
«Sulle seconde generazioni ci giochiamo moltissimo. Siamo ancora in tempo per evitare l’”effetto Francia”», con periferie razzializzate e isolate come le banlieue, ma «il tempo sta scadendo». Per questo, «bisognerebbe investire nella scuola e nello sport, soprattutto in periferia», perché «in generale, se funziona il welfare, anche l’intera società funziona meglio». Così Livia Ortensi, membro del comitato scientifico di Fondazione Ismu Ets, commenta con Alley Oop i dati emersi dal 31esimo Rapporto Ismu sulle migrazioni. Dai numeri emerge «un quadro molto stabile» rispetto agli anni precedenti, nota l’esperta, che in parte contraddice «la narrazione spesso allarmata sui flussi». Un tormentone che spesso giustifica «politiche e sforzi di esternalizzazione anche discutibili dal punto di vista dei diritti umani», come i centri per migranti in Albania o gli accordi con Paesi terzi come la Tunisia per la gestione delle partenze.
Allo stesso tempo però ci sono degli «aspetti che rimangono problematici», afferma Ortensi. Dall’autosegregazione scolastica dei ragazzi con backround migratorio, che spesso tendono a evitare licei e università, alle tensioni su base etnica nelle città. O ancora l’inserimento lavorativo in contesti a bassa specializzazione e a bassi salari, il pregiudizio linguistico e le barriere che sono ancora più forti quando si parla di donne migranti. «Ci sono poi situazioni complicate, come quelle dei minori non accompagnati, o dei richiedenti asilo che provengono da contesti drammatici, che richiedono policy avanzate e moltissima cura». Tuttavia, «proprio perché siamo lontani dai picchi del numero di ingressi nel passato, è un buon momento per lavorare sull’inclusione» e l’accoglienza.
Un quadro stabile
Partiamo dai numeri. Al 1 gennaio 2025, secondo le stime di Fondazione Ismu, in Italia sono presenti 5 milioni e 898mila stranieri, con un incremento di 143mila persone rispetto all’anno precedente. I residenti sono cresciuti a quota 5 milioni e 371mila, mentre restano sostanzialmente stabili i soggiornanti regolari non iscritti in anagrafe (188mila) e le persone in condizione di irregolarità (circa 339mila). Per chi proviene da contesti politici critici, le richieste d’asilo sono scese del 16,2% a 126.630. Guardando invece agli arrivi, quelli via terra dalla frontiera italoslovena si sono dimezzati (da 7300 nel 2024 a 3.900 nei primi 8 mesi del 2025. Non ci sono particolari novità sui numeri arrivi via mare (-0,5% rispetto al 2024 a 66mila), ma le tragedie via mare rimangono una ferita dolorosa: lo scorso anno hanno causato almeno 1.342 morti e dispersi.
I giovani chiedono la cittadinanza
Un segnale positivo sull’inclusione arriva «dal trend in aumento delle richieste di cittadinanza», afferma Livia Ortensi di Ismu. Nel decennio 2015-2024 le acquisizioni hanno superato un 1 milione e 600mila unità, «anche con leggi restrittive» come quelle attuali. In più, partire dal 2022, sono tornate stabilmente oltre la soglia delle 200mila l’anno, dopo un periodo (2017-2021) caratterizzato da livelli inferiori per effetto della pandemia da Covid-19 e di cambiamenti nelle modalità di presentazione della domanda. Inoltre, «nonostante le barriere amministrative, tanti 18enni nati in Italia acquiscono la cittadinanza per scelta elettiva – afferma Ortensi – Per le prime generazioni più che un aspetto identitario era un fattore d’identità, mentre ora è un segnale di integrazione».
E, in effetti, in questo senso i dati parlano chiaro: negli ultimi dieci anni sono state oltre 620mila le richieste di cittadinanza accolte per gli under 20.La sfida ora non è solo continuare su questa strada, ma permettere «alle persone che si aggiungono alla società italiana di non farlo in modo subalterno», afferma Ortensi. «In modo plastico, i dati Istat ci mostrano che la percentuale di famiglie povere tra quelle straniere è molto più alta che tra quelle italiane» e il welfare «ha un po’ le armi spuntate». Infatti, «non riesce a bilanciare le disuguaglianze sociali all’origine». Questo ha ripercussioni anche su fenomeni «come la violenza nelle città» che spesso coinvolgono i giovani nelle periferie. Per mitigare le differenze però dovremo «scommettere sull’inserimento lavorativo delle seconde generazioni».
Scommettere sulla scuola
La scuola è un punto di partenza cruciale per vincere questa sfida. Oggi, secondo i dati Ismu, sono circa 930mila gli alunni con cittadinanza non italiana iscritti dagli istituti dell’infanzia a quelle secondarie di secondo grado (l’11,6% sul totale). Tuttavia, gli indicatori delle difficoltà educative confermano una persistente disparità a sfavore dei giovani con background migratorio. Per esempio, secondo Ismu, nel 2024 il rischio di dispersione scolastica implicita (il mancato raggiungimento dei livelli minimi di competenza al termine del primo ciclo di istruzione) risultava più elevato tra gli studenti immigrati di prima generazione (22,5%), rispetto sia agli italiani (11,6%) sia agli stranieri di seconda generazione (10,4%). Il tasso di abbandono precoce degli studi tra i 18 e i 24 anni che si sono fermati alla licenza media si è invece allineato alla media europea (8,5% nel 2024 contro l’8,1% dell’UE-27).
Quanto alle scelte scolastiche, gli alunni stranieri rimangono una componente stabile degli istituti tecnici, diminuiscono nei professionali e aumentano nei licei, soprattutto tra i nati in Italia. Tuttavia, rimane un divario con i loro coetanei con cittadinanza italiana, che rappresentano il 53,7% dei liceali (il 20 in più). Una differenza simile rimane anche nelle aspirazioni universitarie: nella scuola secondaria di secondo grado il 56,6% degli studenti dichiara l’intenzione di proseguire gli studi, quota che scende al 44,5% tra gli stranieri, rispetto al 57,8% degli italiani. Pian piano questo gap è destinato a ridursi. Secondo Livia Ortensi, «mentre le prime generazioni impostavano il loro piano di vita sul sostentamento della loro famiglia. I più giovani guardano ai percorsi dei loro pari considerando le loro scelte di vita e carriera come un sacro santo diritto», dove le «differenze etniche» non incidono.
Lavori poveri e usuranti
Questo aspetto è spesso diverso per chi è già inserito nel mercato professionale, nonostante l’immigrazione, secondo il report, sia cruciale per la sua tenuta. Nel 2024 le forze di lavoro straniere sono cresciute di oltre il 4% a circa l’11% del totale. Oltre 133mila dei nuovi occupati poi erano cittadini stranieri. Molti di loro, soprattutto tra le persone di prima generazione, sono impiegati però in settori «a bassa specializzazione (il 26% contro il 7,6% dei nati in Italia), nei lavori di cura o nella logistica, nell’agricoltura e nelle costruzioni», afferma Ortensi. Si tratta di mansioni «fisicamente usuranti, rischiosi e faticosi», oltre che con salari più bassi (in media del 30,4% rispetto ai lavoratori comunitari nel 2024) e con un peso psicologico significativo «Basti pensare all’impatto sulla salute mentale delle donne che lavorano tutto il giorno come caregiver di persone anziane con problemi di salute o demenza senile», osserva l’esperta.
La sfida per le donne
Questa non è l’unica sfida che devono affrontare le donne migranti, che spesso hanno livelli di occupazione e retribuzione più bassi. Inoltre, «spesso l’unica categoria che associamo loro è quella della vulnerabilità – spiega Emanuela Bonini che per Fondazione Ismu Et si è occupata proprio delle questioni di genere – Oltre alla famiglia o ai traumi del viaggio però c’è molto altro». «Spesso si tratta di persone che hanno necessità di vedere valorizzate la formazione pregressa o le competenze», che non sono «riconosciute per limiti burocratici» o non sono «formali o legate a titoli di studio», afferma l’esperta. La barriera linguistica in questo senso ha un ruolo fondamentale, anche se paradossalmente «lavori come quelli d cura, che vedono una maggioranza di impiegate con background migratorio, richiedono una capacità comunicativa migliore, più colloquiale».
Inoltre anche quando le professioniste hanno «le competenze per svolgere determinate mansioni, spesso hanno un percorso culturale diverso che rende difficile leggere il funzionamento di alcune dinamiche e l’aspetto relazionale informale», spiega Bonini. Per favorire la loro permanenza lavorativa spiega l’esperta, può essere utile, come molte aziende fanno, mettere a loro disposizione «figure di mentoring, cioè colleghi o colleghe di pari grado che facilitino la loro introduzione nel contesto professionale». Rispetto a coloro che invece preferiscono non lavorare, «non conosciamo i loro bisogni, il loro background e i loro desideri», afferma Bonini. In molti casi non sorprende che «arrivate in un Paese con pericoli diversi e altri timori, scelgano di curare la loro famiglia e i loro figli». Anche evitare di «sovradeterminarle» in base alla nostra cultura, secondo la ricercatrice di Ismu, è un passo da compiere per l’inclusione.
***
La newsletter di Alley Oop
Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com