
«La domanda che mi fanno più spesso è: come fanno ad andare d’accordo quattro donne al vertice?». Michela Pancaldi, ceo di Tecnocupole Pancaldi, azienda fondata nel 1958 da suo padre e suo zio (Gianni e Luigi), tocca subito uno degli stereotipi più diffusi quando si parla del mondo femminile: le donne non sanno fare squadra, difficilmente creano sinergie, men che meno possono guidare insieme.
Un pregiudizio che Michela Pancaldi smentisce sul campo: l’azienda di famiglia con sede a Castel San Pietro Terme (Bologna), specializzata nella progettazione, sviluppo e produzione di cupole, lucernari ed evacuatori di fumo e di calore per fabbricati industriali, è portata avanti da un board tutto al femminile composto da due coppie di sorelle e cugine: oltre a Michela, Laura, Elena e Antonella. «Il segreto è avere ruoli ben definiti. Una regola che non ha genere e vale per qualsiasi passaggio di successione» – chiarisce la Ceo.
Michela Pancaldi è direttrice tecnica e commerciale e presidente del consiglio di amministrazione, sua cugina Laura, responsabile dell’area acquisti, comunicazione, amministrazione e affari legali, vice presidente del consiglio di amministrazione; sua sorella Elena è direttrice di produzione e l’altra cugina Antonella, responsabile amministrativa.
L’azienda oggi conta 35 dipendenti, per il 60% donne, con 10 milioni di euro di fatturato e un focus crescente sulla sostenibilità, grazie all’uso di materiali riciclabili e allo sviluppo di un design innovativo che consente il recupero dei prodotti arrivati a fine vita e la loro reimmissione nella filiera come materia prima seconda. Una scelta figlia proprio della transizione generazionale. «La plastica non è un problema di per sé. Lo è l’uso che se ne fa e il mancato recupero» – osserva la Ceo.
Il doppio passaggio generazionale
Due i passaggi che hanno portato all’assetto attuale dell’azienda: il primo, arrivato nel 2000, con la scomparsa improvvisa del padre di Michela ed Elena, figura chiave nel coordinamento produttivo e vicepresidente della società. «Avremmo potuto tirarci indietro e dire “no, l’azienda non fa per noi”, ma siamo cresciute con la convinzione che fosse giusto avere rispetto per ciò che era stato costruito prima di noi, così abbiamo scelto di prendere il posto di nostro padre e nostro zio portare avanti il loro progetto».
Del resto, sia lei sia sua sorella avevano da sempre respirato l’aria dell’azienda. Gli uffici erano al piano inferiore dell’abitazione di famiglia, letteralmente “casa e bottega”: «Per entrare in casa si passava da un atrio comune, molti dei nostri i ricordi d’infanzia sono intrisi di lavoro: aiutavamo le segretarie con la cancelleria e facevamo fin da giovanissime qualche altro piccolo lavoretto. Alle superiori ho scelto di studiare da geometra perché ero appassionata di costruzioni, nonostante fosse un percorso molto maschile. Dopo gli studi, sia io che mia sorella, così come le nostre cugine, siamo entrate in azienda partendo dalla produzione, per poi avvicinarci ai ruoli che abbiamo oggi. Erano anni complessi, nel periodo di Tangentopoli, con pesanti ripercussioni sul nostro settore» – ricorda Elena.
Il secondo passaggio generazionale, quello delle cugine, è stato meno improvviso. Lo zio, da sempre responsabile del controllo di gestione e rimasto presidente fino alla sua scomparsa, dal 2000 ha iniziato progressivamente a lasciare spazio alle figlie, favorendo lo sviluppo di un board coeso ed equilibrato. Una leadership tutta al femminile che mostra il suo impatto anche nella mutata cultura organizzativa. Molte donne occupano ruoli chiave in azienda, in particolare nell’area commerciale, spesso dopo percorsi di maternità. «La leadership femminile tende a non leggere questi aspetti come un ostacolo, ma come parte della vita reale. E da lì, scatta la solidarietà» – assicura la Ceo.
Competenze, territorio, futuro
L’azienda, molto radicata nel territorio e con un basso turnover, affianca all’attività industriale iniziative sociali: dal sostegno alla squadra di calcio femminile di Castel San Pietro Terme ai progetti contro la dispersione scolastica, fino agli scambi scuola-lavoro con gli istituti tecnici locali. «Restituiamo anche feedback ai docenti sul lavoro dei ragazzi: è un modo per contribuire non solo all’orientamento dei giovani ma anche alla creazione delle loro competenze».
Proprio le competenze, assicura Elena Pancaldi, possono azzerare le differenze di genere. «Trent’anni fa, se qualcuno chiamava in azienda e chiedeva di un tecnico, preferiva un collega uomo a me, perché non ritenevano possibile che anche una donna potessere essere brava in questo campo. Oggi succede molto meno, perché abbiamo dimostrato con i fatti di essere preparate. Anche se – aggiunge – spesso noi donne tendiamo a estremizzare la formazione per dimostrare di essere all’altezza».
Quanto al futuro, la terza generazione si affaccia con cautela. «Oggi il passaggio generazionale è più complesso – ammette Pancaldi. La curiosità c’è, come nel caso di mio nipote che studia progettazione sostenibile, ma non ci sono automatismi». Dopotutto, la continuità non è mai una replica, piuttosto un’evoluzione.
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