
Il rugby declinato al femminile è al centro del progetto “Rugby, L’Ottavo Continente”. L’iniziativa, ideata da Erika Morri, ex nazionale azzurra e oggi consigliera della Federazione italiana rugby, ha raccolto in quattro anni le testimonianze di oltre 100 donne in 60 Paesi, dall’Uganda all’Ucraina, dall’Iran alla Nuova Zelanda, esplorando così le origini del rugby femminile a livello internazionale, svelando come questo sport, un tempo ritenuto esclusivamente maschile, sia diventato un motore di cambiamento sociale.
Le atlete intervistate hanno raccontato come si sono avvicinate al rugby, cosa significa per loro, come ha cambiato la loro vita anche fuori dal campo. C’è chi parla di «famiglia scelta», chi racconta che «grazie al rugby ho capito che anche il mio corpo ha un posto nel mondo», chi sottolinea come «giocare ha ridato senso alla mia vita, ha fatto di me una leader, una sorella, un punto di riferimento per altre ragazze». Ma tutte hanno in comune il fatto che il campo – da gioco e di vita – le ha cambiate.
Ora, il progetto è diventato anche un libro “Empowerment per la vita. La meta del rugby femminile”, pubblicato da Armando Editore e curato da Morri e da Simona Castellano, assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Salerno, dove è docente a contratto di Teorie degli Audiovisivi Digitali. Ne abbiamo parlato con Erika Morri.
Come e quando è nata l’idea di questo progetto?
«Questa iniziativa è nata per il mondiale in Nuova Zelanda del 2022, momento nel quale abbiamo cominciato a intervistare sia le nostre Azzurre, che rugbiste di tutto il mondo per raccontare “la persona dietro la maglia”, perché noi ci innamoriamo prima delle persone e poi delle loro capacità tecniche. Fin dall’inizio il focus è stato su come il rugby avesse impattato nel loro quotidiano».
Perché la scelta di chiamarlo l’ottavo continente?
«Essendo rimasta molto colpita dal pensiero univoco di tutte le diverse culture che confermavano la nostra convinzione del supporto all’autodeterminazione del rugby, ho voluto fare un passo oltre. Parlare di radici e di futuri: da erranti a radicate. Ovvero ho domandato come approfondimento a 60 rugbiste come fosse nato il rugby femminile nel loro Paese, perché in Italia, come nelle altre Nazioni, siamo un movimento fantasma, di anime erranti senza dimora. Perché non avendo club house o luoghi dove lasciare un segno della nostra esistenza – foto, medaglie, coppe, cimeli – e nascendo come squadre di seniores – solo da poco si sta curando il minirugby al femminile – le squadre appaiono e scompaiono a seconda degli stadi di vita delle giocatrici, matrimoni, figli, carriera; quando gli ultimi o le ultime lasciavano i club, finiva la nostra esistenza. Si parla tanto di heritage, di identità, di cultura, ecco per questo ho deciso di “connettere i puntini” a livello internazionale: l’ottavo continente senza frontiere. E non sa che soddisfazione quando Paesi come la Polonia, l’Olanda o le Isole Cayman mi hanno detto che hanno ricostruito la loro storia andando a cercare le vecchie giocatrici per rispondere alle mie domande. Se non sai da dove vieni, non saprai sino a dove potrai arrivare».
Dopo le interviste, c’è l’idea di proseguire? Di arricchire ancora di più le testimonianze?
«In questo momento lavoro per divulgare l’esistenza del rugby al femminile raccontando le storie di tanti Paesi; al contempo – essendo stato annunciato il libro all’Assemblea generale di World Rugby – c’è molta curiosità, mi sono già arrivate storie da Paesi che non ero riuscita a raggiungere, per cui sul sito di www.sportlandoffreedom.com (pagina l’ottavo continente) continuerò ad aggiungere testimonianze. Importante è sottolineare che oltre alle storie della nascita del rugby nei diversi Paesi, la parte principale del libro e la parte più innovativa – l’edizione è all’interno della collana “I futuri della didattica” di Unibo – è dedicata ai risultati delle ricerche di scienze dell’Educazione che confermano l’impatto del rugby e dello sport come rinforzo nella vita quotidiana. Questa ricerca – la prima in Italia sul rugby femminile – ci aiuta a dare una conferma scientifica ai valori di forza psicologica oltre che fisica che condividiamo ogni giorno».
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