Le parole di Papa Francesco nel docufilm del regista tedesco Wim Wenders

scritto da il 06 Luglio 2018

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“Se la sente di fare un film su Francesco?”: così sembra che Dario Viganò, l’ex direttore del Centro Televisivo Vaticano, si sia rivolto al celebre regista tedesco Wim Wenders per commissionargli un film nientemeno che su Jorge Mario Bergoglio, meglio noto come Papa Francesco. C’è da immaginarsi che Viganò abbia apprezzato i magistrali ritratti cinematografici del fotografo brasiliano Sebastião Salgado e della coreografa tedesca Pina Bausch ad opera di Wenders, prova tangibile dell’abilità del regista nel valorizzare i suoi protagonisti. E così quattro anni dopo Il sale della terra e sette anni dopo Pina, Wenders torna al cinema documentario con Papa Francesco. Un uomo di parola, presentato quest’anno fuori concorso al Festival internazionale del cinema di Cannes e di prossima uscita nelle sale italiane.

L’ultima fatica di Wenders è dunque una pellicola commissionata dal Vaticano, un aspetto da non trascurare quando ci si approccia al film e che spiega una regia sostanzialmente agiografica, ma che al contempo non deve indurre a giudizi affrettati. Con Papa Francesco. Un uomo di parola Wenders non intendeva infatti realizzare “un film biografico sul pontefice, bensì un film con il pontefice”. Questa scelta del regista, che sostiene di aver avuto carta bianca dal Vaticano, fa sì che il risultato non sia un documentario in senso stretto, bensì una sorta di manifesto dell’attuale papa veicolato attraverso le sue parole. Come dice lo stesso titolo del film, sono proprio le parole di Papa Francesco a costituire il nucleo centrale della pellicola e a scandirne lo sviluppo, parole che sanno suonare profetiche all’orecchio di qualsiasi interlocutore, che sia credente, laico o ateo, cristiano, ebreo o musulmano. È questo focus sulle parole a consentire al film di non scadere nella mera trovata di marketing, ma di presentarsi come un omaggio a uno dei più grandi comunicatori del nostro tempo.

In Papa Francesco. Un uomo di parola le immagini di repertorio della Santa Sede si alternano con quelle girate ad hoc in bianco e nero sulla vita di San Francesco e quelle relative alle interviste di Wenders al pontefice. Il viaggio dello spettatore prende le mosse dalla storia e dal messaggio di San Francesco di Assisi. Wenders stesso ha dichiarato di aver scelto di approcciarsi alla figura del pontefice partendo proprio dal suo nome, Francesco, nome che nessun altro papa prima di lui “aveva osato attribuirsi” e che si è tramutato in un vero e proprio programma per il pontificato di Bergoglio, a partire dalla rivendicazione di una Chiesa povera e riformata, passando per la vicinanza agli ultimi fino al legame con la natura e al rispetto per l’ambiente. Le immagini del Vaticano mostrano poi Papa Francesco in viaggio in ogni angolo del pianeta: dalle Filippine travolte dallo tsunami ai campi profughi di Lesbo, dalle favelas brasiliane al Congresso americano, dalle carceri di Napoli allo Yad Vashem di Gerusalemme, dai campi rom di Roma a Ground Zero a New York. Sono immagini intense ed empatiche quelle che ritraggono il papa mentre lava e bacia i piedi dei detenuti, parla ai migranti che in viaggio verso l’Europa hanno perso tutto e ancora cita il proverbio brasiliano “si può sempre aggiungere più acqua ai fagioli” per esortare la comunità di una favela di Rio all’accoglienza e alla solidarietà. A guidare il flusso e dare un senso a queste scene abilmente selezionate e montate sono tuttavia le intime interviste di Wenders a Papa Francesco, realizzate con un formale quanto sostanziale accorgimento: il pontefice guarda dritto in camera, attraverso la quale dialoga dunque con il regista, la cui voce è però assente, e con il pubblico che ha così l’impressione di conversare privatamente con il capo della Chiesa.

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Povertà, ambiente, lavoro, perdono, solidarietà, pace: i concetti affrontati e le parole utilizzate dal pontefice sono tanto semplici (ma non semplificati) da suonare rivoluzionari e contagiosi. Papa Francesco condanna la schiavitù del denaro, anche all’interno della Chiesa, spiega la sua Enciclica Laudato si’ in difesa del pianeta Terra mettendo in relazione la povertà e l’ingiustizia sociale con l’irresponsabile trattamento che destiniamo all’ambiente, espone il significato del cosiddetto “apostolato dell’orecchio”, ovvero dell’importanza dell’ascolto e della condivisione, invoca “tolleranza zero” verso i religiosi che si macchiano di pedofilia, invita all’accoglienza e alla tolleranza. Per Bergoglio siamo tutti responsabili, nessuno escluso, delle tragedie del nostro tempo: delle guerre, dei disastri ambientali, dei conseguenti flussi migratori, della disoccupazione, della povertà. Nei suoi monologhi Papa Francesco appare a tratti severo e pensieroso, a tratti spiritoso e sorridente, sempre appassionato e coinvolgente. In chiusura sottolinea l’importanza del sorriso nel quotidiano attraverso una preghiera di Tommaso Moro: “Dammi o Signore, una buona digestione. E anche qualcosa da digerire”.

Quella raccontata da Wenders non è certamente tutta la verità su Papa Francesco. Ne è la prova la recente chiusura del pontefice alle famiglie arcobaleno, una dura presa di posizione che ridimensiona nettamente la portata della celebre frase “Chi sono io per giudicare?” riferita all’omosessualità, pronunciata da Francesco nel 2013 sul volo da Rio de Janeiro a Roma e citata anche nel film di Wenders, ma anche delle parole “Dio ti ha fatto così e ti ama così e non mi interessa”, mai confermate né smentite dal Vaticano, che Francesco avrebbe diretto in un colloquio privato a Juan Carlos Cruz, vittima degli abusi del prete pedofilo cileno Fernando Karadima. Per non parlare delle tutt’altro che rivoluzionarie posizioni su aborto ed eutanasia che purtroppo Wenders sceglie di non affrontare, mancando così di approccio critico. Sebbene resti evidentemente molto da fare per rendere la chiesa più inclusiva e attenta alla modernità, non manca chi vede in Bergoglio un riformatore, non da ultimo per la nomina a consulente della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede di Padre James Martin, gesuita di New York a favore di un’apertura della Chiesa ai credenti lgbt. Tra i sostenitori di questa tesi anche Gianni Geraci del Guado, gruppo di riflessione su fede e omosessualità di Milano. In un’intervista rilasciata a gay.it Geraci sottolinea che Papa Francesco non è certo un progressista, ma che ciononostante ha il merito di aver scardinato l’omosessualità come tabù all’interno della Chiesa, di aver cambiato il linguaggio con cui la Chiesa si rapporta al tema e di aver ricordato il primato della coscienza, secondo Geraci un notevole passo avanti rispetto al passato.

Comunque la si pensi sui primi cinque anni di pontificato di Bergoglio, è difficile rimanere indifferenti dinanzi alle parole che nel film il pontefice spende sulle grandi questioni umane, sulla necessità di pace e armonia tra le religioni, sull’accoglienza del diverso come arricchimento, parole che arrivano a tutti a prescindere dal credo e in cui Wenders ritrova il senso del pontificato di Francesco, in diretta continuità rispetto al Santo di cui ha assunto il nome. Quantomai rilevante in una congiuntura storica e politica come quella attuale, l’era dei Trump, dei Salvini e degli Orbán, risulta la frase pronunciata da Bergoglio nel 2015 al Congresso degli Stati Uniti, a cui giunge a bordo di una minuscola Fiat 500 attorniata da mostruosi Suv americani: “Noi, gente di questo continente, non abbiamo paura degli stranieri, perché molti di noi una volta eravamo stranieri”.