Violenza giovanile: perché per i minori punire non basta. Il piano degli esperti

In provincia di Bergamo, a Trescore Balneario, un ragazzo di 13 anni entra a scuola con un coltello, colpisce la sua insegnante e filma tutto. Un’aggressione maturata dentro un vissuto di frustrazione e umiliazione, raccontato dallo stesso ragazzo in uno scritto e che richiama quanto avvenuto il 16 gennaio a La Spezia, dove un 18enne ha aggredito e ucciso un coetaneo.

Vicende che riportano al centro una domanda più ampia: che cosa sta accadendo agli adolescenti oggi? Da episodi come questi riparte la discussione pubblica su sicurezza, pene più dure, controlli. Ma è anche da qui che nasce il manifesto firmato da tre esperti di disagio giovanile, Massimo Ammaniti, Vittorio Lingiardi e Stefano Vicari. «Non si può immaginare di rispondere unicamente con misure repressive a problemi complessi», spiega Vicari . «La punizione è necessaria, ma da sola non serve a prevenire».

Il manifesto per gli adoescenti

Il manifesto nasce proprio dopo l’episodio di La Spezia, racconta Stefano Vicari, docente di neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, direttore dell’Unità operativa complessa di Neuropsichiatria infanzia e adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù .  «Abbiamo avvertito la forte necessità di confermare la punibilità di questi gesti, ma contemporaneamente di lavorare sulla prevenzione, perché i provvedimenti repressivi non stanno dando risultati». Da qui la domanda: oltre a punire, cosa si può fare per evitare che accada di nuovo? «Gli adulti non possono scaricare su scuola e famiglie questi episodi. Questo è il punto centrale», sottolinea Vicari. «Dobbiamo iniziare a ragionare non solo in termini repressivi, che sono anche necessari, ma anche in termini propositivi ed educativi». Esperienze in altri Paesi europei mostrano come investire sull’educazione alle relazioni e all’empatia possa ridurre i comportamenti aggressivi. «Lavorare sulla gestione delle emozioni è fondamentale», osserva.

Minorenni arrestati in crescita

I numeri aiutano a capire la dimensione del fenomeno. Nel 2024 i minori tra i 14 e i 17 anni segnalati o arrestati sono stati oltre 38mila, in aumento del 16% rispetto all’anno precedente: il dato più alto almeno dal 2010. Ma solo una parte entra nel circuito penale. I ragazzi e i giovani adulti tra i 14 e i 24 anni in carico ai servizi della giustizia minorile nel 2025 sono stati oltre 23mila, tra carceri, comunità, messa alla prova e percorsi educativi. Al 31 dicembre 2025 erano 17 mila, in salita dai circa 13 mila di luglio 2023, prima cioè dell’entrata in vigore del decreto Caivano a novembre 2023. Anche il sistema penale minorile fotografa una pressione crescente: i minori detenuti negli istituti penali minorili sono passati da 420 nel 2023 a oltre 570 a fine 2025, con più di 1.100 ingressi nell’ultimo anno.

Il disagio

Dietro gli episodi più estremi, emerge una trama più profonda, fatta di disagio, solitudine e mancanza di ascolto. «Ci sono molti ragazzi che non riescono a essere accolti dai servizi, lasciati soli insieme alle famiglie. Anche la scuola fatica a gestire queste situazioni», osserva Vicari. Se da una parte aumentano in maniera costante le richieste di aiuto in ambito psichiatrico tra i minori, dall’altra l’offerta dei servizi non cresce allo stesso ritmo. In alcune aree del Paese è addirittura diminuita, con intere regioni prive di un’adeguata rete di supporto, spiega lo specialista.

Bisogna investire sulle agenzie educative

È qui che il manifesto introduce il suo punto centrale: la prevenzione passa dalle agenzie educative. Scuola, famiglia, comunità, sport, cultura. «Dobbiamo investire su luoghi capaci di promuovere dialogo, accoglienza e integrazione», dice Vicari. Il rischio, altrimenti, è intervenire sempre e solo dopo. «Parliamo dei ragazzi quando accadono fatti di cronaca, ma i loro bisogni non sono al centro dell’agenda politica». Il contesto sociale pesa: in Italia oltre un minore su quattro (26,7%) è a rischio povertà o esclusione sociale, quota che supera il 40% tra i minori stranieri e nel Mezzogiorno. Da qui la proposta: scuola aperta, attività sportive e culturali, formazione degli insegnanti, sostegno alla genitorialità. «Aiutare un bambino a crescere significa dargli esempi, relazioni positive, possibilità, attraverso cultura e sport, c’è da aprire la mente di questi ragazzi e non confinarli in contesti di deprivazione».

Gli adulti non possono sottrarsi alle proprie responsabilità». Il mondo degli adulti, aggiunge, deve trasmettere la forza del dialogo, non quella della violenza.

Allora cosa possiamo fare?

«Io sogno un mondo in cui un bambino esce al mattino, va a scuola, studia e poi nel pomeriggio può fare sport, musica, attività. Una scuola aperta tutto il giorno, per tutto l’anno. E poi torna a casa e trova genitori che hanno tempo per lui».

Un’idea semplice, ma radicale: mettere davvero al centro scuola e famiglia, aiutare i genitori a essere educatori e creare le condizioni perché possano esserlo. Perché la prevenzione, prima ancora che nelle norme, nasce nelle relazioni, dall’educazione all’empatia. Il manifesto nasce proprio per questo: rompere una rimozione collettiva. «Vogliamo che nessuno possa dire: non lo sapevo», conclude Vicari.

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