
Novembre 2023. Tre bambine di 12, 10 e 8 anni hanno salvato la loro mamma, aggredita per l’ennesima volta dal marito, a Reggio Calabria. La più piccola ha chiamato il numero di emergenza dal telefono della madre, gli agenti le hanno poi sentite urlare chiedendo aiuto dal balcone dell’appartamento mentre una di loro mostrava un foglio bianco con la scritta “help”.
Settembre 2024. Un uomo rientra a casa, inizia una discussione animata con sua moglie, inizia a insultarla e poi a picchiarla, davanti ai figli. Il più piccolo, 10 anni, chiama il 112 e dice cosa sta accadendo, poi esce di casa correndo e chiamando aiuto, sperando in un intervento dei vicini di casa, mentre il fratello più grande cercava di fermare suo padre. L’uomo è stato fermato dalla polizia. intervenuta in pochi minuti.
Marzo 2025. Un bambino di 7 anni chiama la polizia e salva la mamma, segregata dal padre e abusata dal 2015, a Torino. Il bambino era l’unico che poteva uscire per andare a scuola.
Marzo 2025. Un bambino di 10 anni ha salvato la sua mamma e i suoi fratellini dall’aggressione del padre. Durante la violenza, il bambino – di Latina – ha avuto la lucidità di avviare una chiamata al 112 e dure una frase utilizzata giù in passato in situazioni simili, sperando che dall’altra parte capissero che aveva bisogno di aiuto: “Voglio ordinare delle pizze”. Immediato l’intervento dei carabinieri.
Aprile 2025. Una bambina di 10 anni alle porte di Milano ha chiamato il 118 dicendo che la madre era stata uccisa dal padre. L’uomo è stato arrestato e la bambina affidata a un parente.
Dicembre 2025. A Brescia, in centro città. un figlio ha salvato sua madre: il padre la stava picchiando, minacciandola di morte e le aveva scagliata contro un pesante tavolo di vetro. Il giovane, in lacrime, ha chiamato il numero di emer e messo in salvo la donna.
Dicembre 2025. Una ragazzina di 12 anni in provincia di Taranto ha chiamato i carabinieri e ha fatto arrestare il padre che stava picchiando la madre. L’uomo, 49 anni, è stato colto in flarganza di reato e arrestato con l’accusa di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali aggravate. Le violenze andavano avanti da prima della nascita della bambina ma non erano mai stati denunciati fino al 6 dicembre scorso.
Gennaio, 2026. A Cavarzere, nel Veneziano, un uomo ha tentato di uccidere la moglie cospargendola con il liquido infiammabile: fermato dal figlio minorenne che gli avrebbe tolto di mano l’accendino pochi secondi prima che innescasse la fiammata.
Non ci sono dati, non ci sono statistiche, ma la cronaca degli ultimi anni ci restituisce con sempre maggiore frequenza i casi in cui figli e figlie, anche minori, riescono a uscire dal contesto drammatico di violenza domestica in cui sono costretti a vivere uscendo allo scoperto, chiedendo aiuto e salvando la loro mamma, vittima di violenza maschile. Una situazione tragica, in cui un bambino o una bambina devono farsi carico della salvezza di un genitore, aggredito dall’altro, devono diventare essi stessi quei salvatori che gli adulti non riescono ad essere. Bambini e ragazzini che pensano che fuori possono trovare aiuto, che riconoscono la violenza e che non la accettano nelle proprie vite. Figli e figlie che si fanno carico.
«I figli e le figlie hanno maggiore fiducia nelle loro risorse»
«Non so se ci sono dei cambiamenti in questi anni e se ci sono nuove sfaccettature del fenomeno, ma questi casi e questi segnalazioni devono farci riflettere». Stefano Cirillo è psicoterapeuta e si è occupato per gran parte della sua carriera di violenza nella coppia e nella famiglia e di tutela dei minori e nel suo lavoro ha concentrato l’attenzione sulla necessità di spezzare la catena della violenza. E’ tra i fondatori del primo Centro pubblico in Italia dedicato alla presa in carico delle situazioni di violenza sui bambini nella famiglia.
«I primi casi che ho visto erano di segnalazioni di maltrattamento fisico, i bambini si difendevano e venivano picchiati dal papà quindi arrivavano per maltrattamenti, in quegli anni mi sono concentrato sul capire come si posizionavano i bambini nelle situazioni di violenza. C’erano i casi dei bambini picchiati per ferire la madre o perché tentavano di difenderla (di solito il difensore era il primogenito), negli anni successivi purtroppo ho visto anche tanti bambini identificati con l’aggressore, il padre». Secondo Cirillo, sicuramente va fatta oggi una riflessione: «Mi viene da pensare che queste reazioni indichino una maggiore fiducia presente nei ragazzi nelle proprie risorse», dice Cirillo.
In queste situazioni, riflette, «è come se noi avessimo un figlio più grande che difende la mamma, quello di mezzo che prende il piccolino e lo porta di là e uno che si nasconde sotto al letto…. possono esserci reazioni differenti di fronte al trauma e questo ci porta a pensare che chi pensa di poter difendere la mamma pensa di avere più strumenti di una volta. Così la reazione di fuga o il freezing o di protezione dei bambni piccoli diventa meno frequente di una volta, di fronte alla consapevolezza di poter fare qualcosa. E questo anche perché la condanna del comportamento è più diffusa». In più, secondo lo psicoterapeuta, c’è un’altra dinamica da tenere presente: la maggiore conoscenza del fenomeno della violenza domestica permette di «sentire sulla propria pelle il pericolo» e quindi reagire per salvarsi.
«Sono bambini che vanno sostenuti e valorizzati. Si fanno carico della salvezza della loro mamma»
«La vera differenza, in questi casi, è che la violenza esce dalla dinamica familiare: il bambino non si limita a reagire, ma cerca aiuto all’esterno. Evidentemente oggi – forse più che in passato – questi ragazzi hanno la percezione che l’aiuto da fuori possa davvero arrivare». Giuliana Torre, psichiatra e psicoterapeuta, si è concentrata per molti anni sulle problematiche adolescenziali. «Parlare di violenza sulle donne a scuola, parlarne sui social, parlarne pubblicamente ha aumentato la capacità di leggere la violenza per quello che è: non un fatto privato, ma qualcosa che può e deve essere interrotto», aggiunge.
Per Torre, «questi comportamenti vanno riconosciuti, definiti come positivi, valorizzati e rinforzati. Questi bambini vanno sostenuti, perché in quei momenti sono costretti a diventare i genitori dei loro genitori, ad assumersi una responsabilità adulta che non dovrebbe spettare a loro. È una forma di adultità presa in prestito, che ha un costo emotivo enorme». Si tratta di esempi che mostrano che dalla violenza si può uscire, anche se gli adulti – in quel momento – non ce la fanno a svolgere il loro ruolo, educativo e di difesa dei più piccoli. E allora sono loro, i figli, che si caricano di un compito che pure non dovrebbe essere loro.
Torre sottolinea: «Colpisce il fatto che in alcuni casi l’aiuto venga richiesto in modo strutturato, quasi pensato: cartelli, segnali, richieste esplicite rivolte all’esterno. Questo apre una domanda importante: chi ha costruito quella possibilità di chiedere aiuto? Da dove nasce quella lucidità? È una consapevolezza che viene dall’esterno – dalla scuola, dalla società, dal racconto pubblico della violenza – o è una dinamica che si è strutturata dentro la famiglia? Sono domande scomode, ma necessarie, se vogliamo davvero capire cosa succede dentro queste famiglie e come sostenere i bambini senza trasformarli in piccoli eroi soli».
Per questo valorizzare questi comportamenti diventa essenziale, soprattutto in contrapposizione alla vergogna e al silenzio che la violenza domestica – ancora oggi – porta con sé e che tanti ragazzi e ragazze, bambini e bambine vittime di violenza assistita sono costretti a subire ogni giorno.
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Se stai subendo stalking, violenza verbale o psicologica, violenza fisica puoi chiamare per avere aiuto o anche solo per chiedere un consiglio il 1522 (il numero è gratuito anche dai cellulari). Se preferisci, puoi chattare con le operatrici direttamente da qui.
Puoi rivolgerti a uno dei numerosi centri antiviolenza sul territorio nazionale, dove potrai trovare ascolto, consigli pratici e una rete di supporto concreto. La lista dei centri aderenti alla rete D.i.Re è qui.
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