
Continuiamo ad accumulare prove: gli adolescenti sono sempre di più una generazione iperconnessa eppure sola. Siamo però sicuri, leggendo i dati che descrivono una tendenza sempre più chiara, di capire cosa condiziona la loro crescita? E di stare guardando alla loro condizione e al loro sviluppo attraverso gli occhiali giusti?
In Italia, a gettare nuova luce sui confini della situazione, arriva il recente policy brief di Inapp (Istituto nazionale per l’analisi della politiche pubbliche), dal titolo “Proteggere il benessere dei minori. Un’infrastruttura per il monitoraggio delle politiche”. Se l’obiettivo del documento è quello di porre l’attenzione sulle iniziative da intraprendere per migliorare le politiche per la salvaguardia di bambini e ragazzi, il suo valore risiede particolarmente nel modo in cui delimita il campo di studio. Nel proporre indicazioni su dove incanalare gli sforzi, infatti, l’analisi tratteggia il quadro affidandosi, almeno in parte, proprio ai pareri dei diretti interessati. Protagonisti coinvolti in un’indagine specifica di fine 2025.
Come vivono gli italiani dai 7 ai 14 anni il loro “posto” in famiglia? Che esperienza hanno dei rapporti coi coetanei? Quanto e come la diffusione dalle tecnologie digitali impatta la loro quotidianità? Dai risultati emerge una realtà per certi aspetti scontata. Ma per altri fatta di sfumature meno definite utili però intanto a chiarire il punto di partenza. E, da qui poi, per proporre aggiustamenti agli interventi possibili.
La preadolescenza, vista attraverso gli occhi dei ragazzi che l’attraversano
Nello stilare il suo testo, Inapp ha analizzato dati raccolti su un campione di 4.750 bambini e bambine, su quindici regioni italiane, che frequentano le scuole primarie e le secondarie di primo grado. Già a uno sguardo d’insieme, alcune tendenze emergono chiarissime. Seppure hanno accesso a strumenti di comunicazione istantanea in modo massiccio, i giovani italiani si sentono soli. Con l’aumento dell’età, sono sempre meno soddisfatti del legami con i coetanei. E sentono di non essere ascoltati o potersi esprimere in famiglia su decisioni che li riguardano.
Come ricorda l’Istituto di analisi per le politiche pubbliche, «l’ingresso della pre-adolescenza si conferma uno dei momenti più critici e delicati per il benessere emotivo e relazionale dei bambini e ragazzi nel nostro Paese». Un passaggio che oggi soffre particolarmente di relazioni sociali riscritte e fortemente mediate dall’uso intenso dei social media.
A testimoniarlo, i risultati dell’indagine sugli adolescenti italiani da cui appare, quasi inequivocabile, «la rottura relazionale e i rischi legati all’iperconnessione nel passaggio dalla scuola primaria alla secondaria di primo grado».
La solitudine nell’era dell’iperconnessione
Nel proporre la sua riflessione, Inapp si è mossa nell’ambito di tre indirizzi strategici di tre atti di programmazione nazionale: il 6° piano di azione per la tutela dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (PNIA), il piano nazionale per la famiglia (PNF) e il piano di prevenzione contro l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei minori (PNCP). Ed entro questo campo d’azione ha sovrapposto le esperienze percepite dagli adolescenti. Dai numeri all’analisi, appare chiaro da subito un assioma a cui tendono praticamente tutte le evidenze raccolte: «L’uso intenso dei social aumenta isolamento e conflitti».
Lo confermano le risposte raccolte tra i ragazzi, che quasi sempre puntano, in qualche modo, a questa costante. Pensiamo, per esempio, al dato più immediato del possesso di un device. In Italia oggi, solo un bambino di seconda media su dieci non ha uno smartphone. E seppure questi strumenti possano essere visti come amplificatori delle connessioni, gli intervistati segnalano già dalla quita elementare un peggioramento progressivo della soddisfazione delle relazioni con gli amici.
Vediamo i numeri. Tra gli oltre 4.700 rispondenti la quota di studenti che possiedono un cellulare sale dal 52,7% al 90,7% dall’ultimo anno della scuola primaria al secondo della secondaria di primo grado. Un po’ in conseguenza di questo, cresce poi dal 20,4% al 55,3% il loro utilizzo quotidiano. Allo stesso tempo però cresce anche la percentuale dei dodici-tredicenni che affermano di sentirsi soli spesso o molto spesso. Lo fanno, rispettivamente, il 16,5% e il 25% dal totale.
Tra gli altri domini considerati, questa sensazione di solitudine, intesa come «esperienza soggettiva di isolamento sociale legata al modo in cui una persona percepisce e valuta la qualità e l’adeguatezza delle proprie relazioni», vede l’emergere di una disparità di genere. Che va a crescere all’aumentare dell’età considerata e vede le ragazze apparire più colpite. Come confermano, lo abbiamo visto, i numeri di quanti si sentono soli. Ma anche le percentuali di chi, al contrario, afferma di non sentirsi mai solo/a.
Se già in quinta elementare lo indica il 40,5% delle ragazze e il 46,4% dei ragazzi, è in seconda media che la forbice si amplia. Nel primo caso la quota tra le ragazze scende al 35,3%. Nel secondo, invece, cala per i maschi di meno di due punti percentuali (44,7%).

Soli tra coetanei
Pur nella sua rilevanza, la condizione di solitudine nell’era dell’iperconnessione non è l’unico aspetto in cui la differenza di genere si manifesta palese. La diffusione capillare dei cellulari ha introdotto una nuova variabile nelle relazioni tra coetanei che interessa in modo differente le italiane e gli italiani. A partire, come indica il documento Inapp, dal fatto che «un utilizzo dei social media orientato alla ricerca di approvazione, può paradossalmente tradursi nella riduzione delle interazioni faccia faccia».
E anche perché, più nello specifico, il bullismo come sottoprodotto negativo della socialità si manifesta più facilmente online. Ed evolve velocemente all’aumentare dell’età – andando di pari passo con un sempre maggior uso delle piattaforme. In una prospettiva di genere, questo si legge nell’ampliarsi della forbice tra violenze avvenute nel mondo reale o digitale di cui ragazzi e ragazze si dichiarano vittime. Secondo le rilevazioni i maschi sono più esposti ad attacchi fisici – in quinta elementare il 27,1% indica di essere stato picchiato almeno una volta. Lo fa il 13,2% delle ragazze.

Le ragazze, al contrario, patiscono maggiormente di esclusione sui social: lo afferma il 20,7% delle studentesse di dieci anni ma solo il 14,3% degli studenti della stessa età. Tra le dodici-tredicenni, il 25% arriva a sentirsi solo online, contro il 16,5% dei coetanei.
Nonostante sappiano indicare le sensazioni che provano, però solo una parte minoritaria dei giovani di seconda media pare avere una chiara percezione dei rischi e delle conseguenze dannose collegati all’uso dei social. Stando ai dati raccolti da Inapp, se arriva al 25% la percentuale di quelli che riconoscono i problemi della rete, solo il 32,5% cerca di ridurre l’uso di internet senza, però, riuscirsi. Il 20,1% ammette un aumento dei conflitti tra famigliari e amici. E il 17,4% registra un peggioramento dei voti a scuola
Intervenire presto
Guardare la situazione attraverso gli occhi dei ragazzi permette un interessante passaggio di prospettiva. Dalle risposte raccolte, per esempio, emerge come l’ambito familiare in genere “regge” almeno fino alla fase della pre-adolescenza. Ma inizia ad affannare soprattutto quando si passa dalla scuola primaria alla secondaria di primo grado.
Da un parte, la quasi totalità di chi ha tra i 7 e i 14 anni dice di sentirsi accudito in famiglia. Lo afferma il 91% i ragazzi di terza, oltre il 92% quelli di seconda media. Dall’altra però cala con l’età la percezione di essere ascoltati dai grandi di casa e di poter esprimere le proprie idee o condividere coi genitori le decisioni che li riguardano. Un deterioramento delle relazioni familiari che se può apparire come evoluzione naturale del crescere, viene però esacerbato da rischi esterni oggi particolarmente insidiosi. La fragilità dei rapporti soprattutto tra coetanei, le evidenze rilevate rispetto al senso di solitudine e insieme del bullismo online rampante portano infatti gli autori del brief Inapp a segnalare, intanto, la necessità di una preparazione migliore degli adulti – i genitori certo, ma anche gli operatori e i professionisti dei servizi.
E, uscendo dal perimetro specifico dell’indagine, la necessità di intervenire presto. Prima. Guardando al KIDS Act europeo, proposta di regolamento della Commissione per la protezione dei minori online, il testo segnala che «le politiche debbano essere in grado di operare scelte decisive per contrastare le fragilità che si manifestano già nella fase preadolescenziale e che esitano in forme di isolamento e ritiro sociale agendo in una logica preventiva». Soffermandosi sulla situazione del bel Paese segnala poi un «posizionamento debole dell’Italia» dove «le infrastrutture per la socialità esistono ma restano concentrate sui territori più svantaggiati e sulla fascia d’età il cui disagio è già conclamato».
Da qui, allora, le indicazioni più urgenti: anticipare il supporto relazionale ai dieci anni; educare all’uso sano del digitale; monitorare le forme di isolamento peggiori (o estreme come l’hikikomori*).
Ribadisce lo stesso presidente dell’istituto, Natale Forlani: l’indagine «conferma la crescita esponenziale e incontrollata dell’utilizzo degli strumenti digitali e dell’accesso ai social da parte dei minori nelle fasi pre-adolescentiali con conseguenze negative di varia natura, cognitive e relazionali e con preoccupanti effetti di dipendenza cronica. Urge una presa di consapevolezza collettiva dell’entità del fenomeno e dell’esigenza di contrastarlo con un coinvolgimento organico delle istituzioni, del sistema scolastico e delle famiglie».
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* Da giapponese per “stare in disparte”. Questo termine descrive persone che decidono di rifiutare del tutto o limitare al minimo possibile la propria vita sociale. I casi estremi vedono il un vero e proprio “confinamento” in casa, da cui non si esce mai.
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