
Un viaggio verso un altro Stato europeo. Spese mediche e di viaggio. E poi giorni di lavoro persi. Per molte europee, l’interruzione volontaria di gravidanza è ancora questo: una migrazione sanitaria forzata. Il tema dell’accesso all’aborto è oggi al centro del dibattito sulle politiche sociali europee e sull’utilizzo dei fondi comunitari. In questo contesto, la campagna My Voice, My Choice ha raccolto oltre un milione di firme in almeno sette Stati membri, superando la soglia prevista dai trattati per chiedere alla Commissione europea di esaminare una proposta normativa.
Nello specifico, l’iniziativa proponeva la creazione di un meccanismo finanziario europeo per sostenere le donne che, a causa di restrizioni legislative o ostacoli pratici nei sistemi sanitari nazionali, sono costrette a recarsi in un altro Paese dell’Unione per accedere all’aborto.
La risposta della Commissione e il perimetro delle competenze europee
La risposta preliminare dell’esecutivo comunitario non apre alla creazione di un nuovo fondo dedicato, ma introduce un elemento rilevante sul piano finanziario: gli Stati membri potranno utilizzare, nell’ambito dei programmi nazionali, risorse del Fondo sociale europeo Plus anche per iniziative legate alla salute riproduttiva e all’accesso ai servizi sanitari. Nessuna risorsa ad hoc per garantire un accesso sicuro all’aborto, quindi, ma una estensione delle risorse già previste. «Non è il sì che volevamo», ha dichiarato Nika Kovac, coordinatrice internazionale della campagna. «Non verranno per adesso stanziati nuovi fondi, sarà possibile usare quelli esistenti, ma ora esiste un percorso chiaro su come rendere l’aborto sicuro e accessibile».
Con una dotazione complessiva di circa 147 miliardi di euro destinata a occupazione, inclusione sociale e accesso ai servizi, il Fondo sociale europeo Plus rappresenta uno dei principali strumenti della politica di coesione dell’Unione europea per il periodo 2021-2027. Con questa precisazione, la Commissione non modifica il quadro delle competenze previsto dai trattati: la sanità resta materia di competenza nazionale e l’Unione può intervenire solo con strumenti di sostegno finanziario, coordinamento o raccomandazione.
Accesso diseguale nell’Unione
Il dossier nasce da un contesto europeo caratterizzato da normative molto diverse tra gli Stati membri. L’interruzione volontaria di gravidanza è legale nella maggior parte dei Paesi dell’Unione, ma i limiti temporali, le procedure e la disponibilità dei servizi sanitari variano in modo significativo. Secondo i promotori della campagna My Voice, My Choice, oltre 20 milioni di donne nell’Unione europea vivono in Paesi dove l’accesso all’aborto è fortemente limitato o ostacolato da fattori amministrativi e sanitari. Queste differenze alimentano il fenomeno della mobilità sanitaria intraeuropea: ogni anno migliaia di donne si spostano verso altri Stati membri per accedere alla procedura, sostenendo costi legati alle cure mediche, ai trasporti e all’alloggio.
Politiche sociali e bilancio europeo
Negli ultimi anni l’Unione ha progressivamente rafforzato gli strumenti finanziari destinati alla coesione sociale e alla sanità, anche in risposta alle crisi economiche e sanitarie. In questo quadro, l’utilizzo flessibile dei fondi già esistenti rappresenta per Bruxelles una soluzione intermedia: da un lato consente di sostenere politiche di inclusione sanitaria, dall’altro evita di modificare l’equilibrio delle competenze tra livello europeo e nazionale.
La questione rimane, quindi, aperta. Molto dipenderà dalle scelte dei singoli Stati membri, chiamati a decidere se utilizzare le risorse disponibili per facilitare l’accesso ai servizi sanitari legati alla salute riproduttiva.
10 anni di aperture a singhiozzo
A proposito di Stati. Cosa è cambiato in questi ultimi dieci anni a livello nazionale in Europa? Il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza in Europa ha attraversato una fase di trasformazione significativa. Il quadro normativo si è mosso lungo due direttrici opposte: da un lato diversi Paesi hanno ampliato l’accesso o rafforzato le garanzie legali, dall’altro alcuni Stati hanno introdotto restrizioni che hanno riaperto il dibattito politico e istituzionale a livello europeo. Il risultato è una geografia dei diritti sempre più eterogenea all’interno dell’Unione europea, con differenze rilevanti sia nelle norme sia nell’accesso effettivo ai servizi sanitari.
Le liberalizzazioni: Irlanda, Francia e Nord Europa
Tra gli eventi più rilevanti dell’ultimo decennio spicca la svolta dell’Irlanda, dove nel 2018 un referendum ha abolito il divieto costituzionale di aborto con il 66% dei voti favorevoli, aprendo la strada alla legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza fino a 12 settimane. Negli anni successivi altri Paesi hanno ampliato le tutele o semplificato l’accesso. La Francia ha compiuto un passo simbolico nel 2024 inserendo il diritto all’aborto nella Costituzione, mentre in diversi Stati del Nord Europa sono stati estesi i limiti temporali o eliminate alcune procedure obbligatorie.
Tra le riforme più recenti figurano l’estensione dei termini in Danimarca, l’eliminazione dei periodi di attesa in Lussemburgo e Paesi Bassi, e la legalizzazione dell’aborto farmacologico in Lituania. Secondo l’European Abortion Policies Atlas 2025, i sistemi più avanzati in termini di accesso e tutela dei diritti si trovano oggi soprattutto nel Nord e nell’Ovest del continente, con Svezia, Francia e Paesi Bassi ai primi posti della classifica europea.
Le restrizioni nell’Europa centro-orientale
Parallelamente, negli ultimi anni si è verificata una tendenza opposta in alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale. Il caso più emblematico è quello della Polonia, dove la normativa consente oggi l’interruzione di gravidanza solo in caso di stupro, incesto o grave rischio per la vita della madre. Nel 2020 una sentenza della Corte costituzionale ha eliminato la possibilità di aborto in caso di gravi malformazioni fetali, provocando proteste di massa che hanno indotto il nuovo governo polacco ad avviare negli ultimi anni tentativi di revisione della legge, Altro caso limite è Malta, dove l’aborto resta quasi completamente vietato, con una delle legislazioni più restrittive d’Europa.
La situazione in Italia
In Italia la situazione non va meglio. Secondo i dati più recenti del ministero della Salute, nel 2022 in Italia sono state registrate circa 65mila interruzioni volontarie di gravidanza, un dato in forte diminuzione rispetto agli anni Ottanta, quando si superavano i 230mila casi annui. Il tasso di abortività – cioè il numero di aborti per mille donne tra i 15 e i 49 anni – si è progressivamente ridotto, passando da oltre 17 casi per mille donne negli anni Ottanta a circa 5 per mille negli ultimi anni. Tra le ragioni indicate dagli studi sanitari ci sono le politiche di prevenzione e i cambiamenti demografici.
Negli ultimi anni è cresciuto anche il ricorso all’aborto farmacologico con Mifepristone, che consente di interrompere la gravidanza senza intervento chirurgico nelle prime settimane. Dopo una revisione delle linee guida nel 2020, il farmaco può essere utilizzato fino alla nona settimana di gestazione e senza obbligo di ricovero ospedaliero.
Il nodo dell’obiezione di coscienza
Uno dei principali elementi di dibattito riguarda l’obiezione di coscienza prevista dalla stessa Legge 194/1978, che consente ai medici di rifiutare di praticare l’interruzione volontaria di gravidanza, anche se specifica che l’obiezione dovrebbe riguardare solo i singoli medici e non l’intera struttura ospedaliera, tenuta “in ogni caso ad assicurare” che l’IVG si possa svolgere. Eppure, in Italia, secondo dati ministeriali, non solo 7 ginecologi su 10 si rifiutano di praticare l’aborto, ma, secondo il report Mai Dati di Chiara Lalli e Sonia Montegiove ci sono 72 ospedali con l’80-100% di obiettori di coscienza tra il personale sanitario, 22 ospedali e 4 consultori con il 100% di obiettori tra il personale sanitario, 18 ospedali con il 100% di ginecologi obiettori e 46 strutture con una percentuale di obiettori superiore all’80%.
Le differenze territoriali
Il fattore geografico, in questo caso, è importante. L’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza in Italia, infatti, presenta significative differenze territoriali. In alcune regioni il numero di strutture ospedaliere che praticano l’aborto è più limitato, con conseguenti tempi di attesa più lunghi o la necessità di spostarsi verso altre province. Secondo dati dell’Istituto Superiore di Sanità, il ricorso all’aborto è più frequente nelle regioni del Centro-Nord rispetto al Sud, anche per ragioni demografiche e socioeconomiche, con alcune regioni che hanno inoltre introdotto iniziative per ampliare l’accesso all’aborto farmacologico nei consultori e nelle strutture territoriali, con l’obiettivo di ridurre il ricorso alla procedura chirurgica.
Un’Europa divisa
A dieci anni dall’inizio di questo ciclo di riforme, il bilancio appare dunque contrastante. L’Europa resta una delle aree del mondo con il più ampio accesso legale all’aborto, ma il divario tra Paesi è ancora significativo. Se da un lato diverse legislazioni si sono evolute verso una maggiore tutela dei diritti riproduttivi, dall’altro le tensioni politiche e culturali su questo tema continuano a produrre norme molto diverse tra gli Stati membri. Una frammentazione che, secondo molti osservatori, rende sempre più probabile un ruolo crescente delle istituzioni europee nel coordinamento delle politiche sanitarie e sociali legate alla salute riproduttiva.
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