Molestie, consenso e potere nei club: cosa rivelano i “techno files” sulla musica elettronica

Libertà, comunità, inclusione. È su queste fondamenta che musica elettronica e techno hanno costruito la loro identità. Prima di diventare industria culturale globale, il clubbing – inteso come fenomeno socioculturale – nasce come uno spazio sotterraneo di aggregazione e resistenza. Un luogo in cui corpi, identità e desideri esclusi dagli spazi mainstream potevano esistere liberamente: prima nella New York degli anni Sessanta e Settanta, con le feste private frequentate da italoamericani, afroamericani, persone omosessuali e artisti ai margini della società statunitense; poi, negli Ottanta, con la house di Chicago e la techno di Detroit, nei club frequentati da comunità afroamericane e Lgbtqia+. Eppure, proprio dentro una cultura che ha fatto della libertà la sua ragion d’essere, continuano a emergere racconti di violenza, molestie, coercizione e abuso di potere.

Negli ultimi mesi il mondo della techno è stato attraversato da una nuova ondata di denunce che ha riaperto il dibattito sulla sicurezza nella nightlife. Diversi dj internazionali sono stati rimossi dal programma di alcuni festival in seguito alle accuse di stupro, molestie e coercizione. Fatti che non sono episodi isolati e che riaccendono il dibattito sulla necessità di rompere il silenzio e restituire al mondo del clubbing la sua dimensione: libera e sicura.

Il #MeToo della techno

«La techno sta avendo il suo #MeToo?», riporta Internazionale ricucendo le trame di quanto accaduto negli ultimi mesi: lo scorso 21 e il 22 febbraio, Brad Bedzyk, ex dipendente dell’agenzia di booking parigina Steer, ha pubblicato sul profilo Instagram @bradnolimit decine di testimonianze anonime e screenshot di conversazioni private attribuite ad artisti della scena hard techno europea. È proprio da quel profilo che arrivano i cosiddetti “techno files”: screenshot delle chat dai contenuti esplicitamente sessuali, racconti di comportamenti manipolatori e accuse legate a molestie, coercizione e abuso di potere.

Le accuse emerse attraverso le testimonianze e gli screenshot riguardano condotte sessuali inappropriate, molestie, misoginia, invio di foto intime non richieste ai fan e, in alcuni casi, anche presunti episodi di adescamento di minori. I racconti chiamano in causa alcuni nomi di punta della scena hard techno europea, come i francesi Odymel e Shlømo e il tedesco Carv. Le testimonianze parlano di episodi avvenuti dietro le quinte dei festival, negli hotel e durante gli afterparty: contesti segnati da forti squilibri di potere, in cui diverse persone raccontano di non essersi trovate nella condizione di esprimere un consenso libero e consapevole.

Il dibattito nella scena

Le denunce emerse attraverso i “techno files” non raccontano soltanto il caso di singoli artisti. Riportano al centro una questione più ampia che attraversa oggi tutta la nightlife: come ricostruire sicurezza dentro spazi che storicamente erano nati proprio per essere spazi sicuri. Negli ultimi anni diverse figure della scena elettronica hanno denunciato una cultura che troppo spesso tende a minimizzare molestie, abusi e squilibri di potere per salvaguardare reputazioni, carriere e dinamiche interne all’industria musicale. Anche per questo il dibattito aperto dai “techno files” sta spostando l’attenzione dai singoli episodi alla necessità di ripensare strutturalmente la sicurezza nei festival e nei club. Tra le voci più attive sul tema c’è la dj e produttrice britannica Rebekah, che da anni lavora sul contrasto alla violenza di genere nella nightlife.

Dopo l’esplosione dei “techno files”, Rebekah ha sottolineato la necessità di creare veri sistemi di accountability dentro la scena elettronica, spiegando come molte donne abbiano paura di denunciare per timore di isolamento professionale, campagne diffamatorie e ritorsioni. Allo stesso tempo, la dj britannica ha espresso preoccupazione per il metodo utilizzato dal profilo @bradnolimit, criticando in particolare la pubblicazione integrale di screenshot e conversazioni private delle presunte vittime. Secondo Rebekah, l’esposizione pubblica di questi materiali rischia di compromettere l’autonomia e la tutela delle persone coinvolte, trasformando i social media in uno spazio di processo permanente senza strumenti adeguati di protezione. BradNoLimit ha però respinto categoricamente queste critiche, sostenendo che la pubblicazione delle testimonianze sia stata necessaria proprio perché, all’interno della scena elettronica, le persone che denunciano molestie e abusi continuano spesso a non trovare ascolto né strumenti efficaci di tutela.

«Siamo stanche. La sicurezza è una resposanbilità individuale femminile»

Come in altri contesti, anche nel mondo del clubbing le donne sono costrette a proteggersi in spazi che dovrebbero essere sicuri: quelli del loro lavoro. «Siamo stanche», ha scritto in una lunga dichiarazione pubblicata su Instagram Amelie Lens, una delle figure più importanti della scena techno internazionale. La dj belga descrive la pista da ballo e il backstage come luoghi che dovrebbero rappresentare libertà e comunità, ma che troppo spesso non sono sicuri per le donne: «La pista da ballo è casa nostra e il backstage il nostro luogo di lavoro, ma nessuno dei due è al sicuro». Nel suo messaggio, Lens racconta come la sicurezza venga ancora vissuta come una responsabilità individuale femminile – «Siamo diventate la nostra stessa guardia del corpo. Teniamo d’occhio i nostri drink e controlliamo chi entra. Abbiamo persino sviluppato un nostro linguaggio silenzioso» – e punta il dito soprattutto contro la cultura della minimizzazione e del silenzio: «Ciò che davvero perpetua il problema è il silenzio e la minimizzazione, la protezione che le persone ricevono per salvaguardare la propria reputazione».

Per la dj il problema non riguarda soltanto «l’uomo spaventoso nel vicolo deserto», ma anche amici, colleghi e persone perfettamente integrate nella scena: «Molto spesso si tratta semplicemente di un amico. È l’uomo con cui hai appena bevuto qualcosa, quello alle cui battute ridi». Lens ha raccontato anche una sua esperienza personale, spiegando di essersi rivolta alla polizia dopo avere ricevuto centinaia di messaggi violenti e minacce sessuali da parte di un uomo incontrato successivamente dal vivo. «La verità non è una calunnia – conclude – È una resa dei conti».

I festival internazionali che stanno cambiando approccio

Intorno alla discussione aperta dai “techno files” stanno nascendo nuove reti di supporto alle vittime. Tra queste c’è METOODJS, oggi riconosciuta ufficialmente come organizzazione no-profit in Francia. Nata inizialmente come rete informale di sostegno dopo la diffusione delle accuse contro diversi dj hard techno europei, l’organizzazione ha raccolto oltre 300 testimonianze e iniziato a offrire orientamento legale e psicologico alle persone coinvolte. Per continuare a sostenere le vittime, METOODJS ha avviato una campagna di raccolta fondi destinata a coprire percorsi terapeutici e assistenza legale. «Nel corso del tempo ci siamo impegnati ad ascoltare queste testimonianze, documentarle e indirizzare le vittime verso forme di supporto adeguate», spiega l’organizzazione. Alcuni casi sarebbero già stati affidati a professionisti legali, mentre altre persone sono state messe in contatto con terapeuti attraverso la rete costruita dal collettivo.

Negli ultimi anni già diversi festival e organizzazioni internazionali, consapevoli della natura strutturale del problema, hanno iniziato a elaborare protocolli specifici contro molestie e violenze di genere. Nel Regno Unito oltre cento festival hanno aderito alla charter Safer Spaces at Festivals, promossa dall’Association of Independent Festivals insieme a organizzazioni come Rape Crisis England & Wales e UN Women UK, introducendo formazione dello staff, campagne sul consenso e protocolli per intervenire in caso di molestie. Sempre nel Regno Unito il progetto Safe Spaces Now di UN Women UK ha introdotto nei festival figure chiamate Guardian Angels: volontari formati per riconoscere situazioni di rischio, supportare chi subisce molestie e accompagnare le persone verso servizi di assistenza e welfare. In Francia, associazioni come Safer, lavorano direttamente dentro festival e club con team dedicati alla prevenzione delle violenze sessuali, safe zone, sportelli di ascolto e personale formato per intervenire in situazioni di rischio. Nel Regno Unito, invece, organizzazioni come Good Night Out Campaign collaborano con venue e promoter per costruire policy interne contro molestie, discriminazioni e abusi e formare il personale dei locali sulla gestione delle situazioni di violenza.

Spring Attitude a Roma: un osservatorio per costruire buone pratiche condivise

La sicurezza non riguarda soltanto quello che accade dietro le quinte o nei rapporti di potere tra artisti, promoter e headliner. Riguarda più in generale il modo in cui viene progettata, vissuta e attraversata la notte. E, anche in Italia, ci sono esempi virtuosi. Tra i festival italiani che negli ultimi anni hanno iniziato a lavorare in modo strutturato sul tema della sicurezza c’è Spring Attitude, festival internazionale di musica elettronica nato a Roma nel 2010 e diventato negli anni uno dei principali appuntamenti italiani dedicati alla club culture contemporanea. Il prossimo 29 e 30 maggio celebra la sua quindicesima edizione e, accanto alla programmazione musicale, il festival ha creato l’Osservatorio Social Attitude, un percorso sviluppato insieme al Municipio VIII di Roma e a diverse realtà del territorio – tra cui Donnexstrada, Gay Center, Nautilus e Oltre il Muro – con l’obiettivo di trasformare l’esperienza del festival in uno spazio permanente di osservazione, confronto e costruzione di pratiche condivise sulla sicurezza e sul benessere nella nightlife.

L’idea alla base dell’Osservatorio è partire dai bisogni reali delle persone che frequentano festival e club. «Vogliamo ascoltare le persone che vengono al festival e capire di cosa hanno bisogno – spiega ad Alley Oop Marika Lerario, festival curator e referente dell’Osservatorio – Pubblici diversificati hanno desideri diversificati. E quindi vanno ascoltati». Per questo motivo, racconta Lerario, «Il progetto ha previsto tavoli di coprogettazione, incontri pubblici e momenti di confronto con operatori sociali, associazioni, promoter e cittadinanza. Da questo percorso nascerà un vademecum di buone pratiche rivolto a chi organizza eventi e vive la notte».

L’iniziativa, infatti, si sviluppa attraverso un tavolo tecnico che riunisce associazioni, esperti e operatori della nightlife per analizzare dati ed esperienze raccolte durante il festival, affiancato da un percorso pubblico di confronto aperto a cittadinanza e istituzioni sui temi della prevenzione, dell’inclusione, della sicurezza in strada e del contrasto alla violenza di genere. L’intento è duplice: da un lato analizzare e valorizzare le pratiche sociali, i comportamenti e le esperienze emerse durante il festival, dall’altro restituirle alla città come strumenti condivisi, scalabili e utilizzabili dalle realtà sociali, culturali e commerciali che animano la vita notturna

Cos’è un Safer Corner, «uno spazio di decompressione e ascolto»

Oltre all’elaborazione del vademecum, che punta a un approccio trasversale e strutturale nel tempo, durante i giorni del festival Spring Attitude mette a disposizione del suo pubblico il Safer corner, uno spazio dedicato all’ascolto e al supporto delle persone presenti all’evento. «Il Safer corner non è uno stage, non è un contenuto del festival: è un servizio», sottolinea Lerario.

Lo spazio è gestito da psicologhe, assistenti sociali, operatori sociali e volontarie del Gay Center e di Donnexstrada: «È uno spazio di decompressione e di ascolto che vuole essere un riferimento per chi vive il festival». Per Lerario il coinvolgimento del Gay Center è fondamentale perché il pubblico della musica elettronica è oggi sempre più attraversato dalla presenza della comunità Lgbtqia+: «La scena elettronica negli ultimi dieci anni ha registrato un cambiamento di community molto forte – spiega – . La community Lgbtqia+ è sempre stata appassionata e amante della techno, ma prima faceva festa nei propri luoghi, che reputava sicuri».

Il tema della rappresentazione, infatti, è strettamente collegato anche alla costruzione di spazi più sicuri dentro la nightlife. In questa direzione si muove anche Ex Aequa – Empowering Equality in Electronic Music, il programma internazionale promosso da Spring Attitude insieme a Institut Français Italia, Arty Farty e 90MIL, nato per sostenere artiste under 35 e minoranze di genere sottorappresentate nell’industria musicale elettronica. Il progetto, arrivato alla sua seconda edizione e sviluppato tra Italia, Francia e Germania, mette al centro formazione, mentoring e accesso professionale alla scena elettronica internazionale, con l’obiettivo di ridurre concretamente il gender gap nell’industria musicale.

Una dimensione su cui occorre agire ancora, anche se oggi qualcosa sta cambiando grazie alla maggiore rappresentazione sul palco e dentro i festival: «Quello che accade sul palco e quello che accade in pista non sono mai scollegati – sottolinea Lerario –. Se sul palco accade qualcosa che è estremamente maschile o violento, è quasi inevitabile che la pista possa rispecchiare quello».

La rappresentazione è quindi fondamentale anche nella costruzione della sicurezza collettiva: «Quello che portiamo sul palco attrae un tipo di pubblico che poi fa sì che si creino tutti quegli elementi per avere una festa sicura». Per questo motivo, il servizio del Safer corner non si limita alla presenza fisica di operatori e volontari, ma viene accompagnato e consolidato anche da campagne di comunicazione diffuse all’interno del festival. «Usiamo i led e i maxi schermi per comunicare messaggi come “No means no”, “Only music can touch me” e “Consent is mandatory”»: la sicurezza passa anche dalla costruzione di un clima diverso all’interno della festa, perché «l’esperienza è una parte fondamentale da tutelare».

La sicurezza non finisce dentro il club

«La festa non è soltanto quello che avviene in quelle tre o quattro ore. Ma anche il percorso che tu fai per arrivarci e andartene». Da questa idea più ampia di esperienza nasce una riflessione sulla sicurezza nella nightlife: non soltanto controllo degli accessi o presenza della security, ma percezione di benessere reale per chi attraversa quegli spazi. «Queste figure spesso, invece che rappresentare sicurezza, possono evocare una minaccia per la loro fisicità», spiega Lerario ad Alley Oop parlando del rapporto che molte donne e persone queer hanno con il personale di sicurezza tradizionale nei club e nei festival. Il problema, infatti, non si esaurisce nel perimetro dell’evento.

«Tu puoi vivere una bellissima festa ma, se tornando a casa ti aggrediscono e ti derubano, probabilmente di quella festa non ricorderai niente se non quella cosa». Per Lerario, quindi, la responsabilità di chi organizza eventi riguarda l’intera esperienza delle persone, dalla sicurezza durante l’evento, a quella che riguarda la mobilità: «L’esperienza è tutta. Questo lo dico a noi organizzatori e a chi si occupa di creare eventi». Dalla gestione degli spazi alla sicurezza in strada, dalla formazione del personale alla rappresentazione queer, fino al tema del consenso, il dibattito aperto dalle denunce degli ultimi mesi può allargare il focus della discussione: dal comportamento dei singoli artisti alla responsabilità collettiva di un’intera scena culturale.

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