Migranti, naufraghi per terra e per mare: il racconto di Arianna Martini

Che cosa può fare ciascuno di noi, in concreto, per aiutare, supportare e sostenere chi si trova in difficoltà estrema, in mezzo a una guerra, in uno stato di povertà che non consente nemmeno di vivere una vita normale? Contro ogni slogan privo di significato, vuota propaganda, ci sono i volontari, che dedicano il loro tempo a dar voce a chi non ne ha e aiuto a chi ha bisogno. Ne sa qualcosa Arianna Martini, fondatrice dell’associazione Support and Sustain Children, la cui missione, come recita il manifesto, è «prestare supporto e sostegno alle centinaia di famiglie e migliaia di bambini e ragazzi rimasti orfani e vittime del decennale conflitto siriano, della povertà estrema in Madagascar e della devastazione a Gaza. Ci impegniamo a provvedere alle loro necessità primarie e a costruire le condizioni per un riscatto sociale ed economico, restituendo loro la dignità negata».

Possiamo partire, come Arianna, o ascoltare, conoscere le storie delle persone, in modo che non siano solo numeri su un foglio di giornale.

Iniziamo dal viaggio più recente. Arianna, raccontaci com’è stato il tuo Capodanno.

Il 31 dicembre ero in Madagascar, in viaggio da Antananarivo verso Toliara insieme al team locale e ad altri due membri dell’associazione. È un tragitto durissimo: tre giorni di macchina su un’unica strada che attraversa il Paese da Nord a Sud, completamente dissestata, piena di buche e terra, con un caldo molto intenso. La sera del 31 ci siamo trovati in un villaggio sperduto lungo la strada. Non c’era praticamente nulla: poche capanne, niente elettricità, buio totale. Abbiamo dormito in un piccolo albergo molto modesto, dove però non era prevista neanche la cena, perché siamo arrivati tardi e, essendo Capodanno, anche chi lavorava lì era andato a festeggiare. Chissà dove e come.

Siamo usciti quindi in questa strada polverosa cercando qualcosa da mangiare, ma non c’era davvero niente. Alla fine ci siamo fermati in un baracchino. I ragazzi del team malgascio hanno provato a mangiare qualcosa, ma perfino per loro era difficile. Noi avevamo comprato un po’ di frutta da una bancarella e avevamo con noi un pacchetto di patatine preso prima di partire. Ci siamo seduti lì, sotto una luce molto fioca, e abbiamo mangiato.
Non eravamo tristi, ci sentivamo dalla parte giusta. Con gli ultimi.
Abbiamo anche condiviso le patatine con due cani randagi, affamatissimi, che di fatto le hanno mangiate quasi tutte. Eravamo molto stanchi, quindi prima della mezzanotte eravamo già a letto. Il giorno dopo, alle sei del mattino, siamo ripartiti per continuare il viaggio. Questo è stato il mio Capodanno: semplice, faticoso, essenziale. 

Qual era la missione in Madagascar? Siete riusciti a portarla a termine? Che situazione avete trovato?

La missione in Madagascar aveva un obiettivo molto chiaro: intervenire su bisogni essenziali e allo stesso tempo costruire basi più solide per il futuro. Non si tratta mai solo di “portare aiuti”, ma di lavorare su quattro pilastri fondamentali: salute, nutrizione, accesso all’acqua e istruzione. Siamo riusciti a portare avanti tutto quello che avevamo programmato, e anche di più. Come spesso accade, l’osservazione diretta sul campo fa emergere nuovi bisogni, e quindi accanto agli interventi previsti si aggiungono sempre azioni mirate. Il lavoro medico è stato molto intenso, con visite continue nei villaggi e diversi casi gravi che hanno richiesto l’ospedalizzazione. Parallelamente abbiamo proseguito il monitoraggio della malnutrizione infantile e la distribuzione di alimenti terapeutici, rafforzando anche il lavoro di formazione con le famiglie.

Sul fronte acqua e cibo abbiamo continuato le distribuzioni e completato interventi importanti sui bacini idrici, fondamentali in un contesto dove anche una pioggia breve può fare la differenza. Vedere l’acqua raccolta e subito utilizzata dalle persone è stato forse il segno più concreto dell’impatto del lavoro. Quando siamo arrivati abbiamo trovato una situazione estremamente dura, come purtroppo ci aspettavamo: povertà diffusa, carenza di cibo e acqua, condizioni sanitarie molto fragili. Però abbiamo anche visto alcuni segnali positivi, soprattutto nei bambini già seguiti nei mesi precedenti, che in diversi casi erano in condizioni migliori. Questo ci conferma che la continuità degli interventi è fondamentale. È stata una missione complessa e faticosa, ma necessaria. E soprattutto è un lavoro che non si ferma con il nostro rientro: il team locale continua ogni giorno a seguire le persone e a portare avanti i progetti.

Quali sono le difficoltà di un’associazione no profit come Support and Sustain Children, oggi, in Italia?

La difficoltà più grande in Italia è tenere insieme continuità, credibilità e sostenibilità. Da una parte ci sono bisogni sempre più urgenti, dall’altra raccogliere fondi è più complesso: le famiglie hanno meno margine, i costi sono aumentati e anche chi vorrebbe aiutare spesso fa più fatica a donare con regolarità. Poi c’è tutto il tema burocratico e amministrativo. Il Terzo settore oggi, giustamente e per fortuna, richiede trasparenza, rendicontazione, aggiornamenti continui, iscrizioni e adempimenti legati anche al Runts, il Registro unico nazionale, e al 5 per mille. È un passaggio importante, ma per realtà piccole o molto operative significa sottrarre tempo ed energie al lavoro sul campo. 

C’è poi una difficoltà culturale: oggi comunicare il non profit è più difficile di qualche anno fa. Sui social e nei media tutto dura pochissimo, l’attenzione è frammentata, e raccontare temi complessi senza banalizzarli richiede molto lavoro. Non basta fare bene: bisogna anche riuscire a spiegare bene perché quel lavoro è necessario. Quindi, in sintesi, la difficoltà oggi non è solo “trovare fondi”. È riuscire a mantenere progetti seri nel tempo, essere trasparenti, reggere il peso della burocrazia, comunicare con onestà in un contesto rumoroso e continuare a costruire fiducia. Per una realtà come la nostra, che lavora in contesti difficili e lontani, la vera sfida è far capire che dietro ogni intervento non c’è un gesto simbolico, ma un lavoro lungo, quotidiano e molto concreto.

Quale pensi sia la ragione di tanti, troppi pregiudizi nei confronti degli immigrati, di chi viene in Italia per cercare pace, opportunità, salvezza? 

Credo che alla base ci siano soprattutto la paura e l’ignoranza. Paura di ciò che non si conosce, paura di perdere qualcosa, ignoranza che fa percepire  l’altro, che non si conosce, come una minaccia invece che come una persona.
Su questa paura mista ad ignoranza poi si innestano molte altre cose:  semplificazioni, propaganda, linguaggi politici aggressivi, racconti mediatici strumentalizzati e distorti, e ancora ignoranza e superficialità. Spesso si parla di “immigrati” come di una categoria astratta, e non di esseri umani diversi tra loro, con storie, dolori, capacità e speranze. Quando si smette di vedere il volto delle persone, diventa più facile giudicare, respingere, odiare.

C’è anche un altro elemento: molte persone vivono già un senso di precarietà, economica e sociale, e cercano un bersaglio semplice a cui attribuire disagi molto più complessi. Così chi arriva da fuori diventa il colpevole perfetto, anche quando non lo è affatto. Il punto è che chi arriva in Italia per cercare pace, salvezza o opportunità non dovrebbe essere guardato prima di tutto come un problema, ma come un essere umano. Non significa negare che esistano questioni reali da gestire; significa però rifiutare l’idea che la sofferenza di qualcuno lo renda meno degno di rispetto. Alla fine, i pregiudizi crescono dove manca la conoscenza diretta. Quando invece si incontrano davvero le persone, come facciamo noi, le loro storie spesso fanno crollare molte convinzioni costruite da lontano.

Tu sei autrice, insieme con il giornalista Giuseppe Ciulla, del podcast Il filo di Arianna. Queste le tue parole in ognuno degli episodi: «Mentre nel mondo si parla di riarmo e di guerre, io e Giuseppe vogliamo contribuire alla pace con le storie di questa comunità». Parlaci di questa comunità, alla quale avete dato voce.

È una comunità di emarginati, una comunità di naufraghi. Naufraghi per mare, ma anche naufraghi per terra. I naufraghi per terra sono tutte quelle persone per cui la propria terra non è casa. Persone che non hanno nulla, che vivono ai margini, dimenticate. Persone costrette a fuggire da carestie, guerre, miseria. Persone che arrivano a pensare che rischiare di morire in mare o lungo la rotta balcanica sia meno doloroso che restare dove non esiste futuro, dove non esiste speranza.

Ma questa comunità è anche fatta da chi non parte. Da chi resta intrappolato. Intrappolato in una guerra, o in una vita sotto la soglia della povertà, dove alzarsi la mattina e sperare di arrivare a sera è già una sfida. È a questa comunità che vogliamo dare voce. Raccontiamo storie di privazione, certo, ma anche storie di rivalsa. Storie di chi ce l’ha fatta, di chi è arrivato, di chi è riuscito a ricostruirsi una vita, spesso dopo aver perso tutto. E raccontiamo anche quell’Europa che è ancora capace di accogliere. Perché esiste. Esiste una parte che tende la mano, che permette a queste persone di ricominciareÈ una comunità ampia, variegata: bambini, donne, ragazzi, provenienti da ogni parte del mondo. Ma tutti uniti da un filo rosso comune: partire da una condizione di sofferenza estrema e cercare, in qualche modo, una possibilità di vita.

Quanto pensi che sia importante raccontare le storie che non vengono prese in considerazione dalla cronaca ufficiale, qual è l’obiettivo di questo immenso lavoro di ascolto e racconto?

Raccontare queste storie significa cambiare la narrazione. Significa smettere di parlare solo di numeri, di statistiche, e iniziare a parlare di vite. Vite spezzate, vite cambiate, vite ai margini. Ma sempre vite.
Finché lasciamo parlare solo i numeri, tutto resta distante, freddo. Invece, quando si raccontano le storie, anche quelle più dure, più dolorose, e si ascolta la voce di chi ha perso tutto, di chi non sa più dove andare, di chi si è messo in cammino senza sapere se sarebbe sopravvissuto, allora qualcosa cambia. La narrazione diventa intima, umana.
Ed è proprio lì che si rompe quella narrazione distorta che troppo spesso sentiamo, anche in Europa: quella dell’invasione, quella del “potrebbero restare a casa loro”. Perché quando conosci davvero queste persone, i loro volti, i loro sogni, le loro ferite, non puoi più ridurle a numeri.

Raccontare significa restituire dignità. Significa far emergere l’essere umano che c’è dietro ogni numero, dietro ogni tragedia. Ed è questo, in fondo, l’obiettivo più grande: fare in modo che non si parli più di numeri, ma di persone.

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