La cucina che include ha una stella Michelin

scritto da il 18 Febbraio 2020

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Foto di Andrea Federici

Io cucino per fare altro“. Cristina Bowerman è nota al grande pubblico per essere spesso “l’unica donna”. Unica cuoca tra ventiquattro nuovi stellati nel 2010 a ricevere la stella Michelin per il suo ristorante Glass di Roma. Unica chef ambassador di Expo. Unica presidente dell’associazione italiana Ambasciatori del Gusto. Ma questa professionista di origine pugliese, con una laurea in giurisprudenza a Bari, graphic designer in California e poi di nuovo laureata in Arti culinarie alla Culinary Academy di Austin in Texas, negli anni ha fatto della cucina un ingrediente per – appunto – fare altro. E la stella Michelin l’ha usata non tanto per brillare, ma per illuminare temi che le stanno particolarmente a cuore, più vicini al cibo come opportunità di convivio che al ‘food’ da show. I temi che non mancano a quella tavola dove si può aggiungere sempre un posto in più.

9-bowerman-cristinaDa sempre ho avvertito forte l’esigenza di restituire alla società quello che ho ricevuto, ciò che in America chiamano giving back. E allora ho cercato di trasformare la mia professione in un veicolo di cultura. In una azione che abbia un impatto positivo sull’ambiente che mi circonda, soprattutto sulle persone“. Nel 2004, Cristina Bowerman decide di tornare nel nostro Paese per studiare anche la tavola italiana. Doveva essere un viaggio di andata e ritorno negli Stati Uniti, diventerà un ritorno alle origini, l’Italia. Dopo un’esperienza al Convivio Troiani, Bowerman arriva al Glass Hostaria, a Trastevere, aperto da un anno e che guida incrociando sapori, culture, luoghi. Ed è proprio nella Capitale che prende vita uno dei primi progetti con impatto sociale a cui Cristina Bowerman collabora. Insieme alla onlus Fiorano for Kids dà vita a una biosagra giunta alla sesta edizione dove chef di fama e ristoratori locali cucinano gratuitamente per contribuire alla raccolta fondi a sostegno del Dipartimento di Scienze neurologiche dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.

L’obiettivo è finanziare ogni anno un ricercatore che si focalizzerà sul ruolo terapeutico della dieta chetogenica (che diminuisce drasticamente il consumo di carboidrati a favore di grassi e proteine) nella cura dell’epilessia infantile, lo scorso anno la somma raccolta ha sfiorato i 50mila euro. Con l’associazione italiana Ambasciatori del Gusto è partner della formazione professionale per i ragazzi di In-Presa, una cooperativa sociale che si occupa di formazione professionale, aiuto allo studio e accompagnamento al lavoro e si rivolge a giovani in situazione di dispersione scolastica e a rischio di disagio.

Chi conosce questa chef stellata per i suoi studi sull’applicazione della scienza in cucina o perché è diventata una case study alla Bocconi, non deve sorprendersi allora di trovarla nel panel di relatori che parleranno del cibo come veicolo di promozione sociale al Festival del Giornalismo Alimentare di Torino, dal 20 al 22 febbraio.

Da imprenditrice quale sono, in quanto professionista della ristorazione, cerco di fare la mia parte anche nell’inclusione di persone con disabilità nella squadra che lavora con me. C’è una legge che prevede il loro inserimento nelle aziende. Ma per la mia esperienza posso dire che, al di là dell’ottemperanza a una norma, lo scambio che si verifica nel team tra persone cosiddette ‘diversamente abili’ e normodotati è impagabile. E in questo la cucina aiuta, lavorare nella ristorazione dà una possibilità in più. Il cibo è comunicazione, è relazione, è memoria“. E proprio qui, dalla memoria, dalla possibilità di comunicare, arriva forse l’amore per la cucina: “Avevo meno di quattro anni quando, in piedi su uno sgabello, cucinavo la crema pasticcera insieme a mio papà. Non ricordo gli ingredienti della crema, ma i gesti, i profumi, lo sguardo di mio padre in quel momento solo nostro sì. Per tutta la vita“.

Ultimi commenti (1)
  • Marinella |

    Non sono una cuoca gourmet non sono stellata ma la mia grande passione per la cucina comincia a sette anni pure io con lo sgabello vicino al mio papà ho cucinato l mio primo pollo in umido! Papà mi leggeva la ricetta . Il mio rispetto per il cibo e il non sprecare nasce anche dalle tradizioni e i suoi valori che purtroppo ci stiamo dimenticando. Ammiro molto tutti questi grandi chef tecnici e fantasiosi ,ma mi dispiacerebbe tanto perdere le tradizioni c é una magia ,una storia un valore quando cucini ti riempie il cuore