
Di fronte a un momento di vuoto, la risposta automatica è riempirlo. Anche sul lavoro. Email, messaggi, documenti, social, appunti, file. La noia non è concessa. Le giornate sature di attività diventano l’antidoto all’horror vacui che si impossessa di chi si rende conto di essere di fronte a dieci minuti di possibile stasi.
Spesso percepita come sinonimo di improduttività e perdita di interesse, la noia si rivela in realtà un’alleata di creatività e benessere sul lavoro.
I benefici dell’annoiarsi
Nell’epoca in cui vige il mito della produttività continua, annoiarsi sembra quasi un lusso. O, peggio, una perdita di tempo. Eppure – come dimostrano le ricerche – i momenti di bassa stimolazione hanno una funzione importante: permettono di far vagare i pensieri, attivando processi associativi alla base di nuove idee e creatività.
Le migliori intuizioni spesso arrivano quando si fa altro. Quando si concede alla mente una pausa dagli innumerevoli stimoli a cui la si sottopone e le si permette di collegare le informazioni liberamente. In modi inediti. Succede ad esempio durante una passeggiata, o aspettando il treno, senza ricorrere a uno schermo per anestetizzare il vuoto.
È quello che in neuroscienze viene chiamato Default Mode Network (DMN): una rete cerebrale che si attiva soprattutto nei momenti in cui il cervello non è focalizzato su un compito preciso. È collegata a processi di riflessione interna, immaginazione e associazione di idee, fondamentali anche per la creatività.
Il problema è che oggi gli spazi vuoti vengono immediatamente saturati e noi perdiamo la capacità – e la voglia – di annoiarci. Al lavoro, ci si può addirittura sentire poco utili se non si ha nulla da fare anche solo per qualche minuto. Piuttosto ci si alza e si prende un caffè con un collega. Guai a restare fermi a fissare il muro: qualcuno potrebbe chieder conto di quell’apparente inattività. Sempre che quel qualcuno non siamo noi. D’altronde, i nostri peggiori nemici sono sempre interni.
I rischi della noia al lavoro
Va comunque ricordato che esiste un confine oltre il quale il tedio smette di essere rigenerativo. Succede quando il lavoro annoia a tal punto da essere percepito come privo di senso.
In Psicologia del lavoro si distingue infatti tra noia temporanea – spesso benefica – e sotto stimolazione cronica. Quest’ultima deriva da compiti ripetitivi e poco significativi. La persona che la sperimenta finisce per sentirsi insoddisfatta e così svuotata professionalmente che questa condizione ha addirittura un nome: boreout.
Sebbene venga frequentemente scambiato per l’opposto del burnout – in quanto derivante da carenza, e non da eccesso, di richieste lavorative – ne condivide alcune conseguenze negative. In particolare: stress, assenze per malattia, turnover e scarso rendimento.
Questi due fenomeni occupazionali sono dunque molto più vicini di quanto si pensi: entrambi sono nemici del coinvolgimento lavorativo e si caratterizzano per bassi livelli di energia e di benessere psicologico.
Quando è continuativa e pervasiva, la noia è senz’altro nemica, ma come spesso accade, è la dose a fare il veleno.
Trovare il punto di equilibrio
La sfida diventa dunque quella di pesare la noia. Non serve eliminarla, ma senz’altro va gestita. Serve che sia presente nella misura necessaria per esperirla, senza esserne però sopraffatti. Se chi svolge lavori ripetitivi rischia di esserne logorato, i professionisti digitali soffrono invece del problema opposto: una sovrastimolazione continua che rende impossibile sperimentarla.
Ecco allora che serve l’antidoto. Un antidoto che ha un nome ben preciso: mind wandering. Quel vagabondare mentale che ci allontana da ciò che stiamo facendo e ci ricollega con i nostri pensieri, ricordi, fantasie, emozioni.
Una breve pausa senza schermi, semplicemente osservando ciò che sta davanti a noi, sembra ormai impossibile per molti. Eppure è essenziale riappropriarsi della noia. Perché è attraverso di essa che sedimentiamo e rielaboriamo. E, in definitiva, ci riappropriamo di noi stessi. Il rischio, altrimenti, è continuare a vivere giornate lavorative (e non solo) dense fino a scoppiare. Alla fine delle quali non ricordiamo nemmeno più esattamente cosa abbiamo fatto. Sappiamo solo che non possiamo fermarci.
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