Turismo accessibile, le buone pratiche che diventano diritti

Il turismo accessibile in Italia non è più solo una promessa, ma è già un sistema? La domanda è stata al centro del convegno “Italia insieme”, che si è svolto il 22 aprile alla Stazione Leopolda di Firenze. L’obiettivo è stato quello di dare spazio alle Regioni e agli enti locali, mostrando i progetti finanziati dal Fondo disabilità per il turismo accessibile, e aprire un dialogo, attraverso panel dedicati, con il Terzo settore e il mondo privato.

Il punto di partenza: non un segmento, ma un diritto

All’iniziativa il turismo accessibile si è raccontato per quello che sempre più ambisce a essere: non un aspetto di nicchia, ma una dimensione strutturale delle politiche pubbliche. «Oggi abbiamo ascoltato buone pratiche, progetti ed esperienze dei territori», ha sottolineato la ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli. «Una realtà che, se si vuole, è possibile realizzare». Il punto non è più solo dimostrare che si può fare. È capire quanto queste esperienze stiano diventando sistema.

Investimenti e i numeri del turismo accessibile

La direzione è tracciata anche dalle risorse: 50 milioni di euro l’anno destinati a rendere accessibili luoghi della cultura, città, spiagge e percorsi turistici, primi fra tutti i “cammini”. Un investimento che negli ultimi anni ha iniziato a produrre effetti tangibili. Tra questi, l’attivazione di 560 tirocini formativi per persone con disabilità nel settore turistico.

«Grazie alle risorse messe a disposizione dal ministero è stato possibile attivare 560 tirocini», ha ricordato Locatelli, «tracciando così la strada per un percorso lavorativo indispensabile per costruire una vita il più possibile autonoma e indipendente». Il dato è significativo perché finalmente sposta il focus: dall’accessibilità come servizio all’accessibilità come leva di occupazione.

Lavoro e autonomia: l’inclusione deve diventare concreta

Il lavoro resta uno dei nodi più delicati quando si parla di disabilità. In questo senso, “Italia insieme” ha provato a scardinare il concetto che le persone con disabilità non possano lavorare. Un esempio concreto è stato dato alla cena di gala organizzata dalla ministra la sera prima del convegno, a cui ho partecipato con grande interesse. A ogni sedia occupata, erano appesi come gift bag gli zainetti realizzati dagli artigiani di Fody, la start-up pistoiese fondata da Lorenzo Traversari che ricicla rimanenze tessili e offre opportunità di stage e lavoro retribuito a persone con qualsiasi disabilità.

È importante vedere il doppio lato della medaglia: non solo accogliere turisti con disabilità, ma coinvolgere attivamente le persone con disabilità nella filiera del turismo. I tirocini rappresentano un primo passo in questa direzione: occasioni di formazione, ma anche di ingresso in contesti professionali reali.

In questo quadro, il turismo si conferma un settore ad alto potenziale inclusivo, capace di valorizzare competenze diverse e di generare percorsi di autonomia. Un terreno dove l’inclusione non resta principio, ma si misura nella quotidianità del lavoro.

Le reti che fanno la differenza

Un elemento che emerge con chiarezza è il ruolo delle reti. Il modello che prende forma è collaborativo: istituzioni, Terzo settore e imprese. In questo solco si inserisce la nascita della rete Bilt (Bellezza, Inclusione, Lavoro, Talenti), pensata per mettere in connessione realtà che promuovono opportunità lavorative per giovani con disabilità nel turismo.

Allo stesso modo, il protocollo firmato con Cittàslow Italia punta a diffondere pratiche di turismo accessibile nei territori, valorizzando il livello locale come spazio di innovazione. È qui che il modello sembra rafforzarsi: quando le esperienze non restano isolate, ma diventano replicabili.

Inclusione visibile: il valore dei gesti concreti

Accanto ai panel e ai numeri, anche i momenti più informali hanno contribuito a raccontare il senso del cambiamento, come appunto la cena di gala offerta la sera precedente ai lavori del convegno. Organizzata con la Federazione Italiana Cuochi — preparata e servita da persone con disabilità — ha rappresentato un esempio immediato di cosa significhi mettere in pratica l’inclusione. «Non una semplice cena, ma l’occasione per iniziare a sperimentare un nuovo sguardo», ha detto Locatelli dal palco dove si susseguivano band inclusive ad allietare la serata. «Per vedere in ogni persona le potenzialità e non i limiti».

Da persona con disabilità, esserci ha significato osservare da vicino non solo l’organizzazione, ma soprattutto il livello di competenze e professionalità in campo: tempi, ruoli, qualità del servizio. Il punto è che questi momenti non devono restare solo simbolici, ma diventare contesti di lavoro reale, dove la disabilità non sta al centro della scena, bensì parte di una normalità operativa. Ed è questo il passaggio più rilevante: quando l’inclusione funziona, smette di essere raccontata come eccezione.

Un percorso che cresce

Le esperienze raccontate a Firenze mostrano un sistema in evoluzione, dove le buone pratiche iniziano a dialogare tra loro e a trovare continuità.

Restano, però, alcune sfide note che è impossibile non citare: la diffusione omogenea sul territorio, la trasformazione dei percorsi formativi in occupazione stabile, la piena accessibilità dei servizi. Il quadro che emerge, comunque, è quello di un cambio di passo già in atto.

Dal progetto al paradigma

Il turismo accessibile, oggi, non può più essere solo un insieme di iniziative. È sempre più una lente attraverso cui ripensare l’offerta turistica nel suo complesso.

La direzione indicata è chiara: passare da interventi mirati a una progettazione inclusiva per tutti, capace di tenere insieme diritti, sviluppo economico e qualità dell’esperienza.

Resta aperta una domanda fondamentale, che si spera diventi sempre meno teorica: quando l’accessibilità smetterà di essere un’aggiunta e diventerà la normalità con cui funziona il turismo?

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