
Silvia ha 38 anni. Marco ne ha 40. Sono entrambi ingegneri, avorano nello stesso settore, nella stessa città. Hanno due figli ciascuno, più o meno della stessa età. Silvia si è laureata con 110 e lode, Marco con 105. Nessuna differenza che, apparentemente, dovrebbe pesare sul loro percorso professionale. Eppure, qualcosa pesa.
La giornata di Silvia comincia prima. Non per vocazione, ma per necessità. Prepara le colazioni, controlla gli zaini, incastra orari scolastici e lavoro. Arriva in ufficio con il tempo già contingentato, partecipa alle riunioni preparata, precisa, consapevole che ogni intervento dovrà essere qualitativamente elevato. Ma anche che dovrà uscire puntuale e non rendersi disponibile a fare lavoro straordinario: il secondo turno, quello che non compare in busta paga, la aspetta a casa. La giornata di Marco comincia dopo. Se uno dei figli sta male a scuola, non è lui il primo numero che viene chiamato. In ufficio la sua presenza è data per scontata, la sua disponibilità viene letta come dedizione. Restare più a lungo del dovuto è un segnale positivo che comprova la sua affidabilità.
Nessuno dei due lavora meno. Nessuno dei due è meno competente. Eppure, a fine anno, i loro redditi non saranno uguali.
Settemila euro di differenza ogni anno
I dati Inps del 2024 lo dicono senza possibilità di equivoco: le donne hanno percepito un reddito da lavoro inferiore del 24,67% rispetto a quello degli uomini. In media, 29.236 euro annui per gli uomini contro 22.023 per le donne. Settemila euro di differenza ogni anno. Non un’anomalia, ma una regola che si ripete con impressionante regolarità.
Qualcuno prova a rassicurarci sottolineando che il reddito femminile cresce di più: +2,8% contro +1,8% degli uomini. Ma è una consolazione che regge solo se si ignora il punto di partenza. Crescere un po’ di più, quando si parte molto più in basso, significa restare comunque indietro. È come elogiare chi correndo con una palla al piede riesce ad aumentare il passo, senza preoccuparsi del perché quella palla sia lì.
Il peso del lavoro di cura gratuito
Anche il dato sulle settimane lavorate è rivelatore: 42,6 per le donne, 43,7 per gli uomini. Dentro quella differenza apparentemente minima ci sono carriere più frammentate, contratti più precari, interruzioni legate alla maternità e all’assenza di servizi pubblici. Non è una questione di scelte individuali, ma di condizioni strutturali. È il prezzo che le donne pagano a causa di un modello sociale che continua a scaricare su di loro il lavoro di cura, invisibile e gratuito.
Questo non è un gap naturale. È il risultato di scelte politiche, organizzative e culturali. È il prodotto di un mercato del lavoro che penalizza la maternità, che concentra le donne nei settori meno pagati (segregazione orizzontale), che considera la conciliazione tra genitorialità e lavoro un problema privato e non una responsabilità collettiva. È il frutto di un sistema che tollera il part-time involontario, accetta carriere bloccate e continua a misurare il valore del lavoro con parametri maschili.
Un problema di libertà e di potere
E attenzione: il gender pay gap non è solo un problema di salario. È un problema di autonomia, libertà, potere. Chi guadagna meno dipende di più. Ha meno possibilità di scegliere, di uscire da un ambiente di lavoro che non la rispetta o da una relazione violenta, di progettare il proprio futuro. Questo divario accompagna le donne per tutta la vita e si trasforma, inevitabilmente, in divario previdenziale.
Non chiamiamo le ingiustizie “differenza”
Continuare a chiamare tutto questo “differenza” è una forma di autoassoluzione collettiva. Qui siamo davanti a ingiustizie. E le ingiustizie non si accettano: si correggono. Servono contratti stabili, salari dignitosi, politiche di conciliazione e condivisione delle responsabilità genitoriali vere. Serve partire da un congedo di paternità paritario e obbligatorio, perché finché la cura resta una questione femminile, la penalizzazione resterà femminile. Servono servizi pubblici, trasparenza salariale, contrasto alla segregazione professionale, valorizzazione reale del lavoro delle donne.
Finché una donna, lavorando, continuerà a valere meno di un uomo, non potremo parlare né di parità né di crescita reale del Paese. E questi numeri, ancora una volta, ce lo ricordano con brutale chiarezza.
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