Maternità, verso il voto per delega alle eurodeputate in maternità

Licia Ronzulli il 22 settembre 2010 si è presentata a votare in seduta plenaria al Parlamento europeo tenendo in braccio la figlia Vittoria di appena 44 giorni

Una modifica tecnica, apparentemente limitata, ma dal forte valore simbolico e politico. L’Unione europea si prepara a cambiare le regole del gioco per rendere più inclusiva la partecipazione delle donne nelle istituzioni. La decisione presa dal Consiglio dell’Unione Europea di introdurre il voto per delega per le europarlamentari in maternità, rappresenta infatti un passo avanti nel tentativo di adattare la politica alle esigenze reali della vita.

Un’ Europa poco a misura di donna

Fino ad oggi, il sistema europeo si fondava su un principio rigido: il voto è personale e deve essere espresso in presenza. Questo significava che una deputata in gravidanza avanzata o nei mesi immediatamente successivi al parto, veniva di fatto esclusa dall’attività parlamentare. Non solo impossibilitata a partecipare fisicamente, ma anche privata del diritto di voto, con un evidente impatto diretto sulla rappresentanza democratica. La riforma approvata dai governi nazionali introduce invece una novità sostanziale: le europarlamentari potranno delegare il proprio voto a un altro membro per un periodo che va dai tre mesi precedenti al parto fino ai sei mesi successivi alla nascita del figlio. Si tratta di una finestra temporale pensata per coprire le fasi più delicate della maternità, garantendo al tempo stesso continuità nell’attività legislativa.

Un meccanismo anacronistico

Dietro questa scelta c’è una riflessione più ampia sul funzionamento delle istituzioni europee. Come sottolineato anche nel dibattito politico che ha accompagnato la proposta, l’obiettivo è quello di rafforzare la rappresentanza democratica, evitando che la voce degli elettori venga “sospesa” a causa di eventi personali prevedibili e naturali come la nascita di un figlio. In altre parole, la maternità smette di essere un ostacolo strutturale alla partecipazione politica.
Non è un caso che la proposta sia stata sostenuta con forza all’interno del Parlamento Europeo, anche su impulso della sua presidente Roberta Metsola, che ha più volte evidenziato la necessità di modernizzare regole risalenti a un contesto storico molto diverso. L’attuale legge elettorale europea, infatti, risale al 1976, un’epoca in cui il tema della conciliazione tra vita privata e incarichi pubblici era sostanzialmente assente dal dibattito politico.

Un mondo diverso

La questione non è solo normativa, ma anche culturale. Per decenni, le istituzioni hanno dato per scontato un modello di rappresentante politico “senza vincoli”, implicitamente maschile, in grado di garantire presenza continua e totale disponibilità. Le difficoltà incontrate dalle donne, soprattutto durante la maternità, sono rimaste ai margini, affrontate più come eccezioni individuali che come problemi sistemici. Emblematico, in questo senso, è stato il caso di alcune eurodeputate che in passato hanno portato i propri figli in aula pur di non rinunciare al mandato.
La nuova misura cerca di superare proprio questa impostazione. Consentire il voto per delega significa riconoscere che la rappresentanza politica può essere esercitata anche attraverso modalità flessibili, senza compromettere i principi di trasparenza e responsabilità. Proprio per questo il Consiglio ha sottolineato anche la necessità di stabilire regole chiare per garantire la tracciabilità e l’integrità del voto delegato.

Per l’Italia il dovere di cura rimane a carico delle donne

Resta però un elemento controverso: l’esclusione dei padri. La riforma, nella sua versione attuale, infatti, non prevede la possibilità di delega per i parlamentari uomini in congedo di paternità. Una scelta che riflette le divisioni tra gli stati membri e che, come riportato da Euractiv è stata influenzata dall’opposizione di alcuni paesi. Due, nello specifico: Ungheria e Italia.

Un percorso a ostacoli

Dal punto di vista procedurale, il cambiamento non è ancora definitivo. Dopo l’accordo del Consiglio, sarà necessario il via libera del Parlamento, seguito da una nuova approvazione formale e dalla ratifica da parte di tutti gli stati membri. Si tratta di un iter complesso, tipico delle modifiche ai trattati europei, che richiede tempo e consenso diffuso. Proprio per questo, l’entrata in vigore è prevista non prima della prossima legislatura, a partire dal 2029. Nonostante ciò, il segnale politico è già chiaro. L’Unione europea sta cercando di aggiornare le proprie regole per renderle più aderenti alla realtà sociale contemporanea.

Le donne nelle istituzioni europee

Ursula Von der Leyen, al vertice della Commissione Europea; Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, Christine Lagarde a capo della Banca Centrale Europea e Kaja Kallas, alla guida della diplomazia europea. Se è vero che per la prima volta nella storia dell’Unione europea, i vertici di quattro delle principali istituzioni comunitarie sono occupati da donne, la base della rappresentanza politica femminile sta perdendo terreno. Come spiegato dall’ultimo report del servizio di ricerca del Parlamento europeo, dopo una crescita ininterrotta dal 1979 al 2019 (quando era al 41 per cento), la quota di eurodeputate è scesa al 38,5 per cento dopo le elezioni del 2024, segnando un preoccupante stop a una tendenza che sembrava consolidata.

Da una parte ci sono nazioni come la Svezia, dove le donne superano il 60% della rappresentanza parlamentare europea. Dall’altra, permangono sacche di resistenza estrema. Cipro, ad esempio, non ha eletto nemmeno una donna al Parlamento europeo nell’ultima tornata elettorale.

Presenza femminile nelle istituzioni nazionali in crescita

A livello nazionale qualcosa sta cambiando. Secondo i dati diffusi da Eurostat in occasione della Giornata internazionale della donna, la presenza femminile nelle istituzioni politiche sta aumentando. Nel 2025 le donne occupavano il 33,6% dei seggi nei parlamenti nazionali dell’Unione europea, in crescita di 5,4 punti percentuali rispetto al 2015. Anche nei governi nazionali si è registrato un incremento, con una presenza del 31,9%, 4,2 punti percentuali in più rispetto a dieci anni prima.

I dati, che si riferiscono al quarto trimestre del 2025 e del 2015, sono chiari: c’è una crescita generale della partecipazione femminile, anche se con differenze marcate tra i diversi Paesi membri.

Un’Europa a due velocità

Nel 2025 i livelli più alti di rappresentanza femminile nei parlamenti nazionali si registravano nei Paesi nordici. In testa Finlandia, dove il 46,0% dei parlamentari è donna, seguita da Svezia (44,8%) e Danimarca (44,7%). All’estremo opposto si collocano Cipro (14,3%), Ungheria (15,6%) e Romania (22,0%), con quote significativamente inferiori alla media europea.

E in Italia?

Secondo i dati Eurostat, nel 2025 in Italia le donne rappresentavano circa il 35% dei membri del parlamento nazionale, in aumento rispetto al 26% del 2015. Il Paese si colloca quindi intorno alla media europea, mostrando un miglioramento significativo nell’ultimo decennio.

Un provvedimento di buon senso, un segnale di cambiamento

Il voto per delega per le europarlamentari in maternità non è solo una misura tecnica, ma un indicatore di cambiamento. Segna il passaggio da un modello rigido e uniforme a uno più flessibile e inclusivo, in cui la partecipazione democratica non viene sacrificata di fronte alle esigenze della vita personale. Una trasformazione che, pur con i suoi limiti, apre la strada a ulteriori evoluzioni nel rapporto tra istituzioni e società.

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