
Ci sono i baci. La macchina catorcio che «ci ha portato ovunque». L’ansia per gli esami all’università. E una vita tutta da scrivere: “Punto” è una delle canzoni inedite che il cantautore eroCaddeo – classe 1997 – ha portato sul palco dell’ultima edizione di X-Factor. Un titolo che sembra richiamare un’inversione di tendenza sempre più evidente: i cantanti italiani vogliono essere chi sono. Un “punto”, quello cantato da eroCaddeo, agli stereotipi e ai modelli passati: l’esigenza di parlare di sé, indagando la propria interiorità, è più importante di ogni altro aspetto. Si sottrae, invece di aggiungere: dall’estetica ai contenuti, i “cattivi ragazzi” sono diventati obsoleti. La vulnerabilità ha più cose da dire, lasciando spazio alle emozioni e alle immagini della vita quotidiana: la semplicità che parla a tutti.
Negli ultimi anni X-Factor ha funzionato come osservatorio privilegiato di questo spostamento, in cui emergono voci maschili che non costruiscono il proprio racconto sull’iper-performance. Il mercato discografico, a cui X-Factor può fare da passerella, fa i conti con una percezione collettiva che cambia. Anche PierC, altro finalista del talent show musical, si distingue per una scrittura che mette al centro l’emozione senza sovrastrutture: testi misurati, intimi, lontani dalla retorica della conquista o del controllo.
In loro il maschile non è mai esibito come forza o sicurezza, ma come esperienza in divenire, attraversata da fragilità che non chiedono di essere compensate. Il dato più rilevante è generazionale. PierC ed eroCaddeo, under 30, crescono pubblicamente dentro un immaginario già spostato, in cui la vulnerabilità non è più un’eccezione né una strategia, ma uno spazio aperto.
Un modello in evoluzione
Anche Achille Lauro, uno dei giudici del programma, con eroCaddeo parla di musica e amore. La sua presenza nel programma amplia ulteriormente lo spettro del cambiamento. Lauro non rinnega il proprio immaginario – storicamente più centrato sulla provocazione visiva e sulla costruzione di un personaggio forte e riconoscibile – ma lo fa convivere con un’attenzione più esplicita alla dimensione emotiva e al racconto.
La sua traiettoria mostra come l’identità artistica nel pop possa essere plurale, non lineare, capace di tenere insieme esposizione, contraddizione e sensibilità senza doversi fissare in un’unica forma. In questo ruolo, il suo sguardo legittima un modello artistico che non ha bisogno di estremizzarsi per esistere, che può permettersi contraddizioni e delicatezza senza trasformarle in posa.
Alfa, tra passato e presente
Più che nuova, rinnovata: la postura dei giovani cantautori attinge dalla tradizione e la fa sua. Ne è un esempio il duetto tra Alfa e Roberto Vecchioni al Festival di Sanremo 2024: due generazioni in dialogo sulle note di “Sogna ragazzo sogna”. Quando il brano è uscito, nel 1999, Alfa non era ancora nato. Ma la musica parla oltre il tempo e segna un passaggio di testimone tra generazioni di cantautori, capace di raccontare chi si è stati e chi si vuole essere. Vecchioni canta guardando negli occhi Alfa e il cantautore GenZ chiude l’iconico brano aggiungendo le sue parole: «Se mi guardo attorno / penso che sono fortunato / non so chi ha creato il mondo ma so che era innamorato». Guardare al mondo, celebrarlo, custodire l’amore: messaggi che Alfa ha sottolineato anche dopo la sua partecipazione a Sanremo.
Nel 2024, il singolo “Il filo rosso” ha raggiunto la vetta della classifica Top Singoli ed è stato certificato disco di platino parlando di amore e relazioni a distanza. Una chiave di accesso nella vita di tanti: Alfa ha promosso il brano chiamando persone sconosciute al telefono e dedicandogli la canzone. Una prossimità, verso le situazioni piccole e grandi della quotidianità, che il cantautore genovese custodisce anche nei brani diventati vere e proprie hit: “A me mi piace”, con Manu Chao, è stata la canzone più ascoltata in radio nel 2025 (classifica EarOne).
Dalle radio ai concerti, Alfa parla al suo pubblico – di coetanei e non solo – raccontando prima di tutto il suo punto di vista sui fatti della vita. La sua “faccia pulita” non ha la pretesa di essere un modello e, proprio nella sua semplicità, diventa una voce attraverso cui sentire le giovani generazioni: «Ora che la tv parla di un femminicidio nuovo, io dentro di me provo vergogna a essere uomo» canta nella sua “Frida”, aggiungendo: «Che se una persona vuole che ti chiudi dentro è manipolazione, non è senso del rispetto». I casi di cronaca raccontano sempre più femminicidi giovanili e, proprio dai giovani, serve partire per prevenire. A cominciare da quel senso di vergogna che Alfa canta e che non ha timore di indagare e interrogare.
Nostalgia senza rivalsa, Olly parla di un nuovo maschile nelle relazioni
Dal palco dell’Ariston alle pagine del New York Times, anche il percorso di Olly mostra come oggi un “rinnovato” modello di cantautore possa attraversare confini geografici e simbolici senza bisogno di eccessi. “Balorda Nostalgia”, la rock ballad con cui il cantautore ligure ha vinto Sanremo 2025, è stata indicata dal quotidiano statunitense tra le canzoni più significative dell’anno: un riconoscimento che va oltre i numeri — oltre 121 milioni di ascolti su Spotify — e che intercetta la qualità emotiva del racconto.
Dietro un’estetica rassicurante, associata a canoni tradizionali di desiderabilità, Olly sceglie di esporsi, mettendo al centro una nostalgia che non diventa rivalsa né controllo. Nel racconto della fine di un amore scompare l’idea del possesso: non c’è la necessità di trattenere, negare l’abbandono o trasformare la perdita in potere. Rimane invece una connessione diretta con il dolore, attraversato senza scorciatoie.
In questo scarto, tra ciò che l’estetica suggerisce e ciò che il testo restituisce, si misura la risonanza della sua musica: dentro e fuori dall’Italia. Questa postura non si esaurisce nei testi, ma si riflette anche nel modo in cui l’artista abita il successo. La decisione di rinunciare all’Eurovision 2025, per concentrarsi sulle date del tour, va letta in questa chiave: non come gesto simbolico, ma come scelta di continuità. Non un accumulo di visibilità, né una ricerca della massima esposizione. Ma l’attenzione a non interrompere un patto costruito nel tempo.
Sottrarre per ritrovarsi, “descrescere” è la (nuova) rotta di Rkomi
Insieme al tempo, serve lo spazio. Rkomi, classe 1994, lo sceglie e lo prende: annulla il tour nei palazzetti e preferisce i teatri. Una dimensione più intima che rispecchia l’anima del suo ultimo album: nella copertina di “Decrescendo”, Rkomi è un bambino in mezzo ad altri bambini. È l’unico a non sorridere. Uno scarto minimo, che però basta a fermare lo sguardo. È da lì che parte il suo ultimo lavoro: sottrarre per ritrovarsi, e finalmente riconoscersi.
In “Decrescendo” Rkomi abbassa il volume e sposta lo sguardo all’interno, mettendo in discussione ogni paradigma artistico costruito costruita sull’urgenza di imporsi, di agire, di tenere tutto sotto controllo. Qui la personalità, umana e artistica, non afferma: si interroga. Non è necessariamente risolta, ma attraversata da dubbi, memorie e zone d’ombra che non chiedono di essere superate. Ma nominate. In questo senso, il percorso di Rkomi si distacca anche da alcuni immaginari ancora dominanti nel rap e nella trap – in cui l’artista è cresciuto – dove il modello predominante continua spesso a misurarsi in termini di potere, controllo, invulnerabilità.
Senza rifiutare la propria identità, né metterla in scena come ambiguità provocatoria, Rkomi è Mirko: accetta le sue contraddizioni e vulnerabilità. La messa in discussione di un modello “egemone” non passa da uno scarto spettacolare o performativo, ma da un lavoro su di sé che lo rende semplicemente obsoleto. Il ritorno all’origine, allora, non ha nulla di nostalgico. Guardare indietro diventa un modo per attraversarsi e crescere. «Se vuoi crescere adesso ne parli o tieni tutto dentro per vederti sanguinare» canta in “L’ultima infedeltà”: la musica apre lo spazio dell’intimità.
Nessun bisogno di mostrarsi sicuri, solo l’onesta necessità di lasciare spazio alla vulnerabilità, alle fragilità, al dolore se c’è stato. Ma pure al desiderio di stare meglio. Di cercare la profondità nella leggerezza o viceversa. Un approccio che, senza proporsi come modello, apre uno spazio diverso anche per chi ascolta: soprattutto per un pubblico più giovane, quotidianamente esposto a narrazioni iper-virili e radicalizzanti che soffocano l’ascolto di sé e sui social trovano ampia circolazione. Dalla manosfera ai modelli tossici di successo e dominio.
La musica può cambiare l’immaginario
L’inversione di tendenza si era vista arrivare: a Sanremo 2025, Lucio Corsi, con la sua “Volevo essere un duro”, aveva dimostrato come essere un duro non fosse (più) desiderabile. Chi si è, e chi si vuole diventare, non è una performance. Ma una domanda aperta. Uno spazio che il nuovo paradigma di cantautorato vuole abitare. Senza per forza fornire risposte. Ma riappropriandosi dei sentimenti.
Quello che sta attraversando il Festival di Sanremo, i teatri, X-Factor e altri palchi non è solo un cambiamento musicale. Ma può essere una nuova trasformazione dell’immaginario. La musica non cambia il mondo da sola, ma contribuisce a definire ciò che è desiderabile, ciò che è dicibile, ciò che è immaginabile. In un contesto in cui molti giovani uomini crescono immersi in narrazioni che associano il valore personale alla dominanza, al successo, all’invulnerabilità, vedere cantanti amati e ascoltati sottrarsi a quella grammatica apre possibilità concrete. Non di redenzione, ma di scelta.
***
La newsletter di Alley Oop
Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com