
La scuola protagonista di questo inizio autunno europeo. Da una parte gli studenti infiammano le città protestando per il caro vita e gli scarsi investimenti per un’istruzione di qualità e per tutti. Dall’altra gli adulti e la politica che discutono o intervengono per vietare.
In questi mesi abbiamo infatti spesso letto di nuove misure che limitano l’uso dei social media ai minori. E dei sempre più stringenti divieti di portare i cellulari nelle aule. Da qualche settimana a questa parte, sono tornate a fare notizia le iniziative che propongono invece di proibire (quando già non lo impongono) l’accesso alle strutture scolastiche a quante portano burqa o niqab.
Per quanto si tratti chiaramente di divieti questi che interessano un numero infinitamente inferiore di ragazze rispetto alle altre misure citate, dall’Italia alla Francia, dal Portogallo alla Svizzera si sono riaccese le discussioni e sono ripartite le proposte per ribadire limiti chiari. O aggiornare linee di intervento rinnovate in questo senso.
Austria: misura per la parità di genere o discriminazione su base religiosa?
Partiamo dall’Austria dove, all’inizio di quest’anno scolastico, è entrato in vigore un nuovo divieto per le ragazze di fede musulmana. Da settembre le studentesse sotto i 14 anni non possono indossare burqa o niqab. La norma estende la proibizione, attiva già dal 2017 e valida per tutti i residenti, di portare capi che coprano il volto. Stando al sito dell’applicazione di e-government dell’amministrazione federale austriaca, la norma mira «a favorire la comunicazione interpersonale, necessaria per una convivenza pacifica in uno Stato democratico e di diritto».
Date le nuove indicazioni, oggi chiunque entri negli istituti pubblici o privati in tutto il Paese non può avere il viso coperto, specificamente da abbigliamenti religiosi. La legge proibisce infatti di indossare copricapi “tradizionali musulmani”. Parlando del divieto, la ministra per l’integrazione, Claudia Bauer, esponente del Partito Popolare Austriaco (Österreichische Volkspartei) riportata dalla Bbc, sosteneva: questi capi «sono un segno di oppressione e uno strumento per controllare le bambine dalla loro più tenera età». Dichiarazione, la sua, che si allinea alle posizioni della coalizione al governo a sostegno della legge e che è stata descritta come «un chiaro impegno per la parità di genere».
Contro il parere del Bundesregierung, il Governo federale austriaco, si sono però preso sollevate le critiche. Tra le altre, sono state nette le obiezioni espresse da Carla Amina Baghajati. La segretaria di Eulema (European Muslim Leaders Majils) in settembre dichiarava: «Più che proteggere i bambini (la legge) prende di mira una specifica pratica religiosa e rischia di escludere proprio quei bambini che sostiene di voler tutelare». Secondo Baghajati, inoltre, la comunità islamica Iggö, organismo ufficiale riconosciuto nel Paese, segnala una «tendenza preoccupante» in crescita in Europa, «in cui sfide sociali complesse sono ridotte a misure simboliche dirette alle minoranze».
Se l’Austria è infatti l’ultima in ordine di tempo a introdurre ufficialmente il divieto di indossare copricapi tradizionali religiosi nelle scuole, non è però la prima a intervenire in questo senso.
Oltre Vienna (arrivando a Roma)
L’esempio austriaco rappresenta il più recente e ulteriore tassello nel quadro degli sforzi di molti Paesi per limitare l’uso nei luoghi pubblici di abbigliamenti che rendono le persone difficilmente identificabili. Ma a confronto con la norma di Vienna, a fare molta più notizia è stato il quasi contemporaneo annuncio del progetto da parte del Governo italiano di Giorgia Meloni di imporre il divieto di burka o niqab nelle scuole del bel Paese. Assieme a queste proibizioni la riforma va a riaffermare anche il limite del 30% di studenti stranieri nelle classi. Il tetto, già presente in una circolare di gennaio 2010 che era stata firmata dall’allora ministra dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, è sempre stato applicato discrezionalmente. Nella sua formulazione, infatti, garantiva un ampio margine di flessibilità. Ora, invece, è stato inserito in un decreto legge.
A prescindere dalle discussioni specifiche che si sono accese sui dettagli della riforma sia in Italia che in Austria, le imposizioni contro certi abbigliamenti nelle aule non rappresentano affatto casi limitati. Né sono iniziative nate solo negli ultimi tempi. La questione è infatti dibattuta in diverse parti del Vecchio Continente da anni.
Non solo. Se negli ultimi anni sono andati aumentando i divieti specifici per le scuole in diverse parti d’Europa, la stessa opinione pubblica è tornata ciclicamente a interessarsi della questione. Specialmente quando una proposta viene presentata o adottata per legge, finendo, di fatto, per alimentare sentimenti opposti.
Qui di seguito alcuni esempi di altri Stati europei che hanno adottato misure restrittive simili.
La Francia parla di (certi) divieti da oltre un secolo
In Francia la questione della presenza di simboli religiosi nelle strutture scolastiche è lunga almeno quanto la storia della laicità del sistema scolastico nazionale. Ovvero almeno dalla fine del XIX secolo. Dopo che l’istruzione è stata resa obbligatoria nel 1882 e, nel 1905, la legge specifica ha separato Stato e Chiesa, una serie di disposizioni legislative successive hanno continuato a riaffermare la natura laica della scuola.
Se nei primi tempi erano soprattutto i simboli cattolici a essere sotto stretta osservazione, negli ultimi decenni la discussione si è spostata soprattutto verso quelli associati all’Islam. E in particolare sui suoi capi di abbigliamento “tradizionale”.
La legge in vigore, risalente al 2004, dichiara che «nelle scuole pubbliche, medie e superiori, è vietato indossare simboli o indumenti attraverso i quali gli alunni manifestino chiaramente un’appartenenza religiosa». E, per quanto almeno le discussioni siano indirizzate soprattutto verso i copricapi islamici, i divieti francesi includono espressamente anche i turbanti sikh, le grandi croci cattoliche e la kippah ebraica.
La Danimarca a contrasto delle “società parallele”
Altro caso interessante e attuale quanto i casi italiano e austriaco riguarda la Danimarca. Lo scorso luglio sono stati infatti annunciati piani di divieto dei burka nelle scuole e nelle università del Paese. Un progetto che, secondo le intenzioni, si inserirebbe nelle iniziative contro le “società parallele”. Per quanto appena annunciata, la proposta non è del tutto nuova. L’uso di capi di vestiario religiosi intanto è già vietato nei luoghi pubblici danesi. Il piano annunciato estenderebbe queste restrizioni alle strutture di formazione primaria e superiore su tutto il territorio nazionale.
Più che limitata ai luoghi di istruzione, la particolarità (e il livello di polarizzazione che l’accompagna) del caso danese ricade maggiormente nel quadro generale in cui il divieto si inserisce. Specialmente per come intreccia il discorso della gestione delle citate “società parallele”. Dal 2010 il Governo pubblica un elenco di queste aree definite “a rischio”. Zone in situazioni tali da portare, in certi casi, all’avvio di progetti di riqualificazione per promuovere l’inclusione. Conosciute anche come “aree residenziali vulnerabili” – e precedentemente etichettate dal Governo come “ghetti” -, si tratta di quartieri di edilizia pubblica dove risiedono almeno mille abitanti e caratterizzati dalla presenza di varie condizioni di debolezza sociale: povertà diffusa, criminalità, o alti tassi di disoccupazione.
Volendo dare qualche ulteriore dettaglio, verrebbero così nominate, e conseguentemente finirebbero potenzialmente destinatarie di interventi, quelle aree dove almeno il 40% dei residenti tra i 18 e i 64 anni non ha un lavoro o non sta studiando. Oppure dove il reddito lordo medio è inferiore al 55% del reddito medio della regione in cui si trovano. O ancora, quei luoghi in cui la percentuale di immigrati o discendenti di immigrati da Paesi non occidentali supera il 50%.
Una legge del 2018 – sulla quale la Corte di giustizia della Ue si è già espressa con la sentenza del 18 dicembre 2025 nella causa C-417/23, indicandone la potenziale illegittimità per discriminazione fondata sull’origine etnica vietata dal diritto Ue – consente allo Stato di demolire edifici in queste aree. E conseguentemente di costringere gli abitanti a spostarsi in altri luoghi. La proposta di questa estate di fatto è tornata a sollevare la questione degli “stranieri non integrati”, fortemente presente nelle discussioni sulle “società parallele”. Se infatti è sempre dal 2018 che esiste un divieto di indossare capi che coprano il volto nei luoghi pubblici, il progetto del Governo guidato dalla premier socialdemocratica Mette Frederiksen lo estenderebbe anche alle scuole e università.
Non ci è voluto molto perché voci critiche iniziassero a farsi sentire. Segnalando, prima di tutto, che sono poche le evidenze di un uso esteso di questi indumenti negli istituti di formazione. A prescindere dalla posizione prevalente, chiaramente la questione resta aperta in un Paese che, intanto, ha varato una delle leggi più restrittive in tema di richiedenti asilo. E che già nel 2015, durante una delle maggiori crisi di immigrazione, aveva accolto molti meno rifugiati rispetto agli Stati vicini.

Paesi Bassi: il diritto di vestirsi come si vuole, ma divieto nei luoghi pubblici
È leggermente diversa la situazione dell’Olanda. «In un Paese libero come i Paesi Bassi, chiunque ha, in linea di principio, il diritto di vestirsi come desidera, a prescindere dall’opinione altrui. Tuttavia, tale libertà è limitata in determinati luoghi dove è necessario riconoscersi e vedere i volti altrui». Con questa premessa il Governo olandese chiarisce sul suo sito ufficiale la sua posizione in tema di “indumenti che coprono il volto”.
Come si legge dalle fonti ufficiali, la proibizione in vigore non identifica specificamente un capo. Le indicazioni, infatti, riguardano un «divieto di coprire il viso (riferito dai media come “divieto del burka”)» con qualsiasi articolo che lasci scoperti al massimo solo gli occhi. E la legge vieta questi indumenti in tutti gli edifici pubblici, nelle strutture sanitarie, sui mezzi pubblici e nelle scuole.
Riguardo ai luoghi di istruzione e formazione nello specifico, la proibizione si estende a tutti gli istituti riconosciuti dal Governo o che ricevono finanziamenti pubblici. Si va allora dalle scuole primarie e dalle organizzazioni per l’educazione post-secondarie, alle università ma anche ai centri di formazione per gli adulti.
Altri casi recenti: Portogallo e Svizzera
In Europa gli esempi riportati, come accennavamo, non rappresentano improvvisi irrigidimenti. Più spesso infatti siamo di fronte a processi anche di lungo corso. Quello che però chiaramente sta recentemente avvenendo è un susseguirsi di estensioni o revisioni delle regole. Il risveglio di una tendenza.
Tra i casi recenti, sono di attualità le restrizioni introdotte in Portogallo. Qui uno specifico divieto di burka o niqab è stato approvato a luglio ed è entrato in vigore a settembre. E dallo scorso anno anche la Svizzera ha una legge simile. Non del tutto nuova, rappresenta infatti una specie di secondo atto che fa seguito a un referendum approvato nel 2021. Al testo votato, all’epoca si era però opposto il Governo – sostenendo che gli individui dovessero godere di autonomia sullo scegliere come vestirsi.
In entrambi i casi si tratta di proibizioni che riguardano i luoghi pubblici, non specifiche (ma che includono) per le scuole. Le pene? Pur ammettendo esenzioni per ragioni di salute, professionali e artistiche, per chi si copre il volto dove non potrebbe il Portogallo prevede sanzioni dai 150 ai 3mila euro. Nel caso svizzero le multe arrivano a mille franchi (corrispondente a poco più di mille euro) .
Le critiche: targhettizzate le minoranze
Già da questi esempi, la tendenza a intervenire chiaramente tende a limitare o proibire del tutto l’uso di capi della tradizione religiosa islamica. E con l’aumentare dei divieti, si inaspriscono i dibattiti. I punti maggiormente discussi? Certo la libertà di religione, ma anche l’integrazione e diritti umani. Con un accento particolare rispetto a come sembrano targettizzate le comunità musulmane.
Commentando la nuova norma del suo Paese, per esempio, il direttore esecutivo di Amnesty International Portogallo, João Godinho Martins, sottolineava che «nonostante siano stati rimossi i riferimenti diretti all’Islam, presenti nelle versioni precedenti del testo, la nuova legge viola palesemente i diritti umani delle donne musulmane che scelgono di coprirsi il volto».
Mentre rispetto alla questione della violazione dei diritti umani, all’indomani della sentenza della Corte Ue sulla legge danese, era intervenuta la responsabile legale della no profit Systemic Justice, Susheela Math. «Ciò che emerge chiaramente dalla sentenza – aveva riportato il Guardian – è che la retorica politica e il contesto legislativo – che stigmatizzano e stereotipano le persone di “origine non occidentale” – possono essere presi in considerazione per valutare se si tratti di discriminazione razziale».
In Svizzera invece, le voci dei critici si erano levate davanti ai risultati di una ricerca dell’Università di Lucerna. Secondo i dati raccolti, i musulmani all’epoca dello studio rappresentavano il 5% della popolazione. E, stando alle rilevazioni, solo 30 donne indossavano il niqab. Numeri che avevano portato molti a segnalare un accanimento nella legge che colpisce in modo sproporzionato una (piccola) minoranza.
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