
Dal Colle alla riviera ligure: quest’anno il Festival di Sanremo parte dal Quirinale. Per la prima volta nella storia del Festival, alla vigilia dell’evento, i protagonisti di Sanremo 2026 sono stati accolti dal presidente della Repubblica: Sergio Mattarella – il primo presidente ad assistere dal vivo alla manifestazione al teatro Ariston nel 2023 – lo scorso 13 febbraio ha simbolicamente inaugurato la 76esima edizione della kermesse, riconoscendone l’importanza storica per il Paese. «È una storia importante, che ha sempre visto una quantità di ascolti e di coinvolgimento elevatissimi – ha detto il presidente della Repubblica al direttore artistico Carlo Conti e ai big in gara – Rappresenta un ambito significativo di rilievo dell’economia del nostro Paese, quindi il Festival è un appuntamento la cui importanza travalica anche l’apparenza che lo circonda, ma è di sostanza, importante nella vita del nostro Paese».
Un appuntamento «di sostanza», come lo ha definito il presidente Mattarella, che dal 24 al 28 febbraio torna a raccontare l’Italia: un palco che, anche quest’anno, non vuole essere politico. Ma inevitabilmente lo diventa accendendo i riflettori su temi, rappresentazioni e punti di vista. «Ogni anno è una scoperta straordinaria che tutti facciamo, quando il Festival va in onda – ha affermato il presidente Mattarella, rivolgendosi agli artisti – E quindi quello che fate è l’espressione della vostra capacità artistica, del vostro protagonismo di artisti, ma è anche un inserimento, un impegno, un contributo alla vita culturale del nostro Paese, alla società».
«Noi facciamo musica, non facciamo guerra»

A nome degli artisti, durante la visita al Quirinale, è intervenuta la-conduttrice Laura Pausini: «Volevo ringraziarla a nome di tutti noi cantanti: ha detto che la musica anche popolare, pop, italiana, rappresenta una parte importante della cultura del nostro Paese. Non sempre veniamo riconosciuti come tali, quindi la vorrei ringraziare a nome di tutti e spero che Le piaccia questo festival. Grazie per averci ricevuto. Noi facciamo musica, non facciamo guerra».
Il Global Peace Index, redatto dall’Institute for Economics & Peace, nel 2025 ha contato 59 conflitti nel mondo: tre in più rispetto all’anno precedente. Nel 2023, l’appello del presidente ucraino Zelensky arrivava sul palco di Sanremo con una lettera affidata al conduttore Amadeus: «Ogni anno in Italia vince la canzone, la cultura e l’arte e questa è la migliore creazione della civiltà umana – aveva detto Zelensky – Purtroppo l’umanità crea non solo cose belle e nel mio Paese si sentono spari ed esplosioni».
Nel 2024, dall’Ariston, Ghali chiedeva lo stop al genocidio a Gaza. Quest’anno, Ermal Meta torna in gara dedicando la sua canzone proprio ai bambini di Gaza: il brano “Stella stellina” è una ninna nanna per loro. «Avrei potuto scrivere di tante altre cose. Molti miei amici mi hanno consigliato, visto che ho avuto una figlia, di scrivere un pezzo per lei. Ma ci sono dei momenti in cui è importante anche parlare dei figli degli altri, o meglio, dei figli di tutti – ha detto l’artista in un’intervista – Quello che sta accadendo in Palestina, penso che sia sotto gli occhi di tutti, è qualcosa di estremamente grave, è un’emergenza, una catastrofe umanitaria».
I cantanti non fanno la guerra ma possono parlarne. Come moderni “menestrelli”, capaci attraverso l’arte di raccontare e denunciare ciò che altri non osavano, anche a Sanremo la musica può diventare spazio di parola e, talvolta, di denuncia.
Non «sono solo canzonette»
Non solo canzoni in grado di plasmare l’immaginario della musica italiana e raccontare il Paese. Ma «un ambito significativo di rilievo dell’economia del nostro Paese»: lo ha ricordato Mattarella durante il suo incontro con i cantanti e, specificarlo, significa riconoscere l’importanza di un evento come il Festival di Sanremo al di là delle apparenze.
Lo conferma l’analisi economica condotta da EY sul Festival di Sanremo: l’edizione 2026 registra un impatto economico complessivo di 252,1 milioni di euro, rispetto ai 245 milioni dell’edizione precedente, con un valore aggiunto assimilabile al Pil pari a circa 96 milioni e l’attivazione di oltre 1300 posti di lavoro.
«Il Presidente ha riconosciuto anche che la musica è parte importante del Pil – ha raccontato alla stampa J-Ax, uno dei primi dei cantanti a uscire dal Quirinale – È stato bello sentircelo dire in un Paese dove spesso il mestiere che facciamo, anche non solo noi musicisti ma chi lavora nell’intrattenimento e nello spettacolo, non è riconosciuto. Mi sembra quasi che la gente, certa gente, pensi che non lavoriamo. Invece ci vuole tanto impegno, disciplina».
Le canzoni: vulnerabilità e fatica del presente

Già prima di iniziare, il valore della kermesse sanremese sta nella sua “istituzionalità” acquisita negli anni come immancabile appuntamento nazional popolare e “motore” economico del comparto culturale. Fuori dalle analisi, nella memoria restano le canzoni. E quelle del 2026 sembrano parlare quasi tutte la stessa lingua: quella della vulnerabilità. Nei testi dei trenta brani in gara il linguaggio restituisce con chiarezza il profilo emotivo dell’Italia di oggi: fragilità, ironia trattenuta, rabbia silenziosa, nostalgia e un bisogno quasi fisico di amore e felicità. Non è l’amore in sé la novità – da sempre architrave della canzone italiana – quanto il modo in cui viene raccontato. A cambiare è la grammatica emotiva: i testi delle canzoni sono meno interessati a esibire forza e più disposte a nominare la fatica del presente.
Accanto a parole storiche come “amore” e “felicità” emergono più riccorenti termini come “cadere”, “male”, “paura”, “notte”, “solitudine”. È in questa costellazione lessicale che si coglie il segno dell’edizione 2026: un linguaggio meno eroico e più vulnerabile. La caduta non è più l’ostacolo da superare, ma una condizione possibile, la paura viene detta senza filtri, la notte diventa il tempo dell’inquietudine, la solitudine non resta sottintesa, ma viene dichiarata apertamente.
«E il passato diventa presente / La bambina ritorna innocente», canta Arisa, restituendo l’idea di un tempo che non si chiude mai davvero. «In questo silenzio sento la tua voce», confessa Serena Brancale, trasformando l’assenza in presenza sonora. Chiello, in “Ti penso sempre”, si muove dentro un amore che diventa ossessione, tra insonnia e memoria. E fuori, oltre le stanze e i letti disfatti, c’è la città: il «vento della metro» evocato da Fulminacci, la città «che non riposa mai» di Tredici Pietro, un mondo che – come canta Raf – «urla e stride».
L’Italia compare nei titoli e nei versi, l’intelligenza artificiale entra in scena con “Ai ai” di Dargen D’Amico, ma il centro resta un “per sempre” cercato come ancora esistenziale, in un tempo percepito come instabile. Più che canzoni di rottura, sono canzoni di rifugio: quando il presente è incerto, Sanremo sembra scegliere la nostalgia come lingua comune.
Una “sincera” inquietudine generazionale
Se c’è un punto in cui Sanremo 2026 sembra raccontare qualcosa di diverso dal passato, è nella voce degli artisti più giovani. Nei loro brani l’amore non è solo sentimento, ma terreno instabile. Non promessa, ma domanda. Più che grandi dichiarazioni, emergono esitazioni, crepe, tentativi di restare in piedi.
In “Uomo che cade” Tredici Pietro mette al centro un’immagine che dice tutto: non l’eroe che si rialza, ma qualcuno che inciampa e continua a farlo. La caduta non è spettacolare, è quotidiana. Non è tragedia, è condizione. È il segno di un’identità che non si presenta come compatta, ma come attraversata da dubbi e oscillazioni. Nei versi di Nayt l’insicurezza assume una forma contemporanea: prima ancora del gesto, arriva l’autovalutazione. L’idea di controllare i “like” prima di esporsi racconta un’interiorità che si costruisce sapendo di essere osservata. Anche Chiello lavora su questa tensione continua: relazioni totalizzanti, dipendenze sentimentali, stati d’animo estremi. L’amore non è rifugio rassicurante, ma luogo in cui si amplifica la fragilità.
Quello che emerge non è una generazione più debole, ma una generazione meno disposta a mascherare la propria instabilità. Un nuovo modello di cantante in cui, anche nei testi, l’inquietudine non viene sublimata ma viene detta. L’incertezza non è nascosta dietro metafore consolatorie ma diventa materia narrativa. In un tempo percepito come imprevedibile – tra esposizione permanente, confronto digitale e aspettative sociali – la musica dei più giovani sembra rinunciare all’illusione della solidità e scegliere invece la sincerità. E forse è proprio questa franchezza, più che i temi in sé, a segnare il vero scarto dell’edizione 2026.
La prima volta di una rock band tutta femminile
A Sanremo la presenza conta, ma non basta. Perché salire su quel palco significa entrare nella narrazione simbolica del Paese. Quest’anno, come osserva Federica Pezzoni nella newsletter “Ti Spiego il dato”, le donne tra i big rappresentano circa il 38% del totale: un dato che segnala un miglioramento, ma che non equivale automaticamente a essere centrali nella costruzione culturale di un’edizione. La percentuale di quest’anno, scrive Pezzoni, «è superiore alla media delle ultime dieci edizioni, che si aggira intorno al 25%». Tuttavia, anche quest’anno, «solo in 10 brani è presente almeno un’autrice, spesso l’interprete del brano stesso; le altre 20 canzoni sono firmate totalmente da uomini».
Già nel 2024, su Alley Oop, ci chiedevamo se sarebbe stato davvero “l’anno delle donne”. La domanda resta attuale. Più artiste in gara non significano necessariamente un cambio di paradigma. Il punto è capire quale spazio occupano, quali temi portano, quale immaginario contribuiscono a consolidare o a spostare. In questo senso, l’arrivo delle Bambole di Pezza segna un passaggio simbolico importante: per la prima volta una rock band interamente femminile partecipa tra i big. Non è soltanto una novità musicale, ma una rottura di consuetudine. Il rock, storicamente associato a un’estetica e a una leadership maschile, trova finalmente una voce collettiva di donne sull’Ariston.
Il gruppo, composto da Morgana (chitarra solista), Cloe (voce), Dani (chitarra ritmica), Xina (batteria) e Kaj (basso), porta in gara il brano “Resta con me”, una power ballad che tiene insieme forza e vulnerabilità, trasformando l’amore in un invito alla coesione e alla sorellanza. «È la prima volta che una rock band tutta femminile arriva qui e può diventare un esempio – raccontano le Bambole di Pezza – Non è mai salita una band composta solo da donne su questo palco, quindi sentiamo la responsabilità di questa prima volta. Speriamo sia un esempio per tutte, un esempio di donne forti», raccontano.
Presenza, visibilità e nuove narrazioni
Accanto a questa prima volta, si delinea un altro elemento interessante: il modo in cui le artiste in gara articolano i temi. Se molti artisti mettono in scena la caduta e lo smarrimento, molte artiste lavorano sulla ricomposizione, sulla coscienza di sé, sulla possibilità di trasformare l’esperienza privata in discorso pubblico.
Con “Le cose che non sai di me”, Mara Sattei mette in scena la distanza tra ciò che si mostra e ciò che resta invisibile: l’amore diventa spazio di rivelazione, ma anche di incomprensione. Non c’è solo il “noi”, c’è l’“io” che chiede di essere riconosciuto nella sua complessità.
Arisa, con il suo ritorno a un lessico legato al tempo e all’infanzia («E il passato diventa presente / La bambina ritorna innocente»), racconta un amore attraversato dalla memoria. Le relazioni non sono mai solo attuali: sono stratificate, riportano in superficie ferite e desideri originari.
In Serena Brancale l’assenza si trasforma in dialogo interiore («In questo silenzio sento la tua voce»). Il brano si muove tra lutto e continuità affettiva, mostrando come il legame possa sopravvivere alla perdita. L’amore, qui, è memoria attiva, non solo nostalgia.
Maria Antonietta, insieme a Colombre, affronta invece l’ansia come condizione diffusa: «È più facile se siamo insieme» non è una frase romantica, ma una dichiarazione di fragilità condivisa. La relazione diventa spazio di protezione in un contesto percepito come instabile.
In Malika Ayane, quando canta «Non è male questa nostalgia», la malinconia non è patologica né drammatica: è uno stato con cui si convive, un modo di abitare il tempo.
Levante, con “Sei tu”, racconta l’amore come esperienza che travolge e trasforma: «fare spazio dove posto non si trova» restituisce un sentimento totalizzante, capace di incrinare e insieme ridefinire l’“io”, chiamato a confrontarsi con la propria vulnerabilità.
Patty Pravo, con “Opera”, sposta lo sguardo su un piano più esistenziale: «io sono Musa, colore tagliente» è un’affermazione identitaria che mette al centro la soggettività come atto creativo. L’amore non è solo relazione, ma parte di una “messa in scena” più ampia dell’identità.
Elettra Lamborghini, con “Voilà”, sceglie invece il registro della leggerezza e della vitalità: l’amore si muove tra festa e autoaffermazione.
Infine Ditonellapiaga introduce uno sguardo più urbano e disincantato: tra riferimenti a Milano, alla performance del benessere, alle dinamiche sociali contemporanee, l’amore si muove dentro un contesto fatto di aspettative, ritualità, modelli culturali. Non è solo relazione privata, ma esperienza immersa nella pressione sociale. In tutte loro si coglie un tratto comune: l’amore non è più mito assoluto né promessa salvifica. È uno spazio attraversato da memoria, ansia, ironia, identità. Non c’è rinuncia al sentimento, ma c’è maggiore lucidità nel raccontarlo. E in questa consapevolezza si intravede uno spostamento significativo della narrazione all’interno del Festival.
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