
«Mi chiamo Matteo, ho quasi 17 anni. Da 10 vivo con mia nonna e mio nonno, che mi fanno da madre e da padre.
Non vado più a scuola da qualche mese, studio da casa. Non volevo più sentire le solite frasi: sei il figlio di un assassino, diventerai come lui.
Mi dicevano così perché ero un bersaglio facile.
E anche con gli adulti non andavo d’accordo: li sentivo bisbigliare: poverino…la mela non cade lontano dall’albero.
Di notte per anni ho avuto gli incubi. Poi a un certo punto mi sembrava di aver rimosso tutto. Ora quegli incubi sono tornati.
Perché la verità è una sola. É colpa mia se mia madre è morta. Quel giorno davanti al portone di casa, lei è morta per proteggere me. Per proteggermi da violenze, a cui nessuno aveva mai creduto.
I nonni hanno fatto di tutto per mettermi al sicuro, per andare avanti. Ma sono anziani e il dolore che portano è troppo grande.
Presto ho capito che a nessuno interessa di noi. Siamo soli, noi tre. Siamo sempre stati soli».
Questa è una delle tante storie che ho raccolto nel corso di questi anni ad Alley Oop. Storie che sono entrate nella mia vita dal 2018. Da quando ho letto una lettera indirizzata a un giornale. Iniziava così:
«Sono il padre di una ragazza meravigliosa, uccisa, come tante altre, dall’uomo che diceva di amarla».
Quel padre si chiama Renato e dal 2015 cresce i suoi nipoti, dopo che la loro mamma – sua figlia – è stata uccisa dall’ex marito.
Quell’uomo nella lettera non si soffermava tanto sul dolore, quanto sulle difficoltà della vita: economiche, burocratiche, giudiziarie.
Da quel giorno per me è cambiato tutto.
Sono entrata in un mondo, fino ad allora quasi praticamente sconosciuto: quello della violenza contro le donne e i minori. E ci sono entrata iniziando ad occuparmi degli orfani di femminicidio, quei bimbi e quelle bimbe orfani di madre, uccisa dal padre, morto suicida o in carcere.
Ognuno di loro ripeteva sempre la stessa frase: siamo soli.
In questi anni occuparmi di violenza contro le donne, le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi – è diventata la quotidianità. Con le colleghe e amiche di Alley Oop.
Alley è un posto in cui io mi sento capita, affiancata, libera: di occuparmi degli altri, di confrontarmi, anche di provare sconforto. Sì, perché sono più i dubbi delle certezze.
E questo è il senso di tutto. Lottare insieme per cause comuni. Parlare lo stesso linguaggio. Sapere che le disuguaglianze sono alla base delle notizie di cronaca che non vorremmo più sentire e raccontare. Per questo la parola che ho scelto è «Rete».
Auguri ad Alley e auguri a tutti voi. Se siete qui è perché avete fatto almeno un pezzetto di strada con noi.
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Alley Oop ha compiuto 10 anni il 15 febbraio. Pubblichiamo alcuni degli speech che le autrici hanno presentato in occasione dell’evento celebrativo del 3 marzo 2026, Sala della Regina – Montecitorio.
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