Sanremo, Bambole di Pezza: «La parità non c’è, femminista è una parola importante»

Bambole di Pezza durante la prima serata della 76edima edizione del festival di Sanremo (Photo by Marco Alpozzi/LaPresse)

«Portate temi femminili e femministi. Non pensate che oggi, negli anni quasi 3000, questa contrapposizione sia ormai superata?». Le Bambole di Pezza, prima rock-punk band interamente femminile a salire sul palco del Festival di Sanremo, avevano già dichiarato di sentire la responsabilità di questo primato. In conferenza stampa arriva puntuale una domanda che mette in discussione proprio quella scelta identitaria. “Femminista” è una parola che ancora oggi basta a generare polemica. Eppure, replicano, «è un termine che ci piace molto e che usiamo con il coraggio che merita». Per la band non è uno slogan, ma una rivendicazione precisa: «È una parola importante in una società in cui la parità non è ancora raggiunta. Non siamo contro il sistema maschile: vogliamo la parità. Non è essere contro qualcuno, significa lavorare per andare verso una società più giusta». Ma, ha replicato il giornalista, «la nostra non è una società patriarcale: la parità c’è». I numeri raccontano una realtà diversa. E a ribadirlo, alla loro prima conferenza stampa sanremese, sono state proprio le Bambole di Pezza.

La parità «che ci sarebbe» non c’è

Il Festival di Sanremo riesce spesso a restituire il “polso” del Paese anche attraverso le convinzioni che emergono nel dibattito pubblico. La presunta parità raggiunta e l’idea di un femminismo ormai superato ne sono un esempio. Eppure i dati dicono altro.

Il Gender Equality Index 2025, elaborato dall’European Institute for Gender Equality (EIGE), assegna all’Italia 61,9 punti su 100, collocandola sotto la media europea (63,4) e mostrando come la parità di genere resti ancora distante da un traguardo reale. Le disparità emergono soprattutto nel mercato del lavoro: il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi dell’Unione europea, con circa il 33% di occupazione full-time equivalente per le donne, contro il 53% degli uomini.

«I dati oggettivi» sugli stipendi

«Ci sono dati soggettivi e dati oggettivi. E, che la parità di stipendi non esista ancora, lo dimostrano le ricerche», hanno prontamente risposto le Bambole di Pezza in sala stampa. Una delle rilevazioni più recenti lo conferma. Il Rendiconto di genere del Civ Inps 2025, presentato proprio nei giorni di apertura del Festival, racconta una distanza che non è percezione ma numeri: le donne guadagnano oltre 25 punti percentuali in meno rispetto agli uomini. Un divario che si amplia in alcuni settori, arrivando al 31,7% nelle attività finanziarie e assicurative, al 23,6% nel commercio, al 19,7% nella manifattura e al 15,7% nei servizi di alloggio e ristorazione. E il gap non riguarda soltanto la busta paga, ma l’intero percorso professionale. Solo il 21,8% dei dirigenti è donna, e tra i quadri la quota si ferma al 33,1%. Il merito non manca – le donne rappresentano il 59,4% dei laureati e il 52,6% dei diplomati – ma la trasformazione di quel capitale formativo in accesso ai ruoli decisionali resta ancora incompleta. Poi il conto arriva alla fine della carriera. Le pensioni anticipate delle donne, nel lavoro dipendente privato, sono più basse del 25,1%; quelle di invalidità del 31,5%; quelle di vecchiaia addirittura del 44,2%. Le pensionate sono numericamente più degli uomini – 7,99 milioni contro 7,37 – ma percepiscono assegni significativamente inferiori: una disuguaglianza che, come sottolinea il Civ, non nasce alla fine del percorso. Ma è il riflesso di una condizione di svantaggio strutturale nel mercato del lavoro.

Perché non basta avere «potere in casa»

Nonostante i numeri, il dibattito in sala stampa si è acuito con le parole del giornalista secondo cui, il luogo comune «dietro un grande uomo c’è una grande donna», rivelerebbe la raggiunta parità e il conclamato potere delle donne: «In casa mia comanda mia moglie, come in tutte le case – ha aggiunto – Vi sfido a dire che, se avete un compagno, non comandate voi». Lo spostamento dalla sfera pubblica a quella privata, hanno osservato le Bambole di Pezza, è un escamotage che non risolve le disuguaglianze: «Non si può portare sempre il dibattito sul nucleo familiare e spingere sul fatto che le donne abbiano potere perché hanno potere in casa. Non vogliamo potere in casa, lo vogliamo ovunque». Il “potere in casa”, per le donne, rappresenta un ostacolo per la loro carriera e salute mentale: il 71% del carico mentale familiare, sottolinea il rapporto congiunto Cnel-Istat, grava sulle donne. Questo significa che sono loro a farsi carico dell’organizzazione invisibile della quotidianità: fissare visite mediche e colloqui con gli insegnanti, gestire iscrizioni, documenti e pagamenti scolastici, ricordare controlli, esami e certificati sportivi. Oltre il 70% dei lavori di cura è a carico delle donne, che dedicano oltre 5 ore al giorno a cura della casa, figli e anziani, contro le 2 ore degli uomini: questo anche se hanno un lavoro fuori casa. E non solo perché si prendono cura dei figli. Ma anche dei genitori anziani.

«Avere paura di uscire di casa non è parità»

Le Bambole di Pezza non si sono tirate indietro e hanno ribadito con forza un punto spesso relegato ai margini del dibattito: molte donne continuano a vivere lo spazio pubblico con un peso specifico di rischio differente. «Se una donna esce di casa con la paura di subire una violenza o di essere uccisa – hanno detto – questa non è parità». La replica ha cercato di relativizzare: «Non è una questione di stupro. Le donne oggi lavorano fuori casa tanto quanto gli uomini. E anche gli uomini possono subire violenza». I dati del ministero dell’Interno aggiornati al 2025, però, fotografano un’altra realtà. Secondo il report ufficiale del Viminale, nel 2025 gli omicidi complessivi sono diminuiti, così come i femminicidi rispetto all’anno precedente, con 97 donne uccise (una riduzione del 18% rispetto alle 118 del 2024). Ma la stragrande maggioranza di queste vittime – 85 su 97 –  è stata uccisa in ambito familiare o affettivo, spesso da partner o ex partnerè.  I numeri indicano che la violenza contro le donne non è un fenomeno casuale o marginale: resta legata a dinamiche di controllo e sopraffazione che non colpiscono in egual misura gli uomini. «Nessuno dice che gli uomini non possono subire violenze – ha specificato la band – Ma si tratta della differenza tra qualcosa che può capitare e un problema sistemico radicato in seimila anni di storia. Esattamente come il razzismo o l’omofobia, non significa che un uomo etero o una persona bianca non possa subire violenza. La differenza sta nella sistematicità della cosa».

Perché le donne non «lavorano fuori casa come gli uomini»

Allo stesso modo, non è puntuale l’affermazione per cui «le donne oggi lavorano fuori casa tanto quanto gli uomini»: sempre il rapporto Cnel-Istat mostra che il tasso di occupazione femminile resta significativamente più basso di quello maschile e che l’Italia continua a collocarsi sotto la media europea, con un divario di 12,6 punti percentuali rispetto all’UE. Non è solo una questione di quante donne lavorano, ma anche di come lavorano. Tra gli uomini occupati, circa 7 su 10 hanno un impiego “standard” (dipendente a tempo indeterminato o autonomo con dipendenti); tra le donne questa quota scende al 53,9%. Al contrario, le condizioni di maggiore vulnerabilità – contratti a termine, part-time involontario, lavori discontinui – riguardano quasi un quarto delle lavoratrici, contro il 13,8% degli uomini. Il quadro che emerge è quello di una partecipazione ancora diseguale, segnata non solo da un minor accesso al lavoro, ma anche da una qualità occupazionale mediamente più fragile. Parlare di una presenza femminile nel mercato del lavoro “pari” a quella maschile, alla luce di questi dati, appare quindi una semplificazione.

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