
Creare un circolo virtuoso tra il Terzo settore, i privati e la sanità pubblica per aiutare gli adolescenti che soffrono. È questa la missione di “C’è Da Fare Safe Teen“. Avviato nel 2024 dall’Associazione C’è Da Fare ETS in collaborazione con l’Ospedale Niguarda di Milano, si tratta di un protocollo innovativo di assistenza ambulatoriale multidisciplinare integrata ad alta intensità per adolescenti in grave stato di disagio, con ideazione suicidaria, autolesionismo e isolamento sociale. Nel dettaglio, grazie ai fondi raccolti tramite diverse attività da C’è Da Fare, dieci ragazzi ogni anno «vengono supportati da un’equipe» di diversi professionisti, tra psichiatri, psicologi ed educatori, spiega ad Alley Oop Silvia Rocchi, che insieme a Paolo Kessisoglu ha fondato l’organizzazione senza scopo di lucro. «In questo modo i ragazzi possono essere curati in ambulatorio in maniera sinergica e modulata a seconda delle necessità».
Superano così «un momento di difficoltà», ma «evitando il trauma del distacco dalla propria famiglia», oltretutto in un momento in cui «i posti letto per i ricoveri sono pochissimi» e la richiesta è crescente. Oltre al supporto medico e psicologico, il progetto prevede un percorso a media intensità per garantire continuità di cura, una volta conclusa la presa in carico ad alta intensità, e un servizio di orientamento per le famiglie. «Il progetto ci permette di intervenire in maniera tempestiva nei casi di maggiore gravità», che «normalmente sarebbero stati seguiti con tempi di attesa un pochino più lunghi», spiega Gianluca Marchesini, psicologo e psicoterapeuta, coordinatore del progetto “C’è Da Fare Safe Teen” al Niguarda. A conferma del successo di questo modello, dopo la sperimentazione a Milano il modello è stato avviato al Bambino Gesù di Roma, nella Provincia di Belluno e partirà quest’anno anche al Meyer di Firenze ed è in ulteriore espansione.
Lasciare il segno
L’Associazione C’è Da Fare è nata nel 2023, facendo tesoro «dell’entusiasmo e dell’energia raccolta durante alcune iniziative di beneficenza precedenti». Tra queste, nel 2022 «una corsa in bicicletta un po’ pazza nel Bellunese a cui ha partecipato Paolo (ndr, Kessisoglu) e in cui ogni squadra doveva pedalare per 24 ore» per raccogliere fondi, racconta Silvia Rocchi. «Sentendo le prime notizie che emergevano rispetto agli accessi ai pronto soccorsi da parte dei più giovani, dopo la pandemia», Kessisoglu e il suo gruppo hanno deciso di devolvere la loro quota di donazione a un’associazione genovese che si occupava della cura e della terapia per gli hikikomori. Si tratta di giovani in ritiro sociale, che «in un momento in cui tutti stavano aspettando le riaperture dopo il Covid per poter vivere nuovamente una vita normale, non volevano uscire di casa e nemmeno dalla loro camera».
L’entusiasmo per questa iniziativa si è trasformato per Rocchi e Kessisoglu nel giro di qualche mese nel desiderio di rendere il proprio contributo più strutturato e continuativo. «Eravamo su una spiaggia greca – prosegue Rocchi – e Paolo ero già da un po’ che mi diceva che l’idea era di lasciare un segno, qualcosa dopo di lui. In quel momento ho detto: “facciamo qualcosa per aiutare su un tema che sentiamo caldo”», come quello del disagio giovanile. Oggi C’è Da Fare si impegna a promuovere la sensibilizzazione sulla salute mentale e a raccogliere fondi per con l’organizzazione di eventi sportivi, ricreativi e culturali, da destinare a strutture ospedaliere e sanitarie o enti terzi in grado di fornire assistenza.
Adolescenti al sicuro
L’idea per un protocollo come C’è Da Fare Safe Teen «per assistere in ambulatorio i ragazzini con difficoltà subacute che richiedevano percorsi residenziali» era già emersa tra il 2013 e il 2014 all’Ospedale Niguarda, afferma il dottor Marchesini. Il progetto si era però arginato a causa della scarsità di risorse. Questo, fino al 2023, «quando Paolo mi ha proposto di finanziarlo tramite l’associazione e di riattivarlo». Oggi, il progetto permette di seguire ogni anno dieci giovani tra i 12 e i 17 anni con un percorso ad alta intensità ambulatoriale. Prevede «una visita neuropsichiatrica con l’eventuale impostazione di una terapia farmacologica e il successivo monitoraggio neuropsichiatrico. C’è poi un percorso psicoterapico individuale, un’attività riabilitativa, con un educatore – prosegue il referente del progetto – E il numero di accessi settimanali in ambulatorio è di tre o quattro volte a settimana, vale a dire triplo rispetto» a quello che potrebbe offrire normalmente la sanità pubblica.
Le equipe, aggiunge Rocchi, sono composte «da 6-8 figure diversificate» per poter intervenire al meglio nella terapia e seguire anche le famiglie dei pazienti. Dal punto di vista dei costi, «ovviamente cambia molto a seconda delle Regioni, ma possiamo dire che la maggior parte dei professionisti sono pagati da noi, mentre in media due sono a carico del servizio pubblico». I nostri contributi per i percorsi annuali di dieci ragazzi variano «dai 50-60 mila euro, considerando che sono sempre applicate le tariffe base della sanità pubblica». «Nei nostri primi tre anni di attività abbiamo raccolto un milione di euro, ma non siamo ancora riusciti a devolverlo interamente – ammette la co-fondatrice dell’Associazione – Avere a che fare con il pubblico non è sempre facile e all’inizio questo mi frustrava. Ora però abbiamo un modello base che sta funzionando e cerchiamo di portarlo avanti in maniera chiara e monitorabile».
Famiglie in gioco
«Il valore aggiunto del modello Safe Teen è la presa in carico della famiglia del paziente – spiega Rocchi – Infatti se non lavora con noi tutto il sistema che gli sta vicino, il percorso è molto più difficile». In più, i genitori possono diventare «un elemento fondamentale a cui il ragazzo si può appoggiare, oltre a riuscire a interrompere dinamiche poco sane». Senza contare che, molto spesso sono madri e padri ad avere bisogno di supporto, quando i loro figli affrontano dei momenti difficili. Così, grazie alla terapia e con iniziative come i gruppi di parola che li coinvolgono mensilmente o quindicinalmente, «riescono a tirare un sospiro di sollievo», aggiunge Marchesini.
«Non sempre i genitori che noi vediamo sono consapevoli del disagio dei propri figli – spiega lo specialista – Tuttavia, dopo alcune settimane, cominciano a comprendere il significato dell’intervento sistemico-familiare, diventano partecipi e in qualche modo vengono considerati dei co-terapeuti». Madri e padri, specifica infatti Marchesini, vengono coinvolti «non tanto come possibili responsabile della sofferenza dei ragazzi, ma come segmento attivo nel processo di cura».
Continuità di cura
Terminato l’anno ad alta intensità, grazie ai fondi di C’è Da Fare, dallo scorso anno per cinque pazienti è stato attivato anche un percorso a media intensità ambulatoriale dalla durata di sei mesi. «I ragazzini continuano ad essere seguiti all’interno dei nostri ambulatori in un regime ordinario. Quindi passano ad un accesso settimanale o più, se ce ne è necessità», afferma il Dott. Marchesini. Altrimenti a prenderli in carico è il Sistema sanitario nazionale, spesso con gli stessi professionisti che li hanno accompagnati nella prima fase del loro percorso.
I risultati di C’è Da Fare Safe Teen. «Fermo restando che ogni caso è a se stante, i sistemi di monitoraggio sul grado di sofferenza dei pazienti a inizio accesso e a 12 mesi (in base ai dati 2024 e 2025) ci dicono che c’è un miglioramento oggettivo», afferma lo psicologo e psicoterapeuta. Questo è evidente sia nella «percezione dei clinici sia per i ragazzi e i genitori. Non è un miglioramento sensazionale ma è significativo». Per esempio, «nell’arco della presa in carico ad alta intensità nessuno ha messo in atto tentativi di suicidio, c’è un migliore dialogo familiare e un clima più disteso».
C’è da fare
Non resta quindi che proseguire su questa strada. «Come dico sempre: “C’è da fare”», scherza Silvia Rocchi. Per il futuro prossimo l’associazione continuerà a portare avanti esperimenti dii collaborazione tra privato e pubblico come Safe Teen, insistendo anche sulle attività di sensibilizzazione. «La speranza è che anche altri lo adottino». In più, «a breve avremo il nostro primo centro fisico a Milano, che vuole essere un centro di aggregazione e di informazione. Infatti – afferma – quando ci sono delle difficoltà, sono tante le famiglie che ci scrivono perché non sanno perché il loro figlio sta avendo determinate manifestazioni. Forse anche solo venire a conoscenza delle possibilità di cura che ci sono può essere utile». Per Rocchi, «ognuno può fare la propria parte, anche se ha poco tempo libero. Lancio un appello soprattutto alle aziende, che nell’ambito della raccolta possono fare di più», in modo che Safe Teen e progetti simili possano crescere e aiutare un sempre maggiore numero di adolescenti.
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