Dalle origini dell’uomo al futuro sostenibile: la storia sorprendente dei tessuti

la-trama-del-mondo

Viviamo circondati dai tessuti: dalla nascita e per tutta la vita, la relazione dell’essere umano con sé stesso e con gli altri esseri umani si sviluppa attraverso le stoffe degli indumenti indossati o impiegati per le proprie attività domestiche, sociali, scientifiche e militari.

I tessuti non sono naturalmente tutti ugali. Si differenziano per caratterische costruttive (come ad esempio il tipo di fibra impiegata, la lavorazione, il peso, la tintura o il finissaggio), e di performance (come ad esempio la capacità di respingere l’umidità, termoregolare il nostro corpo o resistere in ambienti ostili). Non solo. A livello percettivo, i tessuti possono trasmetterci inconsciamente una caratteristica specifica che li definisce: indossare una seta, ad esempio, può farci sentire ‘preziosi’, indossare una bianca camicia di cotone può farci sentire ‘essenziali’).

Ci sono però aspetti sociali, culturali, religiosi, economici, politici e militari strettamente collegati ai tessuti, e che hanno scritto la storia e le conquiste dell’uomo, e potrebbero disegnarne il futuro. Ce li racconta Kassia St.Clair nel suo libro “La Trama del Mondo”, un libro affascinante che si sviluppa su tredici storie molto diverse tra loro che illustrano la varietà dei significati attribuiti alle stoffe, ricco di aneddoti, insolite chiavi di lettura e spunti di riflessione.

Dichiara la stessa autrice, riferendosi al mito delle Parche romane che controllavano i destini umani attraverso il filo della vita:

“Quando pensiamo alle nostre vite ed al modo in cui stiamo al mondo, questo mito ricorre come una costante. Ogni volta che parliamo di vite appese a un filo, vite che si intrecciano o fanno parte del tessuto sociale, o tutte le volte in cui vogliamo aiutare qualcuno che ha perso il filo della sua esistenza o a cui il destino sembra ritorcersi contro, ci affidiamo ad una tradizione semantica che risale a migliaia di anni fa. I tessuti e le loro componenti sono diventati la metafora fisica della vita umana, della sua parte più profonda.”

Le prime stoffe di cui si abbia conoscenza, intrecci di fibre di lino, risalgono a 34.000 anni fa. Primi e veri propri mezzi di sopravvivenza dei nostri antenati. Ancora prima delle armi, i manufatti tessili dovevano prima di tutto garantire calore e riparo, e solo successivamente status. Se il lavoro di semina e coltura delle fibre è sempre stato appannaggio degli uomini, intreccio e produzione tessile sono sempre stati una pratica femminile, che milioni di donne hanno svolto nel corso della storia a mano, sino alla comparsa dei telai meccanici, dopo la Rivoluzione Industriale. Secondo la dottrina confuciana per esempio, la produzione della seta, insieme all’arte del ricamo, era una delle poche pratiche con le quali le donne mostravano il loro contributo attivo alla società.

Il tessile fu anche il campo su cui si espresse sin da subito una delle qualità principali della natura umana: la creatività. Diversamente da quanto potremmo immaginare, emerge che in epoche antichissime già prevalessero talento, competenza e ambizione nella realizzazione di stoffe pregevoli e complesse.

Il bisogno di status e differenziazione sociale è sempre passato attraverso le fibre ed i tessuti: dai faraoni dell’antico Egitto che prima di essere deposti nelle loro tombe, venvano ‘scolpiti’ attraverso l’elaborata applicazione di tanti strati di lino per esserne infusi di divinità, agli imperatori cinesi nel VI secolo cui era riservato per legge l’utilizzo esclusivo la seta di una particolare sfumatura di giallo molto difficile da ottenere.

Le stratificazioni sociali e le differenze di classe sono sempre state codificate tramite i vestiti e regolamentate attraverso le leggi suntuarie, applicate dalla Cina antica alla Roma di età classica all’Europa Medievale e in epoche successive.

Il libro ci racconta anche i retroscena di un tessuto nato esclusivamente per definire status, gusto e ricchezza di chi lo indossava, ovvero il merletto: non fornisce calore, è eccezionalmente delicato, in passato molto costoso da realizzare, e puramente decorativo. Prima della fine del Cinquecento era diventato un tale status symbol che esistevano leggi per impedire ai cittadini comuni di indossare merletti e spacciarsi per nobili. Fino a diventare motivo di scontro internazionale per ragioni commerciali, come la guerra dei merletti che si consumò tra Venezia e Francia a metà del Seicento.

L’ambizione ha sempre portato l’uomo a cimentarsi in missioni estreme e spingersi oltre i propri limiti. Ed ogni volta i capi indossati (tipi di fibre, lavorazioni, tecniche utilizzate) sono stati determinanti per la sopravvivenza (o la morte) in condizioni tanto avverse. Agli inizi del Novecento, ad esempio, le spedizioni per la conquista dell’Everest venivano affrontate nei modi più vari dal punto di vista del vestiario: mentre i norvegesi guidati da Amundsen indossavano strati di pelliccia (caldi ma molto pesanti ed ingombranti), i britannici più sportivamente indossavano cappotti in gabardine di lana, pantaloni alla zuava, guanti lunghi in maglia. E intimo di cotone, che una volta intriso di sudore ghiacciava a contatto con la pelle, con conseguenze spesso letali.

Arrivare a definire il giusto materiale da indossare in questo tipo di spedizioni ha comportato tanti insuccessi e tante morti prima di trovare tessuti performanti che fornissero leggerezza, traspirabilità, elasticità, calore, resistenza agli sbalzi terminci, al vento, all’umidità e al ghiaccio. L’innovazione tecnologica ha permesso di realizzare nel corso dell’ultimo secolo fibre non esistenti in natura (viscosa, poliestere, kevlar, lycra, tanto per citarne alcune), al servizio non solo delle missioni estreme, ma anche della vita quotidiana delle persone.

Ma con un costo in termine di vite umane. Basti pensare al lavoro forzato, alle sofferenze per le inalazioni di sostanze tossiche e agli invisibili avvelenamenti degli operai di ogni età, anche minori, impiegati nelle fabbriche per la produzione del rayon-viscosa o per la vulcanizzare la gomma a metà del secolo scorso.

Un lungo e dettagliato capitolo è invece dedicato alla complessa messa a punto delle tute per gli astronauti nelle varie missioni spazialied ai tanti curiosi ‘dietro le quinte’. Proprio per le enormi sfide che la sovravvivenza nello spazio comporta (protezione dalle radiazioni ultraviolette, mancanza di aria respirabile, collisioni con micrometeoriti, assenza di gravità, esposizione a temperature che variano da -157°C a + 154°C), qui si assiste alla massima espressione dell’ingegno umano che coniuga ricerca, tecnologia e creatività.

E quale sarà la fibra del futuro? In molti scommettono che sarà la ‘seta’ di ragno. Simile alla seta del baco, si stima che per la sua eccezionale elasticità e resistenza potrà avere infinite applicazioni. Al momento è ancora in fase di studio, e anche se molti manifestano scetticismo, la sfida è da tempo aperta tra aziende specializzate in biotecnologie che vorrebbero aggiudicarsi il primato di una nuova ‘fibra’, resistente, versatile, facile da produrre. E noi speriamo anche eco-sostenibile.

———————————————-

“La Trama del Mondo”, Kassia St. Clair
Ediz. Utet, 2019
400 pagine
Euro 34,00

  • Francesca |

    Interessante, io vorrei tanto saperne di più di merceologia della fibra.
    Lavoro con tessuti di recupero, per il mio brand, non conosco dunque l’origine della composizione dei miei tessuti, salvo attraverso “la prova del fuoco” .
    Ci sono altri mezzi per stabilire l’esatta composizione di una fibra? Chiaramente esclusa l’analisi in laboratorio.

  • Gianni Sommariva |

    Forse manca solo… il vestito del re. Lo acquisterò

  • carl |

    Se non è dovuto ai Suoi troppi impegni, mi consenta di dire che la non pubblicazione del mio commento di ieri non mi sorprende affatto. Dato che potrebbe essere stato catalogato come “dietrologista”… Certo, sia la “dietrologia” che un’elevata propensione per le “plot theories ” esiste ( e molti films & serie Tv vi contribuiscono non poco… Dato che gli sceneggiatori fanno, almeno in parte, leva su eventi e prassi che in questo nostro mondo sono reali). Inoltre, anche se scrittori con trascorsi nell’intelligence come J.Le Carré abbiano tratteggiato personaggi assai potenti come quel “Karla”che finisce, mi sembra, per attraversare un ponte paludato non con un comunissimo vestito”grigio”, bensì nei panni di un semplice operaio col suo “barachin”…:o). E concludo. Se è un dato di fatto che sono molti a voler apparire e brigare a posti di primo piano, è altrettanto possibile che tra chi conta e decide più di uno preferisca “l’invisibilità” tra la folla e l’establishment…Non ultimo al fine di evitare di essere preso di mira, sia mediaticamente che da un drone e/o da uno di quegli “snipers”, prezzolati o meno, che hanno sostituito gli anarchici d’antan con le loro pistolette & bombette sferiche con stoppino da accendere coll’acciarino…

  • carl |

    Una lettura non solo interessante assai, ma anche utile e pure curiosa… Come ad es. il plurisecolare ricorso a tessuti “funerei” (assortiti di colletti bianchi e/o merlettati..:O) da parte di appartenenti a particolari “settori ” (socio-politici, religiosi, ecc.). Mentre al giorno d’oggi invece se il “fumo di Londra” e/o il blu continua ad essere di prammatica per i personaggi politici di primo piano e passerella, può tuttavia accadere – e più spesso di quel che si pensi – di incrociarsi nella folla (..”che non sa…”, come recita la canzonetta…: o) con persone assai potenti, eppure “invisibilmente” paludate/abbigliate in panni di un mediocremente diffuso grigio e grigiore…

  Post Precedente
Post Successivo