Il 77% degli adolescenti è dipendente dai device. Solo il 23% riesce a limitare l’uso

Il 77,5% degli adolescenti italiani dichiara di sentirsi dipendente dai dispositivi digitali. Il 41,8% indica una dipendenza moderata. Il 33,3% una dipendenza lieve mentre il 22,5% conferma di non sentirsi dipendente. Se resta minima la quota, poi, di quelli che segnalano livelli di dipendenza gravi, siamo comunque di fronte a numeri generali cresciuti in solo anno di cinque punti percentuali. Nel 2024 infatti erano il 72,6% i ragazzi tra gli 11 e i 18 anni ad affermare di sentirsi in qualche modo dipendenti dai devices.

È l’Associazione social warning – Movimento etico digitale, a raccontare come i più giovani vedono il loro rapporto con la tecnologia. I dati sono raccolti nell’indagine pubblicata in occasione della Safer Internet day, giornata di sensibilizzazione annuale sulla sicurezza online. Nata come iniziativa del progetto Eu SafeBorders nel 2004, questa “ricorrenza” si è ampliata nel tempo fino a essere celebrata oggi in oltre 160 Paesi.

Nel restituire il quadro generale, lo studio condotto dall’osservatorio scientifico del Movimento etico digitale che ha coinvolto oltre 20 mila studenti, individua confini e tendenze chiare. Intanto gli adolescenti sono consapevoli di passare molto del loro tempo online. Sanno che questo ha conseguenze sulla loro salute mentale e fisica. E molti di loro riconoscono di avere una forma di dipendenza dalla tecnologia.

Allo stesso tempo, però, questa presa di coscienza difficilmente riesce a trasformarsi in un’azione di contrasto alle abitudini nocive. Infatti, tra quelli che dichiarano di aver provato a limitare l’(ab)uso dei dispositivi digitali, solo il 23,3% segnala di esserci riuscito.

Fonte: Osservatorio scientifico sull’educazione digitale, Movimento etico digitale

«Quando oltre tre ragazzi su quattro si sentono dipendenti e più di nove su dieci riconoscono effetti sulla salute, siamo davanti a una richiesta di supporto», conferma, nel presentare l’indagine, Davide del Maso, fondatore della no-profit Social warning – Movimento etico digitale.

Un supporto che diventa urgente proprio partendo dalla consapevolezza diffusa del troppo tempo passato online. E degli effetti che questo ha nel medio e lungo termine. Anche a fronte della descrizione di come i ragazzi sentono di stare online. Se, infatti, il 57% di loro dice di sentirsi “bene” nel mondo digitale, è in crescita il numero di quanti invece sostengono di non sentirsi né bene né male. Una tendenza che, secondo l‘Osservatorio «non indica un equilibrio, ma piuttosto una forma di assuefazione». Internet non è più percepito come un spazio di incontro, di scoperta, di interazione. «Ma come un ambiente costante, inevitabile».

Malessere fisico e psicologico

L’immagine restituita dallo studio Social warning – Movimento etico digitale, conferma, da una parte che la maggior parte degli adolescenti percepisce di avere un livello di dipendenza dalla tecnologia. E, dall’altra, l’aumento di quelli che affermano di essere preoccupati degli effetti sulla loro salute mentale e fisica. Nel 2024 era il 60% a riconoscere conseguenze negative dell’uso eccessivo dei dispositivi sui livelli di attenzione, sulla qualità del sonno, sulla postura e sul benessere psicologico. Secondo gli ultimi risultati pubblicati, oggi oltre il 91% degli intervistati riconosceva un impatto diretto dell’abuso dei devices sul proprio benessere fisico e mentale. Nello specifico: il 72,2% crede che incida su entrambi. Il 15% solo in ambito psicologico, mentre il 4,1% esclusivamente sul corpo. Solo l’8,7% non ritiene esista una correlazione tra le due cose.

A corroborare, in parte, il quadro descritto dall’associazione italiana, si affianca un recente report dell’autorità sanitaria francese Anses (acronimo del nome dell’Agenzia nazionale per la salute e la sicurezza alimentare, ambientale e sul lavoro).

Questo studio su grande scala ha guardato ai meccanismi di base del marketing digitale progettati per colpire le vulnerabilità dell’adolescenza. In questa fase della vita, oltre al corpo anche la mente dei giovani è in evoluzione e crescita. Per questo i ragazzi risultano particolarmente influenzabili. «Per come sono attualmente progettati per catturare l’attenzione e mantenere (alto) l’engagement, i social media sfruttano le vulnerabilità specifiche di questa fascia d’età», segnala l’agenzia. in conseguenza di questo, le piattaforme, di fatto, arrivano ad aumentare disordini come l’ansia e la depressione, la bassa stima di sé. E può esacerbare l’abuso di sostanze e alcol.

Chiarisce Olivia Roth-Delgado, una dei coordinatori del progetto Aneses, riportata dal portale The Conversation: a fronte di cinque anni di studio, «per la prima volta, alcuni meccanismi che indicano le modalità di funzionamento dei social network vengono collegati a effetti che incidono sulla salute degli adolescenti. Questi meccanismi sono noti come dark pattern (modelli oscuri)». Creati per catturare l’attenzione degli users di una app o siti, non solo dei social media, questi modelli stanno alla base, per esempio, delle tecniche usate per gli acquisti online – come succede coi suggerimenti basati su ricerche effettuate o prodotti comprati in precedenza.

Pratiche simili sono particolarmente pericolose quando usate sui giovanissimi. Continua la Roth-Delgado: «L’adolescenza è un periodo vulnerabile perché il cervello sta ancora maturando. Durante questa fase, i ragazzi e le ragazze sperimentano cambiamenti nel modo in cui elaborano e gestiscono le proprie emozioni nei circuiti cerebrali legati alla ricompensa. Sono anche più sensibili al contesto sociale, il che può favorire comportamenti rischiosi in presenza di coetanei. È anche un periodo di maggiore vulnerabilità ai disturbi mentali».

Il mondo digitale in questo senso diventa allora specialmente rischioso dato che al momento tantissimi ragazzi sono connessi per gran parte del loro tempo libero dagli impegni scolastici. E diventano “target” particolarmente appetibili per le compagnie del tech che applicano certe strategie.

“Quanto tempo riesci a non essere connesso, senza che ti manchi internet?”, Fonte: Credoc 2025

In Francia nel 2024 oltre metà di tutti gli utenti dichiarava di non riuscire a stare senza internet per più di qualche ora. Ma, come nell’indagine italiana, sono soprattutto i giovani a condividere questa sensazione. Secondo i dati pubblicati lo scorso marzo dal barometro del centro francese di ricerca per lo studio e l’osservazione delle condizioni di vita (Credoc) sono il 55% del totale di quanti usano internet non riesce a stare disconnesso per più di un giorno. Questa percentuale sale però al 71% quando si guarda agli utenti tra i 12 e i 17 anni. Un numero cresciuto di otto punti percentuali rispetto alle rilevazioni del 2023.

Inoltre, evidenze simili tornano particolarmente evidenti considerando specificamente gli smartphone. Sempre secondo il barometro della Credoc, per il 2025 la quota di adolescenti che afferma di non poter poter stare senza il cellulare, senza avvertire sintomi di astinenza, arriva infatti all’80%.

Le ragazze sono le più a rischio

Seppure secondo i responsabili dell’analisi Anses non si possa ancora definire come certa la correlazione diretta tra l’uso dei social e certi disordini mentali e fisici*, gli effetti di alcune abitudini attuali sono evidenti e ben documentati. Pensiamo, per esempio, all’impatto della luce blu degli schermi sul sonno. O alle tante evidenze sulla percezione della propria immagine legate al ripetersi di certi pattern.

Inoltre, lo studio francese mostra come le ragazze siano chiaramente le più colpite dagli effetti negativi delle piattaforme sociali. Confermava dalle pagine di The Conversation, Thomas Bayeux, co-responsabile del report Anses: «Questo è uno dei punti chiave del rapporto. Le ragazze rappresentano chiaramente un segmento altamente vulnerabile sui social media se si considerano i rischi alla salute, non solo per l’impatto (che hanno) sull’immagine  personale. Un numero maggiore di ragazze rispetto ai ragazzi viene bullizzata, è vittima di gender shaming** e pressione sociale… Le ragazze prestano maggiore attenzione a quello che succede sui social e ai commenti che vengono pubblicati».

Una spirale negativa che si auto alimenta.

Con il crescere di dati che permettono di definire i confini dei rischi, diventa adesso necessario pianificare interventi multipli. Che coinvolgano in modo pro-attivo la scuola, certo, ma anche i genitori e gli adulti in generale. Perché come osservava Gregorio Ceccone, pedagogista e vice presidente del Movimento etico digitale, nel presentare la ricerca dell’associazione, «il problema non è la scarsa consapevolezza (dei ragazzi) ma il messaggio spesso incoerente che ricevono dagli adulti. A scuola si lavora su equilibrio e cittadinanza digitale, ma in ambito familiare troppo spesso mancano regole chiare o continuità educativa. Non di rado ci si sente rispondere che l’educazione digitale è una questione privata, mentre è una responsabilità condivisa».


* Oliva Roth-Delgado, interpellata da The Conversation conferma: «Il rapporto causa-effetto rimane un argomento spinoso. È giusto dire che la valutazione degli esperti su cui ci basiamo è molto approfondita e documentata. La nostra metodologia è solida, ma non è supportata da un “corpo di prove”. Detto questo, possiamo garantire forti associazioni tra l’uso dei social media e i disturbi che abbiamo menzionato, per i quali evidenziamo esplicitamente i meccanismi sottostanti».

** Come altre forme di “umiliazione” – shaming appunto – in questo caso di tratta di una forma di stigmatizzazione di atteggiamenti, desideri o apparenze che non si conformano alle norme tradizionali per quel genere.

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