“Com’eri vestita?”: la mostra a Catania e il nodo del consenso oltre gli stereotipi

Com’eri vestita? E’ la domanda che ogni vittima di stupro si è sentita rivolgere almeno una volta nella vita. L’interrogativo, che davanti ai giudici fa da sponda alla difesa dello stupratore, si insinua da sempre nei discorsi in famiglia come in quelli da bar quando l’argomento è la violenza sessuale. Il tentativo è mistificare e ribaltare gli accadimenti per spostare le responsabilità: cercare la colpa nella donna piuttosto che nel suo aggressore è modo per sminuire, giustificare l’ingiustificabile e, infine, assolvere.

Ma Com’eri vestita? è anche una mostra itinerante, di cui Alley Oop si è già occupata, nata da un allestimento dell’associazione antiviolenza Cerchi d’acqua di Milano e da un’idea di Rai Radio1 e di Elena Paba, coordinatrice della campagna “Come un’onda contro la violenza sulle donne”. Da metà maggio è anche a Catania.

Una folla di donne assenti riempie l’atrio che dà sull’aula magna del Dipartimento di Giurisprudenza. Voci cristalline, stampigliate sui cartellini degli abiti dello stupro: un costume da bagno, la t-shirt di cotone che tutte mettiamo sui jeans, una camicia di seta.

La mia amica mi disse: forse, l’hai provocato tu?”. “In pigiama. Desideravo solo dormire e magari fare bei sogni”.

Camusso: «Nel nostro Paese abbiamo fatto tanto sulle leggi, poco sulla prevenzione e la cultura»

Durante il convegno che apre l’installazione voluta in ateneo dal direttore Salvatore Zappalà e da Mariagrazia Militello, docente di diritto del lavoro e  specialista in discriminazioni di genere, la senatrice Susanna Camusso  che fu segretaria della Cgil va dritta al punto: «Nel nostro paese sulla violenza si è fatto poco quanto a prevenzione e cultura; molto si è fatto sul piano delle leggi, specie in ambito penale. Le molestie sul lavoro, ad esempio, quando si riesce a sollevarle, vengono inquadrate perlopiù come mobbing. E questa è una cosa gravissima perché le molestie sono dimostrazione dell’esercizio di potere sulle donne». Certo, prosegue Camusso, «abbiamo fatto delle cose: abbiamo decostruito le logiche del Com’eri vestita? ma siamo in un periodo di regressione. Si pensi alla disparità di retribuzione. Gli studi dicono che il  gap si stabilizza già dal primo o secondo anno dall’inizio del rapporto di lavoro. Quando parliamo di lavoro povero o di precariato, sappiamo che stiamo parlando soprattutto di lavoratrici e molto meno di lavoratori».

Anche la questione dei congedi parentali è, secondo la senatrice, un indicatore da non sottovalutare. La quota di congedi utilizzata dagli uomini è minima e i motivi sono rivelatori di un sistema: «I colleghi si sono dimostrati ostili; mi è stato detto che non gioverebbe alla mia carriera… e così via. Questo pone un tema: esercitare le funzioni di cura è visto come un disvalore rispetto alla carriera. Fare figli è un disvalore per le donne, non lo è per gli uomini che non sono gravati dal carico di cura. Non è dunque la punizione la strada buona per il cambiamento culturale, lo sono i processi di educazione. Oggettivizzazione delle persone, invisibilità sono condizioni che favoriscono la violenza».

Il cambiamento culturale che ancora manca: il nodo del consenso

Su un piano strettamente giudiziario è Enza De Pasquale che preside la seconda sezione penale del Tribunale di Catania a parlare di consenso e poi di vittimizzazione secondaria, ma anche di centralità della formazione degli operatori e delle operatrici del processo: «Il messaggio che deve passare – dice – è l’irrilevanza del tema di come era vestita la vittima di stupro. C’è bisogno di un progresso culturale, però».

Sulla norma passata alla Camera in maniera bipartisan poi arrestatasi al Senato per l’emendamento Bongiorno (e sulla quale in queste settimane sta lavorando un comitato ristretto chiamato a rielaborare il testo sul consenso riconoscibile), la presidente De Pasquale è lapidaria: «Consenso non è assenza di dissenso. Può non esserci consenso, pur non esprimendo dissenso – e cita il freezing o la paura del giudizio sociale –  Mentre il segnale di consenso è un segnale positivo e osservabile, il dissenso non lo è. Da qui l’estrema difficoltà di prova». La giudice si sofferma infine su come scongiurare i rischi di rivittimizzazione. E raccomanda attenzione: «L’ascolto della donna deve avvenire in tempi vicini al fatto; non deve essere ripetuto le volte in cui ciò non sia necessario; deve essere favorito nelle forme da remoto, così da evitare la contemporanea presenza fisica e soprattutto il contatto visivo con l’autore del reato. E oggi molte strutture purtroppo non consentono di garantire le condizioni migliori per le vittime».

Sulla violenza sessuale, anche l’Unione si muove. Con la Relazione sull’importanza di una legislazione in materia di stupro basata sul consenso nell’UE  – relatrici Evin Incir e Joanna Scheuring-Wielgus – le Commissioni congiunte per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni e quella per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere, poco più di un mese fa hanno formulato un’importante Proposta di Risoluzione del Parlamento Europeo.

Tra i Considerata, anche la condanna subita dall’Italia nel 2021. Con la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo nella causa JL/Italia (domanda n. 5671/16), i giudici hanno stabilito infatti che il ricorso agli stereotipi e alla colpevolizzazione delle vittime durante i processi per stupro costituisce una violazione del diritto.

Il documento, quindi, «invita la Commissione a proporre, senza indugio, una legislazione che stabilisca una definizione di stupro a livello dell’UE, basata sul requisito del consenso libero, informato e revocabile».

Richiama gli Stati all’obbligo di conformarsi all’articolo 36 della Convenzione di Istanbul e li invita ad abbandonare le definizioni di stupro basate sul presupposto della violenza e ad avviare modifiche legislative per allineare tali definizioni alle norme internazionali più recenti, così da fornire il sostegno e la protezione necessari e adeguati alle vittime di stupro e alle persone sopravvissute.

La legislazione fondata sull’assenza di consenso è ritenuta, in definitiva, l’unico quadro adeguato. E’ norma internazionale in materia di diritti umani e come tale va rispettata. Ma non solo. L’osservazione ci dice di più: essa è strumento in grado di assicurare esiti positivi in termini di accesso alla giustizia, percentuali di denuncia e condanna più elevate, come di fornire migliori prospettive per il recupero e il benessere emotivo delle persone sopravvissute.

Quello che arriva dall’Ue è insomma un monito di cui il nostro Parlamento non potrà non tener conto.

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