
I giovani sono molto meno felici rispetto a 20 anni fa, e forse la colpa è dei social. Mentre nella maggior parte dei Paesi le persone sotto i 25 anni sono più felici rispetto a 20 anni fa, il tasso di felicità tra i giovani è diminuito in diverse nazioni occidentali. A dirlo è il World Happiness Report 2026, il principale report globale sul benessere, pubblicato dal Wellbeing Research Centre dell’Università di Oxford insieme a Gallup e alle Nazioni Unite. 100.000 persone e 140 Paesi sotto la lente di ingrandimento dei ricercatori, che hanno osservato come il livello di felicità tra gli under 25 in Paesi come gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda, sia diminuito drasticamente negli ultimi anni.
Il legame tra uso dei social e livello di felicità
I social media giocano un ruolo importante nella felicità globale e l’intensità e la tipologia di utilizzo contano più del semplice accesso. Uno studio condotto su ragazzi di 15 anni in 47 Paesi e realizzato nell’ambito del Programme for International Student Assessment (PISA), un programma promosso dall’OCSE per valutare il rendimento scolastico dei giovani, e citato nella report degli esperti di Oxford, mostra come la soddisfazione di vita sia massima con un utilizzo minimo e diminuisca con un utilizzo elevato, soprattutto per le ragazze.
La relazione tra social media e benessere non è lineare. I giovani che usano i social per meno di un’ora al giorno registrano i livelli più alti di benessere — più alti anche di chi non li usa affatto. Gli adolescenti trascorrono in media 2,5 ore al giorno sui social media. La soglia critica è identificata con chiarezza: chi supera le sette ore quotidiane registra un calo significativo. L’effetto è altamente dipendente dal tipo di piattaforma, dalle modalità d’uso e da fattori demografici come il genere e il contesto socioeconomico. Il report segnala inoltre che altri fattori – come le connessioni sociali e il senso di appartenenza – sono associati a variazioni molto più ampie nella percezione della qualità della vita rispetto all’uso dei social media.
Ad essere più infelici sono le ragazze
Il dato più interessante riguarda l’area geografica e le differenze di genere. Combinando i dati PISA e Gallup si osserva come l’impatto negativo dei social media sembri essere molto più forte in Europa Occidentale rispetto al resto del mondo. Le ragazze che utilizzano di più i social e che vivono in Europa Occidentale, infatti, perdono quasi 1 punto intero di benessere (su una scala da 1 a 10), il doppio rispetto a quello registrato dalle ragazze negli altri Paesi. I ragazzi se la passano meglio, ma la differenza dal punto di vista regionale è più marcata. In Europa Occidentale, infatti, i ragazzi che usano molto i social hanno un calo di benessere di circa mezzo punto. Negli altri 35 Paesi analizzati, invece, l’impatto per i ragazzi è pari a zero.
Ci sono anche forti differenze generazionali. L’uso di internet è fortemente negativo per la Gen Z, moderatamente negativo per i Millennial, prossimo a zero per la Gen X, e leggermente positivo per i Baby Boomer. La spiegazione proposta dai ricercatori è strutturale: le generazioni più anziane sono cresciute in un mondo in cui le amicizie si formavano di persona. Per loro i social media funzionano come un’estensione di relazioni già esistenti. Usati in questo modo, possono rafforzare i legami. La Gen Z, al contrario, è cresciuta con internet prima di aver avuto l’opportunità di costruire relazioni attraverso l’esperienza diretta.
Dimmi come usi internet e ti dirò quanto sei felice
L’equazione: internet uguale infelicità, quindi, non è scontata. Tutto, infatti, dipende dall’uso che se ne fa di internet. Secondo i ricercatori di Oxford, infatti, ad incidere sui livelli di benessere psicologici dei più giovani non è tanto la quantità di ore trascorse con un telefono in mano, quanto l’uso che si fa di internet. Se viene usato per comunicare e cercare informazioni, infatti, il livello di benessere aumenta. Al contrario, l’uso dei social media, il gaming e la navigazione per puro intrattenimento, tendono a essere collegati a livelli più bassi di benessere.
I dati provenienti dall’America Latina, poi, rivelano che anche il tipo di piattaforma è cruciale. Le piattaforme basate su contenuti selezionati tramite algoritmo mostrano un’associazione negativa con il benessere, mentre quelle progettate per facilitare connessioni sociali mostrano una chiara associazione positiva con la felicità. Il capitolo 6 del report, curato da Cass Sunstein, introduce il concetto di “product trap“: uno studio citato nel report ha rilevato che i partecipanti sarebbero disposti a pagare 28 dollari per disattivare TikTok per un mese all’interno della propria comunità e 10 dollari per fare lo stesso con Instagram. Quasi due terzi degli utenti attivi di TikTok perdono benessere dall’esistenza della piattaforma. La stessa cosa vale per quasi la metà degli utenti attivi di Instagram: vorrebbero che tutti nella loro comunità uscissero dalle piattaforme, ma non possono farlo da soli. Il report definisce questa dinamica un problema di azione collettiva: se i canali social esistono, chi non vi partecipa subisce uno svantaggio, ma la maggior parte delle persone concorda che starebbe meglio se non esistessero.
E allora cosa sono diventati i social e, soprattutto, a chi servono oggi se neanche più i principali fruitori, ovvero i giovani, ne traggono giovamento?
Gli influencer sul banco degli imputati
Giri in barca, tramonti mozzafiato, abiti firmati ostentati davanti alla telecamera. Secondo gli esperti di Oxford è proprio questo che rende i ragazzi “normali”, infelici. Quella è la vita che desiderano e che non avranno mai. La consapevolezza di questo genera rabbia e inquietudine. Per i ricercatori che hanno condotto lo studio, l’immagine e i contenuti propinati dagli influencer sui social sono fattori chiave dell’infelicità degli adolescenti. “I ragazzi – si legge nel report- usano i social perché anche gli altri li usano, ma preferirebbero che nessuno lo facesse”.
Secondo un’indagine condotta da Fiscozen e Kolsquare, due piattaforme per la gestione di partite Iva e per l’influencer marketing, nel nostro Paese si contano circa 40mila professionisti dei social con fatturati medi di 24mila euro all’anno e per il 66% sono uomini con un’età media di 32 anni. Si va dal beauty alla moda al food. Ce n’è per tutti i gusti e ormai, con l’ultimo passaggio suggellato dall’attribuzione del codice Ateco, sono anche a tutti gli effetti categorie che svolgono attività economiche riconosciute dallo stato e quindi tassate. É un business che fa gola sempre di più, ma ad un prezzo forse troppo alto.
I Paesi nordici si confermano ai primi posti per felicità, con una eccezione
I Paesi nordici si confermano ancora una volta al vertice della classifica della felicità. Zero corruzione, più welfare. Questi sono solo alcuni degli ingredienti che hanno consentito alla Finlandia di rimanere saldamente al primo posto per il nono anno consecutivo nella classifica stilata dal World Happiness Report. A seguire c’è un gruppo di tre paesi: Islanda, Danimarca e Costa Rica. Quest’ultima rappresenta il miglior piazzamento di sempre per un Paese latinoamericano, in una classifica che nei posti più alti è sempre stata storicamente dominata dai Paesi nordici. Nella top ten risultano anche Svezia e Norvegia seguite da Paesi Bassi, Israele, Lussemburgo e Svizzera.
L’Italia si piazza al 38esimo posto, confermando una tendenza alla diminuzione del benessere soprattutto tra i più giovani europei. Si tratta di due posizioni in più rispetto all’edizione precedente, con un punteggio medio di 6,574 su 10. Il punteggio riflette una condizione di benessere intermedia, in linea con paesi come Spagna e Francia, ma lontana dai vertici continentali. Vale la pena notare che il Paese ha avuto un’oscillazione storica rilevante: il suo posizionamento più alto recente è stato il 28° posto, quello più basso il 50°.
Il nostro Paese mostra un reddito pro capite intorno ai 53.584 dollari e un’aspettativa di vita in buona salute di 70,6 anni. Sul sostegno sociale il dato è relativamente alto, all’86,8%. I numeri più problematici riguardano tre dimensioni: la percezione della libertà individuale è bassa per gli standard internazionali, al 67,4%; la percezione della corruzione rimane alta; la generosità ha un impatto marginale. È su questi tre fattori — libertà percepita, fiducia istituzionale e corruzione — che l’Italia perde le posizioni che guadagna su longevità e reddito.
Non un ottimo piazzamento neanche per gli Stati Uniti scesi dal 17esimo posto registrato nel 2013, al 23esimo.

Il paradosso MENA: uso altissimo, benessere giovanile non in caduta
Fuori dai Paesi occidentali, con eccezione per Israele, il rapporto tra social media e benessere appare più positivo o comunque diverso. Nel Medio Oriente e in Nord Africa, ad esempio, il benessere dei giovani non è diminuito, nonostante un uso elevato dei social media. Tuttavia, anche in queste regioni, un uso molto intenso è collegato a livelli più alti di stress e depressione, soprattutto quando si tratta di consumo passivo di contenuti visivi che non favoriscono il confronto sociale.
I dati quantitativi sono rilevanti. Una quota significativa di adulti dell’area dei Paesi MENA dichiara di trascorrere più di cinque ore al giorno sui social media. In Libano questa quota raggiunge il 45%, tra le più alte al mondo. In quasi tutti i paesi della regione, più dell’80% degli intervistati ha dichiarato di usare i social media nel 2023-2024, una quota in aumento rispetto agli anni precedenti. L’uso è più diffuso tra gli uomini (80%) che tra le donne (73%), e più comune tra i singoli o mai sposati (92%) rispetto ai coniugati (73%). L’uso è inferiore tra le persone più religiose, tra chi ha solo un’istruzione elementare e tra chi si trova in difficoltà economiche significative. Il 63% degli utenti di social media nella regione dichiara di avere interazioni con influencer. I temi più comuni sono sport e svago (17%), bellezza e moda (16%), arte e cultura (14%), cibo e cucina (12%) e politica (10%). Tra gli utenti pesanti, il 31% commenta o fa domande agli influencer e il 22% dichiara di aver provato prodotti o servizi raccomandati da influencer. Sul piano delle posizioni in classifica la regione MENA presenta una divaricazione. Israele guida la regione e si posiziona all’8° posto mondiale, seguita dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita. All’altro estremo, Egitto (139°), Libano e Yemen si collocano tra le posizioni più basse della classifica globale. Il caso Libano è particolarmente emblematico: paese con il 45% di utenti pesanti dei social e tra le posizioni di benessere più basse della regione.
Tra i Paesi asiatici, Taiwan risulta il più “felice” secondo il report 2026, davanti a molte economie avanzate europee. Anche Singapore, Vietnam e Thailand mostrano miglioramenti o posizioni relativamente alte rispetto al reddito medio. Secondo il World Happiness Report 2026, poi, la Cina ottiene risultati nettamente migliori dell’India nella classifica globale della felicità. La Cina si colloca al 65° posto, mentre l’India è al 116° su 147 Paesi analizzati. Per la Cina il report evidenzia un miglior equilibrio tra crescita economica, stabilità sociale e fiducia nelle istituzioni. Il miglioramento del tenore di vita, le infrastrutture e una maggiore sicurezza economica contribuiscono a livelli più alti di soddisfazione personale. L’India, invece, continua a mostrare punteggi bassi nonostante la forte crescita del PIL. Il rapporto sottolinea che sviluppo economico e felicità non coincidono automaticamente. Tra i fattori che penalizzano l’India ci sono disuguaglianze sociali, percezione della corruzione, servizi pubblici insufficienti, stress lavorativo e minore fiducia sociale. La Cina, inoltre, mostra livelli di soddisfazione più alti rispetto all’India e un impatto meno marcato dei social sulla felicità giovanile. Secondo il report, questo dipenderebbe anche da legami familiari più forti, maggiore controllo sociale e reti comunitarie ancora molto presenti offline. In India, invece, i giovani sono sempre più esposti a un uso intenso dei social media in un contesto caratterizzato da forti disuguaglianze economiche e pressione sociale. Il report osserva che l’uso eccessivo delle piattaforme digitali può amplificare ansia, confronto sociale e insoddisfazione personale, soprattutto tra adolescenti e studenti.
Il World Happiness Report 2026, in conclusione, ci consegna un’immagine speculare della nostra epoca: siamo tecnologicamente vicinissimi, ma emotivamente più fragili. Se i social sono diventati un business che fattura sulla nostra attenzione, forse la vera ribellione – e la chiave per risalire la classifica della felicità – risiede nel coraggio di disconnettersi per tornare a guardarsi negli occhi.
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