Una città a misura di chi la vive: Roma sperimenta l’urbanistica di genere

Non aver bisogno di accelerare il passo mentre si attraversa una strada buia. Non dover chiedere aiuto per riuscire a percorrere un marciapiede con il passeggino. O per salire a bordo di un autobus. Le nostre città non sono neutre e portano nello spazio le disuguaglianze della società che le ha costruite. Invertire la rotta e rendere gli spazi urbani davvero inclusivi significa riconoscere che donne e uomini, giovani, bambine e bambini, persone queer, persone anziane o con disabilità, abitanti dal background migratorio o con diverse condizioni socio-economiche, vivono e utilizzano la città in modi diversi.

È quello che vuole fare Roma Capitale con la pubblicazione del primo “Quaderno della città che cambia”, intitolato “La prospettiva dell’urbanistica di genere a Roma”: un manuale operativo, nato dal lavoro congiunto dell’assessorato all’urbanistica di Roma Capitale, Human Foundation e Risorse per Roma, che ripensa la città attraverso lo sguardo di genere. «Non è solo una questione di pari opportunità – sottolinea Maurizio Veloccia, assessore all’urbanistica di Roma – Ma di giustizia spaziale: trasformare lo spazio pubblico da luogo di transito o pericolo a luogo di partecipazione e libertà, dove il diritto alla città sia finalmente garantito a ogni cittadina e cittadino».

Che cos’è l’urbanistica di genere

L’urbanistica di genere è un approccio alla pianificazione della città che parte dalle esperienze quotidiane delle persone che la abitano. Come indica la professoressa Leslie Kern nel saggio “La città femminista: La lotta per lo spazio in un mondo disegnato da uomini” (Treccani), la città da immaginare non sarà a misura di donna, com’è adesso a misura di uomo, ma a misura di tutte le persone. Incluse le minoranze storicamente oppresse. Se l’urbanistica tradizionale osserva la città da un solo punto di vista – quello degli abitanti considerati “standard” (uomini, bianchi, etero, abili, di classe media) – l’urbanistica di genere allarga lo sguardo e permette di cogliere la pluralità di esperienze urbane, rendendo visibili esperienze ed esigenze che prima rimanevano fuori dall’inquadratura.

In questa prospettiva, progettare la città significa partire dai bisogni reali di chi la vive ogni giorno, dando spazio anche a gruppi e persone marginalizzati nei processi decisionali. L’obiettivo è riconoscere i diversi modi di vivere lo spazio urbano e garantire il diritto alla città per tutte e tutti, attraverso ambienti più accessibili, inclusivi e sicuri, che favoriscano la partecipazione e la presenza attiva nella vita urbana. Allo stesso tempo, l’urbanistica di genere usa la pianificazione come leva di cambiamento sociale, integrando politiche, competenze e livelli di governo diversi per affrontare in modo coordinato le sfide urbane e migliorare la qualità della vita. Al centro torna la vita quotidiana: i tempi della città, le attività di cura, le relazioni sociali e la sostenibilità dell’abitare.

Stessa città, diversi bisogni

L’iniziativa di Roma Capitale parte dalle evidenze raccolte negli ultimi anni, dall’indagine sulla percezione della città “Spatium Urbis” (promossa da Roma Capitale tramite la commissione Pari opportunità, in collaborazione con Università La Sapienza di Roma) ai primi dati sulla mobilità di genere (raccolti nello studio “La Mobilità a Roma” di Roma Servizi per la Mobilità): i dati mostrano come donne, anziani, bambini, persone con disabilità, comunità Lgbtqi+ e persone con background migratorio vivano la città con maggiori difficoltà in termini di sicurezza, mobilità e accesso ai servizi. Una condizione che riflette differenze strutturali nei vissuti urbani e una persistente sottorappresentazione delle donne nei processi decisionali e progettuali.

«Le città non cambiano da sole la società, ma sono uno dei luoghi in cui si rendono visibili le priorità collettive e le disuguaglianze – spiega Giovanna Melandri, presidente di Human Foundation – Integrare la prospettiva di genere nella pianificazione urbana significa riconoscere che lo spazio pubblico deve essere progettato a partire dalla vita quotidiana delle persone: dalla mobilità legata ai tempi di cura, alla presenza di servizi accessibili, fino alla qualità degli spazi in cui sostare, incontrarsi e sentirsi al sicuro».

Dall’illuminazione adeguata ai trasporti capillari: gli esempi virtuosi

Per costruire una città più sostenibile e prossima, in linea con l’Obiettivo 11 dell’Agenda 2030, Roma guarda agli esempi virtuosi che arrivano da altre città: Vienna, con il quartiere di Mariahilf, ha ripensato strade, incroci e illuminazione per rendere la mobilità pedonale più accessibile e sicura; Parigi ha trasformato cortili scolastici e spazi urbani in “cortili oasi” multifunzionali, aperti e inclusivi; Madrid ha sviluppato gli Espacios de Igualdad, una rete di spazi urbani che funzionano come presidi sociali e antiviolenza nei quartieri. Anche in Italia non mancano esperienze significative: Torino ha rivisto il regolamento per la toponomastica per riequilibrare la rappresentazione di genere nello spazio pubblico, mentre a Roma progetti di arte pubblica come quelli del collettivo Amar3 contribuiscono a rendere visibili soggettività e narrazioni spesso marginalizzate. «Il lavoro che abbiamo fatto insieme a Human Foundation nasce proprio dalla volontà di progettare una città più funzionale per le donne e per l’intera collettività individuando alcuni strumenti necessari: illuminazione adeguata, marciapiedi percorribili con i passeggini e trasporti pubblici capillari, che colleghino non solo i centri produttivi ma anche i servizi essenziali», spiega l’assessore Veloccia, che evidenzia: «L’urbanistica non è mai neutrale: se una città non è progettata per tutti, finisce inevitabilmente per escludere qualcuno».

Cosa prevede il Quaderno: la prima sperimentazione nel quartiere Spinaceto

Il Quaderno, presentato all’Urban Center Metropolitano di Roma lo scorso 27 marzo, segna un passaggio strategico nella direzione di una città più inclusiva e raccoglie il contributo di istituzioni, università, architette, studiosi e studiose coinvolti in focus group dedicati. Ne nasce un documento pensato per offrire a funzionari e decisori pubblici strumenti operativi concreti – dai casi studio alle indicazioni preliminari, fino alle domande guida – utili a integrare la prospettiva di genere in tutte le fasi delle politiche urbane, dalla pianificazione alla valutazione.

Al centro, un metodo chiaro: formare tecnici e amministratori, utilizzare dati e mappe per leggere i bisogni reali dei territori, coinvolgere le comunità locali attraverso momenti di ascolto e passeggiate urbane. E ancora, ripensare spazi e servizi in chiave inclusiva, intervenendo sulla mobilità quotidiana, sui tempi della vita e sulle attività di cura, per costruire spazi pubblici più accessibili, sicuri e vissuti durante tutto l’arco della giornata. Ogni passaggio è accompagnato da strumenti di monitoraggio, capaci di misurare nel tempo l’impatto delle trasformazioni. L’iniziativa non si ferma alla teoria: le indicazioni del Quaderno saranno messe alla prova nel quartiere di Spinaceto, attraverso interventi di urbanistica tattica orientati alla dimensione di genere, in continuità con il programma “15 Municipi, 15 progetti per la città in 15 minuti” già avviato a Largo Niccolò Cannella. Un’iniziativa con cui Roma vuole compiere un ulteriore passo verso una strategia sistemica di urbanistica di genere, allineandosi alle migliori pratiche italiane ed europee – da Parigi a Vienna, da Torino a Barcellona – e valorizzando esperienze locali come “Spatium Urbis” e “Her walks”, un progetto di mappatura partecipativa con prospettiva di genere del quadrante Ostiense-San Paolo, realizzato grazie alla collaborazione tra VIII Municipio e Sex & The City.

Ripensare le città, dare forma al cambiamento

Il ripensamento della città in ottica di genere impatta sulla dimensione culturale e simbolica: è anche dalla paritaria opportunità di vivere gli spazi, di incontro e aggregazione, che evolve il cambiamento culturale: «I gesti simbolici, come riequilibrare la rappresentazione di donne e uomini nello spazio pubblico, acquistano pieno significato quando fanno parte di una trasformazione più ampia: una città che offre servizi di prossimità, trasporti pensati per gli spostamenti reali delle persone e spazi urbani accoglienti e accessibili per tutte e tutti», spiega Melandri di Human Foundation, precisando gli obiettivi che muovono l’iniziativa: «Mettere a disposizione strumenti concreti per integrare la prospettiva di genere nelle politiche urbane, a partire dalle metodologie della impact economy: processi di coprogettazione con le comunità e strumenti di valutazione dell’impatto capaci di misurare come le scelte urbane incidono sulla qualità della vita di romane e romani». Un’altra città è possibile se a cambiare è lo sguardo.

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