Violenza sulle donne, condanna Cedu contro l’Italia: «Frasi sessiste nelle aule di giustizia»

Un coltello alla gola? «Uno scherzo di cattivo gusto». I colpi ai figli? «Mere misure disciplinari». Gli abusi sessuali denunciati? Difficile da provare il mancato consenso perché «è normale che gli uomini debbano superare un minimo livello di resistenza che ogni donna tende a mostrare quando è stanca della vita quotidiana e un uomo fa avances sessuali».

Il caso Ubeda e la condanna di Strasburgo

I giudici della Corte europea dei diritti dell’uomo leggono gli atti ricevuti dall’Italia – e in particolare la richiesta di archiviazione di un pm nei confronti di un uomo denunciato da moglie e figli – e non nascondono il proprio sconcerto: «Si tratta di motivazioni che riflettono una cultura sessista e stereotipata – scrivono – da evitare nelle aule di giustizia». Usa parole severe la Corte di Strasburgo nella sentenza con cui condanna l’Italia per una «risposta istituzionale insufficiente e tardiva», causa di vittimizzazione secondaria e non di tutela nei confronti della donna che aveva denunciato il marito violento. E’ la storia di una donna francese, residente in Italia, quella che si cela dietro la sentenza emessa il 2 luglio dai sette giudici della Prima sezione (domanda numero n. 9993/24, caso Ubeda e altri contro Italia). Alle istituzioni giudiziarie italiane si contestano procedimenti che non sono stati «tempestivi, approfonditi o efficaci», visto che a fronte di una denuncia presentata nell’aprile 2021 fino a giugno 2025 non risulta alcuna udienza dibattimentale. Si contesta inoltre la mancata comprensione delle «complesse dinamiche della violenza domestica». Con conseguenze pesanti per le vittime e non per l’aggressore denunciato. L’Italia viene così condannata per violazione degli articoli 3 e 8, proibizione della tortura e diritto al rispetto della vita privata e familiare.

Nel leggere le motivazioni della sentenza si trova tutto il corollario di quanto non andrebbe fatto in caso di denuncia di violenza di genere, sia sul fronte penale che civile per l’affidamento dei minori.

Tre anni per decidere sui minori e l’uso di “modelli prestampati”

Il Tribunale ha impiegato oltre tre anni per una decisione definitiva sulla responsabilità genitoriale, «utilizzando un modello prestampato» per di più, senza un’analisi dettagliata dei fatti; creando un «prolungato clima di incertezza». Ha «ignorato» le accuse di violenza domestica, «rafforzando e prolungando la sofferenza» della madre. Oltre ad aver fatto in modo che donna e figli andassero in una casa famiglia, mentre nessun provvedimento è stato adottato nei confronti dell’uomo denunciato.

Sullo sfondo di questa ricostruzione, che porta alla condanna dell’Italia da parte della Cedu, pesano poi come pietre le critiche rivolte a «decisioni basate su stereotipi che contribuiscono all’accettazione della violenza domestica». Con «la tendenza a dare credito a stereotipi e credenze comuni che considerano una relazione intima – è la reprimenda dei giudici di Strasburgo – intrinsecamente basata sulla sottomissione/dominazione e possessività». Pregiudizi che si pensavano archiviati per sempre.

Sia pur in corner la giustizia italiana si riscatta. E dopo quella richiesta di archiviazione del pm, è intervenuto il Procuratore capo della Repubblica. Ma questa condanna Cedu dimostra quanto lunga sia talvolta ancora la strada da compiere nel contrasto alla violenza contro le donne.

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