L’avventura di fare impresa in Uk

scritto da il 20 Febbraio 2018

chiara_bar1_high

Avevo capito da un pezzo che avrei finito per lavorare per conto mio, ma la parola ‘imprenditrice’ non mi passava per la testa. A pensarci bene, è una cosa che noto spesso: risulta facile definirsi freelance, anche ad oltranza e anche quando la linea tra freelancing e impresa è già stata attraversata.

Ma facciamo un passo indietro. Mi chiamo Chiara, appartengo a quella categoria dei ‘precari esistenziali’: fascia trentenne, nessuna certezza sotto i piedi e nessun futuro economico all’orizzonte. Ma il presente, quello c’è.

Da dieci anni ormai, da quando era considerato un non-lavoro, faccio parte della schiera dei blogger di professione – anzi, ormai se sei su più piattaforme ti chiamano influencer. E’ un lavoro che prima non esisteva, che evolve rapidamente e ha bisogno di un’auto-formazione continua dettata in egual modo da curiosità, passione e necessità. In questi anni ho collaborato con le maggiori aziende internazionali, scritto due libri, avviato una serie di corsi-evento di blogging e social media e lanciato un e-shop.

Quello che però si avvicina più all’idea classica di ‘impresa’ è quella che ho lanciato insieme a mio marito circa un anno fa: Full Swing, un’agenzia di digital marketing, content creation ed eventi immersivi. E’ nata qui, in UK, dove viviamo da sei anni.

Creare una azienda in un Paese non tuo è una sfida, ma purtroppo è paradossalmente più facile che in Italia. Basti pensare anche solo alla terminologia: in UK impresa si dice venture, avventura.“Impresa”, invece, fa molto don Chisciotte contro i mulini a vento e fa subito pensare alla fatica, al rischio di non farcela. Qui, in un contesto molto competitivo e dinamico, va avanti e fa strada chi è bravo e non si viene intrappolati dalla burocrazia, dalle tasse e dallo Stato in genere. E’ un contesto che incoraggia ad osare con positività.

La seconda sfida è differenziarsi. Salvo idee geniali non si fa mai nulla di nuovo, quindi la differenza deve essere in termini di qualità e modalità. Nel nostro caso, ad esempio, ci sono una miriade di grandi e piccole agenzie, da anni. I nostri vantaggi sono nel modello e negli insights che possiamo dare. Mio marito ha lavorato per molti anni nel marketing tradizionale e digital, e io ormai conosco i social media e il mondo influencer piuttosto bene, e ho un doppio punto di vista: da cliente e da media.

Non è stato tutto facile, anzi. Per chi, come me, è abituato a lavorare da solo, riuscire a delegare e dare la giusta autonomia ai collaboratori è stata una lezione da imparare. Va trovato un punto di incontro che non è il tuo modus operandi e neppure il loro, ma quello del team, un’entità bellissima che – ho scoperto – mi mancava molto in termini umani e creativi.

E’ questo il bello di prendersi il rischio di fare impresa: fare, per un po’, finché dura o per sempre, un lavoro che crei tu giorno per giorno, lavorando con persone che stimi. In azienda i colleghi, come i parenti, non li scegli. Quando la società è la tua, salvo stato di necessità, puoi scegliere persone e aziende con cui collaborare. Nessuno ti dice cosa fare, cosa è giusto o sbagliato: puoi creare la tua impresa come vuoi tu, e a tua immagine e somiglianza. Questo fa nettamente la differenza in termini di risultato del lavoro: un team entusiasta di ciò che fa offre una maggior qualità del lavoro e facilità in termini di gestione dei progetti.

C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare: il rapporto tra lavoro e qualità della vita. L’obiettivo, quando ti metti in proprio, è quello di avere un rapporto migliore rispetto a quello che avresti in azienda. Non è sempre facile, perché specialmente in fase di startup l’impegno richiesto è grande, ma vogliamo un approccio al lavoro che non ignori gli altri aspetti della vita. Noi stessi siamo genitori, e sappiamo quanto sia importante, quando possibile, poter lavorare in modo flessibile e delocalizzato. Il presenzialismo come valore non è nelle nostre corde, anzi: più si viene esposti a stimoli esterni e cambi di scenario più la creatività ne trae vantaggio.

Ci piace anche fare sistema, collaborare sia con freelance che con altre agenzie o strutture. Questo lo abbiamo imparato qui a Londra. Se da un lato gli italiani hanno un approccio più creativo, flessibile e di problem solving, gli inglesi sono meno individualisti e non si sentono in concorrenza perenne tra loro. Sono più bravi a creare sinergie, ad aiutarsi e vendersi, e credono nelle loro capacità. Anche noi riteniamo che la collaborazione sia sempre la strada migliore per produrre ed offrire risultati migliori.

Siamo ‘Trump-free’: non ci sono fake news in quello che proponiamo. Promettiamo solo quello che sappiamo fare, e qualora non sia così siamo felici di coinvolgere altre realtà più specializzate e indirizzare il cliente verso di loro. E’ in questo modo, crediamo, che sia possibile offrire il miglior risultato possibile.


L’autrice, Chiara Cecilia Santamaria, è co-founder & Mother of Dragons at Full Swing