Coronavirus, perché non cambia la vita per gli smart worker di professione

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Dalla mia postazione (leggi divano) di smart working alzo lo sguardo oltre lo schermo del computer e intercetto l’orologio della cucina. Sono le 16 e 20. E’ tempo di alzarsi, mettersi le scarpe, verificare di avere prima tolto o adeguatamente abbinato il pigiama (si chiama mix and match) e scaraventarsi a prendere Francesco a scuola. Peraltro arrivando in ogni caso in ritardo perché alla mia età le abitudini aiutano a vivere meglio. Peraltro arrivandoci in auto, anche se la scuola è a duecento metri da casa, tornando ogni volta con un carico di sensi di colpa per l’uso improprio del mezzo e con una carico uguale e contrario di buoni propositi che da domani basta, vado a piedi. Insomma, son lì che conto i secondi per uscire in tempo per arrivare tardi quand’ecco che no, quel “Mamma che cosa c’è per merenda?” che arriva dalla camera del novenne mi riporta alla realtà.

Siamo a casa, tutti. Non è l’ora della corsa a scuola, è l’era del coronavirus. Le 16 e 20 sono solo un apostrofo rosa tra le parole “Posso uscire soltanto in caso di reale necessità” e “comunque sempre con il modulo dell’autodichiarazione debitamente compilato e firmato“.

E allora com’è? Com’è che mi sembra di vivere nella normalità di sempre? Com’è che mio figlio lo credevo a scuola?

La verità è che dopo diversi anni di smart working o telelavoro da casa propria, dove le relazioni professionali si nutrono in modo molto virtuale; dove commesse, consegne, brief, meeting si traducono in telefonate, mail e skypecall; dove la quotidianità è scandita dal ticchettio delle dita su una tastiera poggiata sul bracciolo del divano, dalla consultazione compulsiva dei motori di ricerca e di whatsapp e dei social con il motivo (e pretesto) che è lavoro.

Dopo anni così, dicevo, andare a fare la spesa è già da tempo un gesto sovversivo per vedere gente, fare cose, provare emozioni fisiche. E toccare un cavolfiore indossando un guantino di plastica è già atto con cui hai una certa familiarità: guai a fare a mani nude, pena la riprovazione sociale dei colleghi consumatori ligi alle regole della salute pubblica. Palpare frutte e verdure con suddetto guantino lo fai da tempo, tenendo già a debita distanza i competitor che potrebbero sottrarti il pezzo migliore sulla piazza e che quindi allontani ben oltre a un metro di distanza con colpi di sguardi minacciosi e, alle brutte, apparentemente casuali colpi di carrello. Come templari moderni che si sfidano per il Sacro Graal. E’ la giungla del supermercato, bellezza.

A parte la spesa, altra pratica pericolosa per uno smart worker di razza è l’attività sportiva. Non ci voleva un decreto per sapere che fare sport è una attività pericolosa. Me l’aveva già detto la pigrizia, consigliera fidata. E siccome il tuo massimo sforzo è trascinarti dal divano al frigorifero e dal frigorifero al divano, da tempo il tuo istinto di smart worker ti guida ad entrare in palestra o correre all’aperto o andare in bicicletta ad orari improbabili, cioè quando intorno hai il deserto e la distanza di sicurezza approssimativa da quelli allenati è di un chilometro.Francamente, tutta ‘sta gente che tiene il metro di distanza la sento troppo addosso, un metro mi pare poco.

Ancora, ai tempi del coronavirus ci sono i flash mob sul balcone. Beh, anche quelli per chi fa smart working e non ha un giardino sono la norma. Non che io abbia un pianoforte a coda con cui deliziare i vicini eh. Ma noi smart worker da appartamento volentieri facciamo coincidere gli orari per la potatura, la concimatura e l’innaffiatura delle piante con i vicini. Due parole sulla clematide, due sui gerani. I più giovani si sono attrezzati con un piccolo orto urbano in verticale. Non l’irraggiungibile Bosco archistar. Due piante di pomodori, sottili sottili, pieni di promesse e speranza.

Insomma, ora che ci sono i decreti finalmente anche noi smart worker, free lance in maggioranza va detto, sentiamo di appartenere a una comunità riconosciuta e pure utile. Non siamo contagiosi, noi, virali possiamo diventarlo, rigorosamente sui social, solo per esigenze specifiche del cliente. Certo, vivere in una ‘zona rossa’ sa un po’ di pericolo. Ma noi con il pericolo, l’incertezza e l’overbooking dei dispositivi per la sopravvivenza in caso di emergenza abbiamo imparato a convivere da tempo. Sarà per questo che certi comportamenti ci vengono naturali.