Grenfell Tower e i sensi di colpa (giustificati) di un Paese: il nostro

scritto da il 10 Luglio 2017

img_3025Gloria Trevisan e Marco Gottardi sono nomi ormai tristemente noti, come pure le loro storie. Bloccati senza via di scampo nel palazzone infuocato di Grenfell, in centro a Londra, sono morti consapevoli di stare per morire. Le loro ultime commoventi parole di disperazione e affetto sono state riprese da tutti i giornali italiani.

Quello che però mi è rimasto più impresso è stato il tono accusatorio dei media nazionali verso il Paese Italia. Il loro ragionamento è: Gloria e Marco sono dovuti andare a Londra per mancanza di opportunità in Italia, quindi l’Italia dovrebbe sentirsi responsabile – se non quasi colpevole secondo i più accaniti – del loro forzato esilio ed, indirettamente, della loro tragica fine.

Sarei potuta essere io…

Come spesso avviene in casi di questo genere, il primo pensiero è per se stessi: sarei potuta essere io. In effetti abito a poco più di un chilometro dal palazzo, e faccio arrampicata in una palestra lì di fronte, che in quell’occasione si è tramutata in primo rifugio delle famiglie sfollate dalla torre. Quello che accomuna me a Gloria e Marco non è solo la coincidenza di vivere nello stesso quartiere di una città altrimenti immensa, nè di avere pressapoco la stessa età, bensì che facciamo tutti tre parte dei “poveri” giovani che sono scappati dall’Italia perchè terra priva di opportunità, e che altrove hanno trovato la terra promessa – ovvero un lavoro.

Scappano o rincorrono? Due modi di interpretare l’emigrazione giovane in UK

Vero, i giovani tra i 18 e i 34 anni sono quelli che emigrano di più: oltre un terzo degli italiani residenti all’estero è in questa fascia d’età, ed è anche quella che ha visto un picco di partenze durante la crisi. Ma non tutti scappano dalla mancanza di opportunità. Alcuni rincorrono il sogno della realizzazione fuori dall’Italia, che è visto come più probabile del successo a casa. Il Rapporto Giovani 2016 ci dice per esempio, che 6 su 10 giovani sono pronti a trasferisi all’estero per il desiderio di realizzarsi. Può sembrare una nuance filosofica, ma la motivazione ‘fuga’ è ben diversa dalla motivazione ‘ricerca’. Insomma, un conto è scappare da un incubo, un conto è rincorrere un sogno. E la volontà di esplorare e di andare là dove c’è più domanda di mercato per le proprie competenze non è equivalente a un esilio, bensì ad un’osmosi potenzialmente sana tra i vari mercati e Paesi europei.

Ben vengano i sensi di colpa, Ma solo se portano al cambiamento

Detto questo, ben vengano i sensi di colpa in Italia sulle mancanza di opportunità per i giovani. E che vengano a tutti. Allo Stato miope nelle politiche previdenziali e lavorative. Alle imprese, che non guardano alla futura classe dirigente, bloccate in dinamiche corporativiste e nepotistiche che impediscono turnover. Alla scuola che non riesce a creare ponti di transizione dal mondo dello studio a quello professionale. Ma che i sensi di colpa vengano anche a quelli che accusano Stato, imprese e scuola come fossero enti terzi. Chi sono lo Stato, le imprese e il sistema scolastico, se non Noi stessi?

In questo Noi includo anche noi giovani. Per evitare che i nostri coetanei o fratelli minori se ne debbano andare all’estero non basta una riforma della legge del lavoro. Come non basta un incentivo fiscale per far tornare quelli che come Gloria, Marco o me hanno trovato una qualche forma di realizzazione all’estero. Va stravolta un’intera mentalità che è tanto sbagliata quanto pervasiva in Italia. Cominciamo noi giovani a farlo, visto che siamo quelli che ne soffriamo maggiormente le conseguenze.

Ultimi commenti (7)
  • Cecilia |

    Grazie Giulia per il tuo messaggio. Concordo a pieno con i punti a cui accenni qui sotto: quella di dar voce alle nostre idee, di trovare persone che le sostengano e le portino avanti, quella far conoscere al mercato lavorativo domestico le nostre competenze. L’unione fa la forza e la mia email penso che tu la possa vedere: teniamoci in contatto, mi interesserebbe molto partecipare a iniziative su queste tematiche!

  • Michele |

    Giulia, grazie per la tua risposta.
    Mi scuso per l’Italiano vergognoso nel mio commento precedente, il correttore e la fretta hanno giocato brutti scherzi.

    Mi riferivo ai tanti commenti come quello di Salvini che, come dici tu, accusano indirettamente l’Italia della tragedia di Gloria e Marco.
    Condivido la tua analisi relativamente alla differenza fra scappare e rincorrere un sogno e aggiungo che lo stesso fenomeno interessa (chi piu’ chi meno) tantissimi altri paesi europei, anche quelli “che funzionano”, in cui persone che operano in settori particolari talvolta non trovano opportunita’.
    Condivido in pieno l’ultima parte del tuo ariticolo. Non sara’ di certo un incentivo fiscale, ennesima pezza temporanea di una nave che affonda, a farci tornare in un paese che non ci permette di relizzarci.
    La rivoluzione culturale necessaria a cambiare le cose spero che accada ma non ci spero troppo. Vivendo in un paese in cui si e’ abituati che la normalita’ e’ arrancare, diventa difficile anche solo realizzare che esistano altre vie e chi in quel paese non ci vive piu’ forse ha perso le motivazioni per investire le sue energie e il suo tempo in questo, ma spero di sbagliarmi. Perche’ lasciare una nazione in cui la meritocrazia permette ai migliori di avanzare, per tornare a fare laguerra dove ti viene ripetuto quotidianamente che sei fortunato anche solo ad averlo un lavoro (anche quando non pagano)?

  • Giulia Pastorella |

    Michele, per carità, sarebbe stupido dire che la colpa del tragico incendio sia dell’Italia! Va da sé che le colpe ‘fisiche’ sono del council e autorità locali, come giustamente noti tu. E che lo stesso evento sarebbe benissimo potuto succedere in qualunque altro paese. Senza contare che sono morte tante altre persone non-italiane.

    Quello che cercavo di dire è infatti che non tutto è colpa dell’Italia, ma proprio di quelli che accusano l’Italia senza far nulla per cambiarla. Sono d’accordissimo con te che il nostro paese ha tanti lati positivi. Più volte in altri articoli e interviste ho per esempio spezzato una lancia a favore del liceo italiano per esempio, che gratuitamente mi ha preparato meglio dei miei coetanei inglesi. Quindi è giusto riconoscere i meriti dove ci sono, ma anche avere un atteggiamento critico quando necessario.
    L’ultimo messaggio che voglio passare è che all’estero tutto sia rose e fiori. Lungi dall’essere così, ciascun paese ha i suoi problemi. Diciamo che per quanto riguarda le opportunità lavorative per i giovani, l’Italia mi sembra particolarmente mal messa.

  • Michele |

    ensi di colpa giustifcati? Anche no. Io penso che l’Italia e gli Italiani debbano smettere di addossarsi le colpe di qualsiasi cosa a se stessi, al loro paese e al governo. Indubbiamente il nostro paese ha una quantita’ di problemi, spesso assurdi, che e’ giusto indirizzare ai rispettivi responsabili. Ma questo no.
    Gloria e Marco sono una reponsabilita’ del governo inglese, che non ha predisposto le misure di sicurezza datte, del council e delle autorita’ locali, che hanno autorizzato la costruzione di una torre con una sola scala, una sola uscita, e dispositivi di sicurezza inadatti, e una ristrutturazione con l’applicazione di materiali infiammabili. Fine.

    Io vivo da sempre un rapporto di amore e odio con l’Italia. La vanto sempre e ovunque e mi rattrista averla lasciata per inseguire “il sogno”, ma sono allo stesso tempo felice della mia scelta.
    Quell’italia da cui “tutti scappano”, e’ lo stesso paese a cui io son grato per avermi fatto laureare sostenendo dei costi annuali pari a meta’ del mio affitto mensile Londinese, per avermi fatto dannare mille volte con la sua burocrazia, avendomi insegnato la famosa arte di arrangiarsi, molto apprezzata in paesi come gli UK. E’ lo stesso paese che e’ incredibilmente avanti rispetto al Regno Unito sotto tanti altri punti di vista. Basti pensare che l’amianto qui puo’ essere ancora utilizzato legalmente, che le etichette del cibo sugli scaffali dei supermercati non dicono fondamentalmente niente, e che oltre il 50% delle stazioni della metropolitana non dispongono di un accesso per disabili. A Londra.

    Bisogna smettere di frustare il nostro paese e chi lo dirige per qualsiasi cosa. Bisogna iniziare a vedere le cose con obiettivita’ e onesta’ e, talvolta, apprezzare tutto quello che l’Italia ci da, senza nemmeno farcene rendere conto.

  • Giulia Pastorella |

    Grazie Marco e Cecilia di aver condiviso le vostre esperienze. Marco, sono d’accordo con te che quello che per noi è un sogno per i nostri genitori era la normalità, e questa osservazione triste è un ottimo punto di partenza per ripensare come il Paese si dovrebbe comportare. Idem per Cecilia. Alla tua risposta se seguirà una rivoluzione alla riflessione, cominciamo dal cambiare il verbo. Non è questione di qualcosa che seguirà la riflessione, ma che cosa ‘faremo seguire’ noi alla riflessione.
    Trovare forze politiche e rappresentanti che condividano le riflessioni, e mettere loro pressioni affinchè portino avanti queste istanze in modo sistemico potrebbe essere una via.
    Un’altra potrebbe essere impegnarsi in prima persona per cambiare le cose, denunciando il problema ad alta voce ma soprattutto evitando di ripetere gli stessi errori quando noi giovani diventeremo la “classe dirigente” in senso lato. Lavorando anche con l’Italia noto con dispiacere che, quasi per un senso di rivincita, anche i giovani integrano e adottano la mentalità sbagliata appena ottengono una posizione di potere, invece di ricordarsi come sono stati vessati in passato. Un po’ come il nonnismo tra militari..
    E, da una che vive all’estero, posso immaginare anche che un’altra via sia di far capire al nostro Paese quante risorse ci siano ‘là fuori’ di connazionali che vorrebbero fare qualcosa, tornare per migliorare l’Italia. Oggigiorno è dura per le imprese italiane sapere chi siamo e che competenze abbiamo, e viceversa. Unire i puntini di domanda nazionale e offerta di Italiani all’estero potrebbe essere un primo passo.
    La riflessione non fa che cominciare, e speriamo che il dibattito continui. E chissà, forse riusciremo a rivoluzionare la mentalità di un intero paese. Forse è questo il sogno che dovremmo avere, oltre ad un posto fisso…

  • Cecilia |

    Cara Giulia,

    Faccio anche io parte dei trentenni “che scappano da un incubo”… e che sono arrivate in Inghilterra quattro anni fa, al termine degli studi, non per rincorrere un sogno.

    L’Italia sicuramente non agevola chi si affaccia per la prima volta nel mondo del lavoro. Le mie esperienze lavorative sono state turbolente a dir poco: stage su stage, poi contratti a termine di tre mesi, – se c’erano – stipendi MAI puntuali, lo spauracchio costante di non avere mai abbastanza esperienza, della precarietà, il tutto condito in salsa di sfruttamento. In questo contesto, un giovane non impara a lavorare e nemmeno ad essere indipendente.

    Ho dovuto quindi capire la mia strada qui in Inghilterra, imparare qui a lavorare per arrivare finalmente a delle soddisfazioni professionali. Se proprio bisogna parlare di sogni il mio è quello di riportare quello che ho imparato in Italia, in quella che considero essere Casa. Non penso di essere scappata, mi sono creata delle opportunità che in Italia non ho avuto fino ad ora.Nel mese di giugno 2017 ho avuto un colloquio in Italia presso uno dei maggiori produttori vitivinicoli nazionali: mi hanno offerto uno stage non pagato. A trent’anni con quale cuore molli tutto per inziare con uno stage? La ricerca continua…

    Oltre ai fattori che possiamo riassumere nel termine “Stato”, la causa di tutto ciò siamo anche noi, hai ragione: non solo di quanti hanno lasciato l’Italia, ma anche di quanti ci sono rimasti. La nostra non è una generazione che si è mobilitata, per protesta o per dar voce a una necessità fondamentale –non un lusso- come quella di lavorare. Tolleriamo supinamente qualsiasi decisione inerente ai nostri futuri. Abbiamo visto come negli ultimi 20 anni almeno il dibattito politico e sociale sembrava orientato a tutto meno che al benessere dei cittadini: si è generato un circolo di disinteresse e di sfiducia generale, un gatto che si morde la coda che sembra essere sempre attuale. Una SERIA riflessione sulle responsabilità di ognuno seguita da azioni tangibili è estremamente necessaria. Seguirà anche una rivoluzione di mentalità?

  • Marco |

    Pure io sono un giovane (prossimo ai 30), che ormai 6 anni fa ha lasciato l’Italia per cercare di rincorrere un sogno a Lussemburgo.
    “un conto è scappare da un incubo, un conto è rincorrere un sogno”.
    Non sono d’accordo. Putroppo, quello che per molti giovani è un sogno, altro non è quello che per i nostri genitori è stata la normalità: poter sperare di comprarsi un’auto, una casa, potersi permettere un viaggio di tanto in tanto e, se fortunati/bravi, pure una seconda casa per le vacanze ma soprattutto di non dover dipendere e farsi aiutare dalla propria famiglia fino alla soglia della pensione.
    Tra tutti i miei amici e conoscenti, non me ne viene in mente uno che sia stato in grado di partire da zero e riuscire a comprarsi una BMW nuova, una casa o di farsi un viaggio alle Maldive se non con un forte aiuto dei genitori eppure ho la fortuna di essere circondato da menti brillanti.
    Ecco, io sono dovuto scappare per rincorrere un sogno. Sono laureato in Finanza, ho un master alla City University London, sto finendo il CFA e ho una carriera che mi sarei scordato se fossi rimasto. Se dovessi tornare in Italia riuscirei a malapena ad affittare un bel appartamento e, con un po’ di sacrifici, ad acquistare un’auto di seconda/terza mano; con 6 anni di esperienza lavorativa forse potrei essere indipendente ma non potrei comunque fare “la bella vita” simbolo dei tanti film con i quali siamo cresciuti. Last but not least, le gratificazioni e responsabilità lavorative riconosciute ad un giovane in Italia sono ridicole.
    Scusa se chiedo troppo. So che questo mio “sogno”, se letto da un mio coetaneo italiano, puö sembrare utopia e forse arrogante, ma questo è quello che dagli anni ’60 fino a fine anni ’90 il nostro paese offriva a chi ci credeva.
    La rabbia di noi giovani (sia chi come me è dovuto scappare, sia chi ha deciso di rimanere) dovrebbe essere rivolta al paese in generale e sopratutto alle generazioni passate: la depressione di questi anni altro non è che il conto degli eccessi passati (debito pubblico folle, inefficienze nel pubblico e nel privato, nipotismo e mancanza di meritocrazia).
    Sono invece in linea con la tua conclusione, non basta un incentivo fiscale (purtroppo) a limitare questo esodo.