Disabilità, al Festival di Sanremo la narrazione pietistica non valorizza il talento

Carlo Conti e Laura Pausini con il Coro Anffas (Photo by Marco Alpozzi/LaPresse)

Non come artisti ma come «ragazzi» infantilizzati: questa è la narrazione della disabilità che arriva dal più importante evento musicale del Paese. Sull’inclusività, il Festival di Sanremo ha ancora da imparare: nella seconda serata della kermesse, il coro Anffas di La Spezia si è esibito sul palco dell’Ariston. Ma gli artisti del coro sono stati definiti «speciali» in virtù della loro disabilità e hanno indossato una maglietta rossa con la scritta “Sono come te”.

«Non siamo “ragazzi”, non siamo come i normodotati, né oggetti per fare share, con le magliette pietistiche» sottolinea Ilaria Parlanti: scrittrice e firma di Alley Oop, convive con una rara sindrome genetica fin dalla nascita e conosce da vicino le narrazioni pietistiche sulla disabilità. La stessa veicolata dal festival: «Carlo Conti sa dare una sola visione della disabilità: intellettiva e relazionale. I professionisti che hanno altre forme di disabilità non esistono».

Livellare le differenze non è inclusività

Pochissimi cantanti con disabilità, se non come ospiti speciali, hanno calcato il palco dell’Ariston: Luciano Tajoli, cantante poliomielitico, non è stato invitato a Sanremo fino al 1961 perché ritenuto “poco telegenico”. Quando ci sono, le persone con disabilità non vengono presentate come artisti ma come «eroi»: il solco narrativo è quello dell’inspiration porn, per cui sarebbero fonte di ispirazione non tanto per i traguardi raggiunti, ma per il fatto di riuscire ad ottenere dei risultati nonostante la disabilità. La maglietta rossa indossata ieri dai componenti del coro, osserva Parlanti, lo testimonia: «A Sanremo è stata data la visione, con quella maglietta rossa da semaforo, che tutti si fermassero a riflettere di come le persone con disabilità siano uguali ai normodotati: cosa mai così falsa. Intanto, la maglietta ha provocato un effetto contrario: la sottolineatura della differenza e l’ennesimo reminder ai normodotati di quanto noi disabili vorremmo essere come loro e non potremmo mai».

La disabilità rimane «il momento sociale»

Eppure il talento non fa questa distinzione: «Si sarebbe potuto invitare un artista in quanto artista, con un grande ed evidente talento, la cui canzone ha avuto tanto successo. Come ad esempio Leonardo De Andreis» dice ad Alley Oop Marina Cuollo, scrittrice e consulente D&I, che aggiunge: «Probabilmente ci sarebbero stati comunque gli errori linguistici da parte dei conduttori, ma forse per una volta il pubblico avrebbe visto il talento per quello che è e la disabilità come parte di un’identità e non una funzione sociale».

L’inclusione non può limitarsi a una coreografia o una canzone cantata «insieme ai ragazzi». Ma significa riconoscere pienamente adultità, competenza e complessità delle persone, non definirle a partire dalla disabilità. «Le persone disabili sul palco di Sanremo esistono solo come funzione, quella di far sentire migliori le persone che guardano – spiega Cuollo – Siamo sempre e solo il momento sociale, mai e poi mai veniamo inviati in quanto professionisti. Perché evidentemente per loro non esistiamo in questa veste».

Una persona con disabilità competente sposta gli equilibri

Se «sono come te», perché serve dichiararlo con una maglietta? Se lo chiede Valentina Tomirotti, consulente in comunicazione inclusiva: «Dire “sono come te” serve a tranquillizzare chi guarda. La vera inclusione non cancella la differenza. La riconosce. La sostiene. La rende competente – scrive sul suo profilo Instagram – Vedere persone che stonano non è “dolce”. È il risultato di un sistema che preferisce l’intrattenimento alla formazione, la coccola alla crescita, la gestione al talento. Perché una persona con disabilità competente sposta gli equilibri. Chiede spazio. Chiede cachet. Chiede rispetto». Sul tema sono intervenute anche diverse associazioni che quotidianamente lavorano per i diritti delle persone disabili: «No, non ci basta salire su un palco – ha scritto l’associazione CoorDown – Vogliamo farlo nel modo giusto esprimendo il nostro talento di persone libereda gabbie imposte dalla narrazione dominante». Anche Graziella Severino, presidente di Entusiasmabili, che già a Carlo Conti aveva lanciato un appello, sottolinea come «Si fa vedere solo un lato della disabilità e non viene mostrato il talento. L’arte è un lavoro per cui tante persone con disabilità si impegnano e noi vogliamo vedere il talento. Carlo Conti ha deciso di non mostrarlo».

Campioni paraolimpici come «eroi moderni»

La narrazione fallace e dominante non risparmia nemmeno gli atleti paraolimpici, definiti da Giovanni Malagò, presidente del comitato organizzatore dei giochi, «eroi moderni che nel limite hanno trovato la loro risposta, tramite lo sport, per vincere le loro battaglie». L’appello degli atleti paraolimpici dal palco dell’Ariston non ha riguardato le «loro battaglie». Ma il paritario coinvolgimento del pubblico nei giochi. «La cosa che mi piacerebbe di più è avere il sostegno di tutta l’Italia – ha detto Giacomo Bertagnolli, campione paralimpico trentino di sci alpino – È la cosa che ci manca e che veramente aggiungerebbe quel pizzico in più che ci dà la forza per continuare e fare molto bene». Sostegno, non pietismo: è questa la linea di confine che separa una narrazione emotiva e consolatoria da un riconoscimento pieno, adulto e paritario del talento, dentro e fuori dal palco.

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