Carceri minorili, le voci di ragazzi e ragazze che chiedono di essere visti

«Fossi nato con più possibilità, forse sarebbe stato tutto diverso». «Qui il mio tempo è proprio perso». «Il mio desiderio più grande è essere vista. Se non ci prendiamo cura dei minori, che hanno tutta la vita davanti, ci ritroveremo con una società che cade a pezzi, piena di risentimento e astio».

Queste sono alcune delle voci che arrivano dagli istituti penali minorili italiani (ipm), raccontati nel podcast Figli nostri. Vite e voci dalle carceri minorili italiane di Radio24 e che fotografano una generazione di adolescenti e giovani adulti, tra i 14 e i 24 anni, con un disagio profondo. Un disagio che trova riscontro nei numeri: nel 2024 oltre 38mila minori tra i 14 e i 17 anni sono stati segnalati o arrestati, dato più alto almeno dal 2010. I reati più frequenti sono rapina, furti, lesioni dolose e stupefacenti. E sono cresciuti anche i detenuti: al 31 dicembre 2025 erano 570 i ragazzi detenuti negli istituti penali minorili, contro i poco più di 400 dell’estate 2023 e un picco di oltre 600 a inizio 2025. Un aumento che coincide con l’entrata in vigore del decreto Caivano (novembre 2023), che ha inasprito le pene e ampliato il ricorso alla custodia cautelare e con l’arrivo in Italia, , a partire dal 2021, di un’ondata di minori stranieri non accompagnati.

Un sistema che cambia: più ingressi, permanenze più lunghe

Negli istituti — da Nisida al Beccaria al Pratello — gli operatori descrivono un cambiamento: reati più violenti, spesso per motivi inesistenti e permanenze più lunghe. «Entrano nel circuito penale e, alla prima trasgressione in comunità, finiscono in carcere», spiegano. Così il carcere, da extrema ratio, diventa uno snodo più frequente. «All’inizio sembrava quasi un vanto, come se facesse curriculum: se entri in carcere vuol dire che sei davvero qualcuno», racconta un ragazzo. «Poi, quando sei dentro, cambi idea: è un ambiente violento, devi saperti difendere».

Sovraffollamento e carenza di risorse

Le criticità riguardano soprattutto la carenza di agenti ed educatori, la difficoltà di garantire continuità ai percorsi rieducativi, l’aumento dell’uso di psicofarmaci e dei disturbi psichici. A questo si aggiunge il sovraffollamento — una novità per il sistema minorile — che rende più complesso ogni intervento. In alcuni istituti, come a Bologna, nel 2024, i ragazzi dormivano sui materassi a terra. Al Beccaria si è arrivati a quasi 90 presenze a fronte di circa 50 posti. Anche al Malaspina, a Palermo, i numeri sono più alti. «È un periodo molto faticoso, i ragazzi portano con sè tanta rabbia», raccontano gli operatori. E il rischio è che, senza risorse adeguate, il carcere perda la sua funzione educativa.

Il peso dei minori stranieri e i trasferimenti

Oggi i detenuti sono per lo più maschi. Le ragazze sono circa 30, concentrate tra Pontremoli – unico istituto penale minorile femminile – e Casal del Marmo, a Roma. La metà è composta da minori stranieri non accompagnati. I carceri più popolosi sono Nisida, a Napoli e il Beccaria, a Milano, al momento con circa 70 detenuti ciascuno. Oltre il 60% dei detenuti ha meno di 18 anni: i maggiorenni diminuiscono perché il decreto Caivano consente il loro trasferimento nelle carceri per adulti, anche per violazioni interne. «Al primo sgarro ti mandano via», raccontano a Casal del Marmo. Un passaggio che interrompe percorsi già fragili e riduce ulteriormente le possibilità di recupero, spingendo i ragazzi verso circuiti più duri.

Il nodo delle comunità

Altra criticità è l’assenza di una forte rete di accoglienza che, ad esempio, per i minori stranieri, soli, senza famiglia, è l’unica via.  Al momento le comunità sono in affanno e gli educatori sempre meno. In italia le comunità ministeriali sono 3 e accolgono 18 ragazzi. Oltre mille sono invece quelli accolti nelle strutture private. La mancanza di una rete stabile rende più fragile ogni percorso di reinserimento. «Una volta usciti dal carcere chi accoglierà questi ragazzi», si chiede don Gino Rigoldi, per 50 anni cappellano del Beccaria. «Il vero probelma è il fuori, mancano le strutture comunitarie, che possono accogliere i ragazzi anche in alternativa al carcere. Gli istituti penali, in questo momento di particolare fragilità giovanile, rischiano di acuire il loro disagio».  Gli ipm nel 2025 sono saliti a 19 con l’apertura di Lecce e l’Aquila, a 20 con Rovigo nel 2026.

Dentro le celle: il tempo e il vuoto

Dentro le celle il tempo è il tema centrale. «Aspettiamo che finisca la giornata», raccontano a Palermo. Le attività — scuola, laboratori, teatro — esistono, ma non sempre bastano. «Il carcere mi ha fatto riflettere: ora vado per obiettivi, lavoro e famiglia», dice un ragazzo. Altri restituiscono un senso opposto: «Non ho mai avuto un rapporto con gli educatori, non mi sono mai sentito visto». E ancora: «Gli adulti dovrebbero chiedersi come stiamo e perché siamo qui». L’esperienza oscilla tra possibilità di cambiamento e senso di vuoto in un luogo, il carcere minorile, in cui si respira aria di sofferenza e di dolore. Tra corridoi lunghi e stretti, porte blindate e il rumore, costante, delle chiavi che girano nelle serrature.

Una questione che riguarda il “prima”

Se negli istituti penali  minorili oggi sono circa 600 i detenuti, al 31 dicembre erano 17 mila i ragazzi tra i 14 e i 24 anni in carico ai servizi sociali della giustizia minorile, tra comunità, percorsi di messa alla prova in comunità e famiglia, interventi educativi e altro. Al 31 luglio – pre Caivano – erano 13mila.  Numeri in crescita.  Per bloccare questa crescita bisogna prevenire, quindi intervenire sul territorio, investire su scuola, sport, centri di aggregazione, sostenere le famiglie, i giovani, le comunità. Perchè le storie dei ragazzi raccolte in  carcere e nelle comunità mostrano, spesso, una sequenza di mancate opportunità: scuola interrotta, famiglie fragili, marginalità economica, assenza di prospettive.

Povertà ed esclusione sociale

«Ho dormito in strada, non avevo casa né lavoro. Ho rubato per mangiare», racconta un ragazzo arrivato dal Marocco, da solo, a 13 anni. In Italia il 26,7% dei minori è a rischio povertà o esclusione sociale; la quota supera il 40% nel Sud e tra i minori stranieri. Il nodo non è solo come punire, ma come prevenire e costruire alternative. «Il carcere può offrire nuove opportunità, mentre fuori è più facile cogliere quelle negative», raccontano due giovani, detenuti nel carcere di Nisida.

La scommessa, dunque, è accompagnarli a trovare il loro posto nella società. Ma per combattere la violenza bisogna dare a questi giovani un nuovo modo di vedere la vita. Perché se sono cresciuti nella violenza, la violenza è la loro unica chiave di lettura. E a 14, 16 anni la loro storia si può ancora riscrivere.

***

Il racconto e le testimonianze contenute in questo articolo sono tratti da Figli Nostri, il podcast di Radio24 che supera cancelli e porte blindate, per raccontare la vita negli istituti penali minorili italiani,

***

La newsletter di Alley Oop

Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com