Università: voti non come valori assoluti ma anche “graduatorie” fra studenti

scritto da il 15 Ottobre 2018

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Prof, i voti sono troooppo bassi!
I suoi?
No, in generale …
Se intende quelli del mio insegnamento sono normalizzati* …
No, no, non i suoi, dico in generale, qui da noi!
Qui a Economia intende? Sì, non ha tutti i torti …

Il voto medio nei percorsi di laurea magistrale è piuttosto alto, ma il gruppo economico-statistico si posiziona tra i più bassi della graduatoria (106,5 contro una media di 107,7).

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Ecco! Ma guardi Lettere! Ma come fanno ad avere più di 110/110, in MEDIA?
Capisco la sua perplessità, ma i dati Almalaurea (2017) evidenziano che non sono così rare le classi di laurea magistrale in cui il voto medio va da 110 in su, e molte di queste classi appartengono al gruppo letterario …

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Prof, dipende dalla sede?
Solo in parte. Gli atenei con voto medio di laurea magistrale complessivo (riferito cioè all’insieme di tutti i gruppi disciplinari) uguale o maggiore di 110/110 sono solo 3 (Sassari, Napoli L’Orientale e Palermo), ma considerando sia la sede sia il gruppo disciplinare gli atenei con voto medio maggiore 110 nel gruppo di Lettere non sono pochi.

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Prof, ma c’è un Ateneo dove anche noi del gruppo economico-statistico abbiamo un voto maggiore di 110?
C’è. Uno c’è, ma non lo dico …

Perché Prof? Cosa c’è di male nel dare voti alti?
Niente di male, se il massimo voto certifica il pieno raggiungimento degli obiettivi formativi, ma la funzione formativa non è l’unico compito dell’università. Anche la funzione allocativa svolge un ruolo socialmente rilevante nell’abbinamento tra individui e posti di lavoro, e questa funzione si esprime proprio con la valutazione comparativa, cioè con la classifica ordinale dei laureati. Attribuire a tutti il voto massimo, per quanto bravi siano gli studenti in senso assoluto, significa rinunciare alla funzione allocativa, cioè ad esprimere la valutazione di ciascuno di essi in rapporto ai suoi pari.

Il contributo di due premi Nobel rappresenta la rilevanza del tema per gli economisti. La teoria dell’Istruzione universitaria come filtro (Arrow 1973) e la teoria dei Segnali sul mercato del lavoro (Spence 1973). Queste teorie rappresentano il ruolo delle valutazioni ricevute in sede di laurea non solo come indicatori di abilità acquisita, ma anche come misure imperfette (n.b.: imperfette!) di abilità innata, da cui deriva il conseguente abbinamento selettivo tra individui e posizioni lavorative.

Umfh … E funziona, il “segnale”?
Prima della riforma funzionava (Educational performance as signalling device) .


* i voti della classe sono normalizzati quando le prestazioni individuali sono rapportate a quelle medie del gruppo di riferimento.

Ultimi commenti (1)
  • Edoardo |

    C’è da chiedersi se tali graduatorie non siano penalizzanti per le nostre studentesse e i nostri studenti in ambito internazionale. Quando si mettono a confronto i processi di determinazione del voto di sistemi universitari esteri, i nostri corsi si rivelano fortemente penalizzanti. E’ di poca consolazione sapere che gli studenti italiani siano in assoluto molto bravi, se poi è proprio la funzione allocativa del voto italiano a renderli poco appetibili sulla piazza internazionale. Forse dovremmo ragionare meglio sulle tabelle di conversione con l’estero.