosso».
Dentro la repressione del regime
Il documentario non si limita alla ricostruzione storica. Ma entra nelle vite spezzate dalla repressione e dal controllo patriarcale. Ci sono le storie di Nika, Sarina, Hananeh, Aida, Mahsa Amini, Mehrshad: ragazze e ragazzi uccisi perché volevano vivere una vita normale e senza imposizioni. Ci sono testimonianze durissime di violenza domestica e sessuale, come quella di una ragazza che si procurava un taglio sulla mano ogni volta che il nonno la violentava, e che venne poi respinta da un centro di riabilitazione perché considerata “impura”. C’è Leyla. Venduta dalla madre a otto anni a un uomo di sessanta, mai andata a scuola e costretta a prostituirsi. Quando tornava dal bordello nel fine settimana, veniva violentata dai fratelli.
La vicenda finì in tribunale: i fratelli furono condannati a 74 frustate, mentre Leyla ricevette una condanna a morte «perché aveva ammesso il crimine». Solo dopo la pubblicazione di un articolo di giornale il caso esplose nell’opinione pubblica e la sentenza venne sospesa. Leyla fu liberata e, racconta il documentario, «messa in contatto con gente normale per capire cos’è la normalità». Le grandi mobilitazioni politiche, in A War on Women, si intrecciano alle violenze quotidiane e sistemiche che colpiscono donne e ragazze. Testimonianze che fungono da archivio: la regista è andata via dall’Iran a 10 anni, quando la mamma, un’attivista, ha dovuto scegliere la via dell’esilio. Oggi vive tra Londra e Roma e usa il cinema per documentare quello che è stato: «Un tipo di documentazione che rimane per sempre – ha spiegato l’autrice – E che riguarda tutti: da un giorno all’altro possiamo perdere la nostra libertà. Una cosa di cui dobbiamo essere coscienti».

La guerra sui corpi delle donne
Nell’ultimo rapporto, Amnesty International ha denunciato che le autorità iraniane hanno utilizzato anche il conflitto armato con Israele come pretesto per intensificare la repressione interna: migliaia di persone sono state arrestate arbitrariamente, interrogate o perseguitate per avere esercitato i propri diritti. Donne e ragazze, persone Lgbtqi+ e minoranze etniche e religiose continuano a subire discriminazioni sistemiche e violenza. Le autorità hanno continuato a imporre il velo obbligatorio attraverso sorveglianza elettronica, riconoscimento facciale e sistemi di monitoraggio digitale. Le donne che sfidano le norme sull’hijab rischiano arresti arbitrari, multe, espulsioni dall’università e dal lavoro, oltre alla confisca delle automobili.
Amnesty segnala inoltre oltre 100 femminicidi commessi nell’ultimo anno da parenti maschi, un dato probabilmente sottostimato a causa dell’assenza di statistiche ufficiali. L’età legale per il matrimonio delle bambine resta fissata a 13 anni, mentre la responsabilità penale per le ragazze inizia a nove anni lunari. «Le leggi che hanno avuto l’impatto maggiore per il numero di persone coinvolte e per le conseguenze adottate hanno riguardato le donne», ricorda Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, che ha patrocinato il film. Noury cita due date simboliche: il 1936, quando venne vietato indossare il velo, e il 1979, quando dopo la rivoluzione islamica il velo divenne obbligatorio. «Il controllo viene esercitato sempre sulle donne», ricorda Noury, sottolineando come uno degli elementi più importanti del documentario sia proprio lo sguardo che restituisce agency alle donne iraniane, ribaltando la narrazione occidentale e orientalista che «vuole le donne iraniane come vittime da salvare». A War on Women, invece, «racconta le donne dando loro parola, senza filtri».
«L’Iran non è il regime»
Riprendendo il filo rosso che unisce le storie del documentario, Pegah Moshir Pour insiste sulla necessità di non cancellare la storia della resistenza iraniana dietro la sola lettura geopolitica del presente. «Quando noi eravamo tutti in piazza insieme nel 2022, non bisognava dimenticarsi del Movimento Verde del 2009 – spiega ad Alley Oop – L’Iran non è il regime: gli iraniani vogliono altro, vogliono legittimare la loro voglia di libertà».
Per l’attivista, il rischio è che la guerra e le tensioni internazionali oscurino la voce della popolazione iraniana: «Il popolo sta facendo un’altra guerra, che dura da 47 anni». Una guerra fatta di repressione, arresti, torture e spari contro chi protesta. «È una lotta continua di generazioni di donne, uomini, comunità Lgbtqi+ e minoranze etniche», dice Moshir Pour. «Quando scendono in strada affrontano la morte, le impiccagioni, gli arresti, le torture, lo stupro e soprattutto gli spari».
Anche per Shirazi il punto centrale del documentario è proprio questo: restituire complessità e continuità storica a una lotta che spesso viene raccontata solo nei momenti di esplosione mediatica. Nel momento più incerto per il futuro dell’Iran, A War on Women continua il suo viaggio: presentato in anteprima al Bif&st, si sta muovendo nei festival internazionali, da Toronto alla Nuova Zelanda fino a Berlino, portando nel mondo una testimonianza collettiva di memoria, resistenza e sopravvivenza. Un racconto che, attraverso le storie di chi continua a opporsi, chiede al mondo di non voltarsi dall’altra parte.
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