
I numeri cambiano ma l’andamento a forbice resta. Oggi come 10 anni fa il passaggio dalla formazione universitaria alla carriera accademica in Italia vede una riduzione della presenza femminile man mano che si scalano i livelli della professione. E proprio come nel 2015, il momento in cui la forbice si apre è nel passaggio da ricercatori a professori associati. Qui continuano a concentrarsi le maggiori perdite di talento femminile, segno che ci sono delle difficoltà strutturali che faticano a mutare.
Nel 2024 le donne sono state il 43% dei 89.786 tra docenti e ricercatori (+1% rispetto all’anno precedente), secondo l’ultimo focus del Mur sul personale docente e non docente nel sistema universitario. A livello di singola posizione accademica però ci sono rilevanti differenze. La percentuale delle donne passa infatti dal 50% tra i titolari di assegni o contratti di ricerca al 29% tra i professori ordinari.
La fase intorno ai 30 anni è infatti quella in cui le donne hanno delle posizioni da ricercatrici o assegniste e, al contempo, potrebbero o stanno formando una famiglia. «È un momento delicato nella carriera di una donna. Per questo nella ricerca, specie nelle Stem, servirebbero valutazioni che tengano conto dei periodi di congedo e strumenti per garantire un rientro pieno sul lavoro ma anche con politiche attive per la conciliazione» dice ad Alley Oop Laura Ramaciotti, rettrice dell’Università degli Studi di Ferrara e presidente della Conferenza dei Rettori delle Università italiane (Crui).

Gli ultimi dati
Tanto in Italia come nei 27 Paesi dell’Unione Europea si osserva un lento ma graduale aumento della percentuale delle donne sia nelle aree Stem sia nelle posizioni apicali della scala gerarchica.
Tuttavia, mostra il report Focus sulle carriere femminili in ambito accademico aggiornato all’anno 2024/2025, l’equilibrio di genere non è stato ancora raggiunto in tutte le qualifiche e in tutti gli ambiti disciplinari. Anzi, man mano che si ricoprono posizioni meno precarie o che offrono la possibilità di accedere ai ruoli accademici le carriere di donne e uomini iniziano ad allontanarsi.
Le prime rappresentano stabilmente oltre il 50% della popolazione studentesca universitaria italiana (sono circa il 57% del totale degli iscritti e circa il 59% di coloro che conseguono il titolo di studio) eppure con il passaggio dai banchi dell’ateneo alle cattedre accademiche il divario di genere tende ad ampliarsi.
Il 2024 ha segnato un punto di equilibrio tra i titolari di assegni di ricerca, con le donne che hanno rappresentato la metà del totale, ma tra i ricercatori a tempo determinato si inizia a osservare il divario di genere. Qui le donne rappresentano il 46% del totale (19.092 unità in tutto). Al livello successivo, le professoresse di seconda fascia sono complessivamente il 43% (su 27.846 unità). Al livello apicale della carriera accademica, infine, si conta solo il 29% (+1 p.p. rispetto il 2023) di donne su un totale di 17.695 professori ordinari. Anche nei principali organi di governo degli atenei la componente maschile è sovrarappresentata.
L’età media resta elevata: 51 anni. Si passa dai 43 anni dei ricercatori ai 52 degli associati e ai 58 per gli ordinari.
Il confronto tra ieri e oggi
Nel 2015 le donne erano circa la metà tra i titolari di assegni di ricerca e tra i ricercatori universitari, similmente a oggi, mentre erano al 36% tra i professori associati e al 22% tra i professori ordinari.
Commentando l’evoluzione nel corso degli anni, Ramaciotti dice: «La presenza femminile è molto forte in ingresso però si riduce progressivamente man mano che si sale verso i ruoli apicali. Un cambiamento, per quanto non rapidissimo, c’è stato e sta diventando significativo. Soprattutto se guardiamo alla distribuzione delle donne lungo i diversi livelli di carriera accademica».
Negli ultimi 10 anni, infatti, i veri miglioramenti in carriera si osservano nelle fasce alte della docenza: le professoresse associate sono passate dal 36% al 43%, mentre le ordinarie sono salite dal 22% al 29%.
Nonostante gli incrementi (in entrambi i casi di circa 7 punti percentuali) la struttura a “forbice” resta: la rappresentanza femminile si riduce man mano che si sale verso i vertici, con un ribaltamento dei rapporti di genere sempre nello stesso punto.
Governance accademica
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una rapida crescita della presenza femminile ai vertici delle università italiane e, a febbraio 2026, sono 22 le donne a capo di atenei associati alla Crui, su un totale di 85.
Insieme, da Nord a Sud, guidano una popolazione studentesca di oltre 500mila persone, vale a dire oltre un quarto dei 2 milioni di studenti che risultano iscritti all’università in Italia. «Quando ho iniziato il mio mandato da rettrice – ricorda la presidente – eravamo poco più di 10. Nell’arco di qualche anno siamo raddoppiate. Quindi, anche se siamo ancora poco meno di 1 su 4, il percorso è in evoluzione».
Nata nel 1963, la Crui svolge un ruolo di indirizzo e di coordinamento delle autonomie universitarie. Ramaciotti è a capo dell’istituzione da settembre 2025 ed è la seconda presidente donna dopo il mandato precedente di Giovanna Iannantuoni. Prima di loro la stessa Crui è stata guidata da soli uomini per 60 anni.
Il collo di bottiglia
Oggi come 10 anni fa, il delta molto pronunciato tra donne e uomini nel ruolo di rettori è conseguenza di una divaricazione nel quadro di genere che si crea nei vari passaggi di carriera accademica e che si colloca in una classe di età cruciale per lo sviluppo della professione, cioè quando si arriva alla posizione propedeutica al ruolo. La stessa fase spesso coincide con il periodo della pianificazione familiare.
Proprio la maternità, indica Ramaciotti, è un elemento che influisce molto e incide, in modo particolar modo, nelle discipline scientifiche e tecnologiche (dove la presenza femminile ai vertici è ancora intorno al 24%). «Laddove il lavoro è fortemente legato a una presenza continuativa in laboratorio, un’interruzione prolungata può tradursi in un rallentamento o in un’uscita temporanea anche dal circuito competitivo della ricerca». È l’effetto del maternal wall: un insieme di forze silenziose che spingono le madri ai margini.
Se le carriere sono più fragili, allora raggiungere ruoli apicali è più complicato. Il punto, sottolinea la presidente della Crui, «non è solo aumentare la presenza ottimale all’ingresso ma anche intervenire sui momenti di transizione, sulle condizioni che rendono più facile la permanenza nel sistema, in particolare nelle fasi in cui si concentrano scelte familiari e di costruzione della carriera scientifica».
Risposte strutturali
La ricetta per sostenere il talento femminile e rompere il «soffitto di cristallo» tipico del nostro sistema accademico deve prevedere non solo un cambio all’interno delle istituzioni ma anche soluzioni strutturali, a partire da un welfare che funzioni.
Se da una parte si deve lavorare, cita Ramaciotti, su «trasparenza e monitoraggio dei dati nella carriera, commissioni equilibrate, valutazioni che tengano conto dei periodi di congedo e strumenti che garantiscano un rientro pieno dopo eventuali interruzioni di carriera». Dall’altra, servono politiche attive per la conciliazione, vale a dire «servizi per l’infanzia e la cura accessibili, oltre che reti di supporto territoriali».
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Alley Oop ha compiuto 10 anni il 15 febbraio e il 3 marzo ha tenuto l’evento celebrativo nella Sala della Regina di Montecitorio. In una serie di articoli in edizione speciale raccontiamo come è cambiata la società dal 2016 ad oggi.
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