Primo censimento delle persone senza fissa dimora in Italia: 10mila persone senza una casa in 14 città

Contare per rendere visibile ciò che rimane nell’ombra. Contare per indirizzare le politiche e fare dell’inclusione una pratica concreta. La notte del 26 gennaio più di 6mila volontari hanno contribuito alla realizzazione di “Tutti contano”, il primo censimento delle persone senza fissa dimora in quattordici città italiane. Realizzata da Istat in collaborazione con Fio.PSD-ETS, la federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora, la rilevazione segna un primato in Italia e restituisce numeri e storie di chi vive ai margini: uomini, donne e giovani che hanno fatto di un portico, un giaciglio di stracci, un cartone o una tenda la loro casa.

I volontari si sono mossi di notte e, dal 26 al 28 gennaio 2026, hanno contato e raccolto storie di vita e testimonianze di chi, vivendo in condizioni di grave povertà, vede ridimensionata la sua esistenza e i suoi diritti: gli “invisibili” che abitano le nostre città sono 10.037. L’Istat ha censito la popolazione degli “ultimi” in 14 Comuni metropolitani e, contare, aiuta a rompere gli stereotipi: «Tenere insieme empatia e metodo significa mettere da parte i pregiudizi che spesso fanno parte dell’immaginario comune e ascoltare con autenticità, senza perdere il rigore dello strumento di ricerca – spiega ad Alley Oop Miriam Petrucci, responsabile di rilevazione di una delle zone interessate a Roma – Così ogni intervista si trasforma in un incontro rispettoso tra persone, prima che in una raccolta di dati».

Contare per conoscere

«Il tema della povertà è visto da angolazioni diverse – sottolinea Federico Di Leo, della direzione statistiche sociali Istat – Alcuni aspetti vengono illuminati ed altri rimangono in ombra: le politiche attorno ai senza dimora tendono a non vederli, è un tipo di povertà meno facile da affrontare. Ben vengono, quindi, le iniziative che aiutino a guardare. Ma soprattutto a contare».

Dal ‘900, spiega Di Leo, gli studi che si sono occupati dei senza dimora sono stati soprattutto qualitativi, affrontano cioè il tema con interviste e storie di vita. Contare, come ha fatto l’ultima rilevazione, è un’operazione nuova e «sfidante» che, continua Di Leo, «porta per la prima volta la dimensione quantitativa, quella del numero: è la prima volta che un istituto di statistica realizza un’indagine del genere». E, infatti, i numeri raccontano e danno concretezza a quelle che, senza misurabilità, rimarebbero percezioni.  Sono 10.037 le persone senza dimora, di almeno 18 anni di età: 5.563 persone, il 55,4%, sono ospitate nelle strutture di accoglienza notturna, mentre 4.474 persone, il 44,6%, sono state conteggiate in strada, in spazi pubblici o in sistemazioni di fortuna.

La differenza tra le città, a Roma il maggior numero di persone senza dimora

Guardando ai dati, le persone senza dimora corrispondono a circa lo 0,11% della popolazione residente dei Comuni considerati e si concentrano soprattutto nelle grandi città. In termini assoluti, Roma presenta il valore più elevato (2.621 persone, di cui 1.299 in strada), seguita da Milano (1.641), Torino (1.036) e Napoli (1.029), mentre Reggio Calabria registra la presenza più contenuta (31 persone). Tuttavia, questi numeri riflettono anche la diversa dimensione demografica delle città. Tuttavia, questi numeri sono influenzati anche dalla dimensione delle città.

Se si guarda alla distribuzione complessiva del fenomeno, Roma concentra oltre un quarto delle persone senza dimora conteggiate (26,1%), seguita da Milano (16,4%), Torino e Napoli (entrambe al 10,3%). Le differenze emergono anche nella composizione del fenomeno: se a livello complessivo le persone in strada rappresentano il 44,6%, in alcune città la quota è molto più elevata, come a Genova (65,9%), Firenze (59,0%) e Napoli (55,0%), mentre nelle città delle Isole risulta più contenuta, con un minimo a Messina (19,4%).

Le strutture di accoglienza, ai limiti di capacità a Genova e Napoli

Diffuso ma non omogeneo e, in molti contesti, già vicino ai limiti di capacità: il censimento fa luce anche sul ruolo e le condizioni delle strutture di accoglienza notturna. Nei 14 Comuni analizzati, oltre la metà delle persone senza dimora (55,4%) è qui che trova casa. L’Istat ha costruito la rilevazione a partire dalle liste delle strutture fornite dalle amministrazioni comunali, concentrandosi sulle strutture emergenziali di primo livello: quelle che accolgono persone provenienti direttamente dalla strada o da sistemazioni di fortuna.

Nel perimetro rientrano anche realtà informali, come i posti letto messi a disposizione da parrocchie, e strutture gestite dal privato sociale, restituendo così una fotografia ampia del sistema di accoglienza. Complessivamente, la capacità dichiarata delle strutture è pari a 6.678 posti letto, a fronte di 5.563 persone ospitate: un dato che, pur indicando un sistema ad alta saturazione (83,3%), mostra differenze rilevanti tra i territori.

Le grandi città concentrano sia l’offerta sia la domanda: Roma dispone della capienza più elevata (1.591 posti letto) con 1.322 ospiti, seguita da Milano (1.348 posti, 1.040 ospiti) e Torino (770 posti, 664 ospiti). Tuttavia, osservando il rapporto tra ospiti e capienza, emergono dinamiche diverse. In alcune città il sistema appare vicino alla saturazione, come a Genova (92,9%) e Napoli (89,4%). Mentre, in altre, si registrano situazioni più critiche o atipiche: a Venezia i posti risultano completamente occupati (100%) e a Cagliari gli ospiti superano la capienza dichiarata (111%), segnalando una gestione emergenziale con posti aggiuntivi.

Al contrario, contesti come Reggio Calabria (56,7%) e Messina (65,4%) mostrano livelli di utilizzo più contenuti, legati però anche a una disponibilità complessiva molto ridotta (rispettivamente 30 e 159 posti letto). Anche la dimensione media delle strutture varia in modo significativo: si passa da realtà più grandi come Milano (circa 54 posti per struttura) a sistemi più frammentati come Genova (18,4) o Reggio Calabria (15,0). Roma, pur avendo il numero più alto di strutture (54), presenta una capienza media più contenuta (29,5 posti), segno di una rete più diffusa ma meno concentrata.

Le strutture non sono tutte uguali nemmeno per modalità di accesso e tipologia di utenza: accanto a quelle istituzionali, sono presenti realtà informali – spesso legate al terzo settore – e solo una quota limitata richiede requisiti stringenti come documenti d’identità. Dietro i numeri, quindi, emergono dinamiche più complesse. «Le indagini non sono solo numeri o percentuali, ma processi costruiti con attenzione», osserva Cristiana Di Pietro, volontaria, sottolineando come il lavoro sul campo contribuisca a restituire una lettura più profonda del fenomeno. Anche l’accesso ai servizi non è sempre uniforme. «Tutti sapevano dove poter andare se avevano bisogno di qualcosa, dal mangiare a un posto dove dormire» specifica Martin Rossi, volontario, evidenziando allo stesso tempo come le condizioni cambino molto a seconda dei territori.

Chi sono le persone senza dimora: più giovani al Sud

«Ti rendi conto che sono persone normalissime, con la loro storia, molto diverse da come spesso le immaginiamo» racconta ad Alley Oop Rossi, facendo riferimento alla sua esperienza di rilevazione. Nei numeri, come emerge dalle testimonianze dei volontari raccolte da Alley Oop, ci sono storie, traiettorie diverse, vite che a un certo punto si sono incrinate. Persone che oggi condividono una condizione comune, l’assenza di una casa, ma che arrivano da contesti, età e percorsi molto differenti. Conosciamo parte della loro storia in base ai dati disponibili: le persone ospiti nelle strutture di accoglienza, ad esempio, sono registrate anche per nazionalità.

Nel complesso, la componente straniera è prevalente – circa il 70% degli ospiti – ma il quadro cambia osservando i territori: in alcune città del Sud la presenza italiana è più consistente. A Cagliari, ad esempio, circa l’80% degli ospiti è di nazionalità italiana, mentre gli italiani sfiorano la maggioranza anche a Napoli (50,5%) e Genova (51,8%). Al contrario, la presenza straniera raggiunge i valori più elevati a Milano (80,1%) e Bari (78,7%). Anche l’età contribuisce a definire un fenomeno tutt’altro che uniforme.

La presenza di giovani tra i 18 e i 30 anni è più alta nelle città del Sud e delle Isole, come Catania (39,3%), Bari (31,2%) e Messina (25,0%), mentre gli over 60 sono più numerosi soprattutto a Roma (33,1%) e Napoli (29,8%). Nel complesso, si tratta prevalentemente di una popolazione adulta, segnata da percorsi diversi ma accomunata da condizioni di fragilità. Una fragilità che spesso si intreccia con la solitudine: «Molte delle persone incontrate sembrano non avere reti familiari o relazioni significative su cui poter contare» dice ad Alley Oop la volontaria Pinuccia Signorello, aggiungendo: «In alcuni casi, si intuiscono anche fragilità più profonde, che rimandano al tema della salute mentale».

Donne senza dimora, invisibili e più nascoste

Le donne senza dimora ci sono, ma si vedono meno. Spesso perché scelgono, o sono costrette, a nascondersi di più, per proteggersi da violenze e situazioni di rischio. Una presenza più silenziosa, che rende il fenomeno in parte sommerso e difficile da intercettare. Anche nei numeri questa invisibilità emerge chiaramente. Dal conteggio realizzato, le donne ospitate nelle strutture sono 1.189, pari al 21,4% del totale: una quota decisamente inferiore rispetto a quella maschile e lontana dall’equilibrio della popolazione generale. Il numero di donne ospitate supera le 100 unità a Roma, Milano e Torino, città che nel complesso accolgono oltre il 60% del totale. Tuttavia, la quota femminile varia sensibilmente da territorio a territorio: si passa dai valori più bassi di Messina e Firenze (rispettivamente 10,6% e 11,3%) ai livelli più elevati di Milano (26,3%), Roma (25,6%) e Catania (23,6%).

Dietro questa minor presenza si nasconde una vulnerabilità specifica, fatta di percorsi più frammentati e spesso sostenuti da reti informali di aiuto, che permettono alle donne di evitare, almeno temporaneamente, la strada o le situazioni più esposte. Un fenomeno meno visibile, ma non per questo meno rilevante: «Ascoltare direttamente le storie delle persone significa entrare, anche solo per un momento, nelle loro vite», racconta Maria Chiara Petrassi, volontaria, evidenziando bisogni spesso invisibili ma urgenti.

Il ruolo dei volontari: formazione, metodo e organizzazione

A rendere possibile il primo censimento delle persone senza fissa dimora in Italia è stato un lavoro collettivo fatto di preparazione, coordinamento e presenza sul campo. Nella notte del 26 gennaio più di seimila volontari sono scesi in strada per incontrare chi vive senza una casa, trasformando una rilevazione statistica in un’esperienza di ascolto diffuso sul territorio. Il loro coinvolgimento è stato costruito a partire da una fase di formazione strutturata, aperta anche a chi non aveva mai fatto volontariato di strada. Accanto a operatori del terzo settore, c’erano studenti, ricercatrici, impiegati e professionisti che hanno scelto di mettere a disposizione il proprio tempo per guardare la città da una prospettiva diversa.

«Ho scoperto che la coordinatrice della zona era una mia studentessa e che tra i volontari c’erano anche altri studenti – racconta ad Alley Oop Pinuccia Signorello, docente Lumsa e volontaria – E lì quell’esperienza è diventata ancora più significativa: uno spazio condiviso in cui si sono incontrati mondi diversi, che per una sera hanno dialogato tra loro (l’università, i servizi, la formazione, l’intervento) intorno alle persone e alle loro storie».

Dal punto di vista metodologico, la preparazione è stata centrale. «È stato fondamentale lavorare molto nella fase di formazione dei volontari, insegnando prima di tutto a riconoscere correttamente le persone senza dimora e a mettere da parte i pregiudizi», spiega ad Alley Oop Miriam Petrucci, responsabile della rilevazione nel quartiere Prati-Eroi di Roma. L’obiettivo non era solo raccogliere dati, ma costruire un incontro. «Ho insistito molto sull’importanza di creare uno spazio di vero scambio umano ed emotivo», racconta. Per questo, ai volontari veniva indicato di partire da una domanda semplice: «“Come stai?”, ma ponendola con un interesse autentico». È da qui che cambia il senso dell’intervista. «Partendo da questo approccio, il questionario smette di essere una sequenza rigida di domande e si trasforma spesso in un racconto di vita» continua Petrucci. Nei giorni precedenti alla rilevazione, i volontari si sono esercitati proprio per rendere naturale uno strumento complesso, imparando a raccogliere informazioni durante il dialogo e a completare poi il questionario in modo accurato. Anche l’organizzazione sul campo è stata pensata per garantire sicurezza ed efficacia. I volontari sono stati suddivisi in squadre di tre o quattro persone, dotati di pettorine di riconoscimento e assegnati a specifiche aree da esplorare a piedi o in auto, con il supporto di un’app per registrare le informazioni raccolte.

«Un elemento centrale è stato creare coppie di volontari che potessero fidarsi l’uno dell’altro – sottolinea Petrucci – Così il lavoro è stato più sicuro ed efficace». In questo quadro, anche il coinvolgimento della Libera Università Maria Santissima Assunta (Lumsa) è nato da una scelta precisa. «L’ateneo è stato partner dell’iniziativa su mia specifica proposta progettuale» spiega Petrucci, aggiungendo: «Ho ritenuto fin da subito strategico coinvolgerlo come nodo operativo e comunitario del progetto. Gli spazi universitari hanno svolto una funzione fondamentale durante tutte le fasi operative. Dalla formazione, che ha coinvolto oltre cento partecipanti, alla distribuzione dei materiali e al coordinamento delle attività». In pieno inverno, con temperature rigide e condizioni meteo difficili, l’università è diventata anche un punto di rientro e confronto: «Avere uno spazio caldo e protetto ha fatto la differenza, anche per poter compilare i questionari con maggiore accuratezza».

Il coinvolgimento dell’ateneo ha avuto anche una dimensione formativa e comunitaria. Docenti e studenti hanno partecipato direttamente come volontari, contribuendo alla realizzazione delle attività e rafforzando il legame tra ricerca, territorio e intervento sociale. L’esperienza si è poi chiusa con un momento di restituzione pubblica: il convegno “Contare per includere”, in cui sono state condivise non solo le evidenze quantitative, ma anche le esperienze vissute sul campo.  Un lavoro strutturato, ma profondamente umano. «Senza la capacità di stare in relazione quei dati avrebbero raccontato solo una parte della storia – ha sottolineato durante il convegno Signorello – La relazione è parte della conoscenza: non è qualcosa che disturba la ricerca, ma la rende più profonda. Quando entriamo in relazione con una persona iniziamo a capire. Senza capacità relazionale non c’è vera comprensione della realtà».

Ciò che resta, oltre i numeri: «Esserci gli uni per gli altri»

Se i numeri restituiscono la dimensione del fenomeno, sono gli incontri a cambiarne il significato. Per molti volontari e volontarie, la scelta di partecipare nasce da un bisogno personale prima ancora che professionale. «In un tempo storico così complesso, ho sentito il bisogno di fermare per un momento la mia quotidianità e fare qualcosa di concreto, anche piccolo, ma reale – racconta Signorello – Insieme a mio marito e a due amiche avevamo proprio questo desiderio: fare qualcosa di significativo per la città, insieme».

Una spinta che spesso si intreccia con il desiderio di comprendere meglio una realtà poco visibile. «Come cittadina volevo contribuire a rendere visibili persone che nell’immaginario collettivo restano escluse», spiega Cristiana Di Pietro, volontaria e ricercatrice. «Ma anche, da studiosa, capire come un’indagine così complessa possa essere costruita e realizzata». È proprio questo intreccio tra esperienza e osservazione che cambia lo sguardo. «Il valore umano, inestimabile, è la decostruzione del senso comune sia sulla specifica popolazione oggetto di osservazione, le persone senza dimora, sia rispetto alle indagini Istat – continua Di Pietro – Che vanno oltre il semplice numero percentuale, ma sono costruite con attenzione, attraverso processi di negoziazione multidisciplinare».

Quello che emerge è una realtà più accessibile e più umana di quanto si immagini. «Tra gli aspetti che mi hanno sorpreso, la facilità di entrare in contatto con le persone, anche solo salutandole – aggiunge la volontaria – Alcune hanno mostrato disponibilità a riflettere sui cambiamenti della società attraverso la loro storia». Anche per Maria Chiara Petrassi, volontaria, l’incontro diretto ha cambiato le aspettative. «Mi aspettavo forse più diffidenza, invece ho trovato una disponibilità sincera al racconto e una forte umanità, che ha reso possibile creare, anche in poco tempo, una connessione autentica». Ma è soprattutto nei dettagli che si rompe lo stereotipo. «Una persona mi ha detto che i momenti più belli erano quelli in cui riusciva a lavarsi – racconta Martin Rossi, volontario – Una cosa così banale per noi diventa improvvisamente il momento migliore della giornata o della settimana». E aggiunge: «Dopo quell’esperienza, anche fare la doccia non è più la stessa cosa: inizi a non dare più per scontati certi gesti».

Le storie raccolte sono diverse, a volte lontane dall’immaginario comune. «C’era chi raccontava di aver scelto di vivere per strada, chi diceva di non stare male, chi invece parlava di solitudine e sfiducia – continua Rossi – I problemi spesso non sono quelli che immaginiamo». Alcuni incontri restano come domande aperte. «Mi è rimasto impresso anche il rifiuto di una persona che non voleva essere “contata come senza dimora” – racconta Di Pietro – O il racconto di un’anziana che osservava il cambiamento della società attraverso i turisti di Piazza San Pietro». E poi ci sono le storie che parlano di legami, anche in condizioni difficili. «Mi ha colpito una giovane coppia che viveva in tenda», racconta Petrassi.

«Si erano incontrati in modo casuale, in un contesto non semplice, e avevano scelto di restare insieme nonostante le difficoltà economiche e lavorative. Con la loro determinazione portano avanti il tentativo quotidiano di costruire, passo dopo passo, un proprio spazio e una propria stabilità».  Quello che rimane, oltre il dato, è il valore umano: «Restano le storie, i volti, le persone con cui hai condiviso quell’esperienza – dice Signorello – Resta nel cuore, in modo molto forte, un senso di fratellanza, di esserci gli uni per gli altri, che fa pensare al mondo che sogniamo».

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