
«Senza consenso è stupro». A trent’anni dalla legge sulla violenza sessuale in Italia, associazioni femministe e centri antiviolenza tornano in piazza con mobilitazioni territoriali diffuse in tutto il Paese, in vista della manifestazione nazionale del 28 febbraio. Il 15 febbraio, data simbolica dell’entrata in vigore della riforma del 1996 (e per altro compleanno di questa testata), le piazze ribadiscono un principio che – denunciano le promotrici – nella riformulazione del disegno di legge voluta dalla senatrice Giulia Bongiorno è stato eliminato, discostandosi da quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul, il trattato internazionale per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne che parla esplicitamente di consenso.
Le mobilitazioni di ieri erano state lanciate lo scorso 27 gennaio, durante le proteste delle associazioni a plazzo Madama, proprio mentre il ddl Bongiorno veniva approvato al Senato. Da allora, le reti femministe hanno costruito un calendario di iniziative che culminerà nella manifestazione nazionale di fine mese. «Sui corpi delle donne nessun compromesso è possibile: il consenso non è negoziabile», è il messaggio rilanciato dalle piazze.
Trent’anni dalla legge sulla violenza sessuale in Italia
La scelta della data richiama una svolta giuridica e culturale. Il 15 febbraio 1996 entrava in vigore la legge che abrogava gli articoli del Codice Rocco – il codice penale di epoca fascista – che inquadravano lo stupro tra i delitti contro la moralità pubblica e il buon costume. Con la riforma, la violenza sessuale veniva ricollocata tra i delitti contro la persona, riconoscendo la lesione dell’autodeterminazione individuale e non più un’offesa all’ordine morale.
Trent’anni dopo, il confronto politico si riapre attorno alla definizione di consenso e al suo ruolo nella qualificazione del reato.
L’iter parlamentare del ddl Bongiorno: dal consenso alla «volontà contraria»
Il disegno di legge, promosso dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, nasce con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la tutela contro la violenza sessuale e di allineare l’ordinamento italiano ai parametri internazionali. In una prima fase del confronto parlamentare si era aperta un’intesa trasversale per introdurre esplicitamente il riferimento al consenso, in linea con la Convenzione di Istanbul, che definisce la violenza sessuale come atto non consensuale e precisa che il consenso deve essere libero e volontario.
Nel corso dell’esame parlamentare, tuttavia, la formulazione è stata modificata: il riferimento esplicito al consenso è stato eliminato, privilegiando una formulazione centrata sull’assenza di dissenso. Una scelta che, secondo le associazioni, altera l’impianto della norma e rischia di incidere sull’interpretazione giuridica, spostando il baricentro dalla presenza di un «sì» libero e consapevole alla verifica di un «no».
Le mobilitazioni in tutta Italia
A Roma la mobilitazione si è articolata fin dalla mattina in diversi punti della città, confluendo nel pomeriggio in piazza Santi Apostoli. Alla manifestazione romana era presente anche Laura Boldrini, prima firmataria del provvedimento che era stato approvato all’unanimità di maggioranza e opposizione lo scorso novembre alla Camera: la deputata Pd ha accusato «Bongiorno e la stessa premier Giorgia Meloni di essersi sottomesse alle pressioni di Salvini e della parte più maschilista e retriva del loro elettorato. Un tradimento di cui si devono assumere tutte le responsabilità davanti alle vittime di stupro e al Paese tutto». Ma la capitale non è l’unica ad essersi mossa: iniziative si sono svolte da Trieste a Milano, da Monza a Bari e Napoli. Dal corteo di Milano Cristina Carelli, presidente presidente di D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza, ha parlato della necessità di una mobilitazione ampia della società civile. La rete D.i.Re ha sottolineato che «contro la volontà» e «con il consenso» non sono formule equivalenti.
A Bari era presente anche la segretaria del Partito democratico Elly Schlein, insieme al capogruppo al Senato Francesco Boccia, al presidente della Regione Antonio Decaro e al sindaco Vito Leccese. Intervenendo alla manifestazione, Schlein ha definito il ddl Bongiorno «semplicemente irricevibile, un passo indietro nella tutela delle donne», ricordando che «avevamo fatto un accordo, avevamo approvato all’unanimità una legge che introduce finalmente il consenso come da Convenzione di Istanbul, una legge che dice che solo sì è sì e senza consenso è stupro: chiedo a Meloni e a tutto il centrodestra di tornare sui propri passi e di reinserire il consenso in quella legge».
A Napoli hanno preso parte associazioni, sindacati e il presidente della Campania Roberto Fico, che ha richiamato la Convenzione di Istanbul come parametro di riferimento nella definizione delle norme a tutela delle vittime. «Anche da Napoli, in una piazza Plebiscito gremita e vibrante, parte un grido di dignità che il Governo non può ignorare», ha commentato Fiorella Zabatta, co-portavoce nazionale di Europa Verde ed esponente di Avs.
Le voci dalla piazza di Roma, «Mobilitazione permanente sino a che il ddl non viene ritirato»
A Roma la mobilitazione si è concentrata nel centro storico, con un presidio e un corteo che hanno attraversato alcune delle vie più frequentate della città. Piazza Santi Apostoli è stata il punto di ritrovo delle attiviste, delle operatrici dei centri antiviolenza e delle associazioni femministe. Da lì è partito il corteo che ha percorso via del Corso fino a culminare a piazza del Popolo, portando al centro dello spazio pubblico lo slogan «senza consenso è stupro».
«Oggi, 15 febbraio, in tutta Italia abbiamo preso piazze e strade per dire a tutte e a tutti che senza consenso è stupro. Non abbiamo nessuna intenzione di arretrare rispetto ai nostri diritti» spiega ad Alley Oop Elisa Ercoli, presidente Differenza Donna. Per Ercoli la riformulazione del testo rappresenta un rischio concreto: «La riformulazione di Bongiorno vuole mistificare la realtà. Non è vero che stiamo andando avanti con la sua modifica: non solo torneremo indietro, ma perderemo tutta la giurisprudenza che invece è andata avanti e ha rispettato il principio della Convenzione di Istanbul». E richiama un dato che pesa nel dibattito: «In Italia denunciano solo il 10% delle persone che subisce lo stupro e questa norma così restrittiva porterebbe ancora più violenza istituzionale e quindi non giustizia». L’obiettivo, aggiunge, è costruire «una nuova cultura», con «il movimento femminista e il movimento transfemminista: tutti insieme per contrastare il patriarcato».
Sul piano giuridico interviene Teresa Manente, avvocata penalista e responsabile legale Differenza Donna: «Siamo qui perché noi riteniamo inaccettabile quello che è successo nel nostro Governo, cioè è stato cancellato un disegno di legge che, in adesione a quelli che sono i principi della Convenzione di Istanbul e della nostra giurisprudenza di Cassazione, definiva reato l’atto sessuale senza il consenso. Il consenso è per noi un principio che non può essere cancellato». E ribadisce: «Senza consenso ogni atto sessuale è stupro».
Entrando nel merito della distinzione tra consenso e dissenso, Manente chiarisce: «Il dissenso presuppone che la donna sia consenziente e che pertanto solo se si oppone potrà essere punito il colpevole. Il consenso, invece, permette e riconosce alla donna di scegliere sempre il rapporto: se dice sì è sì, se dice no è no e non dovrà dimostrare la resistenza che ha opposto a quell’atto sessuale». Un aspetto che tiene conto di quanto accade nei casi concreti: «Nella stragrande maggioranza dei casi le donne per paura si bloccano e non riescono ad opporre resistenza. Ma quel silenzio non significa acconsentire, significa paura, terrore per quell’atto sessuale».
Il presidio romano si inserisce in una mobilitazione più ampia, come ricorda Carla Quinto, avvocata e responsabile dell’ufficio legale della cooperativa sociale Be Free: «Oggi, 15 febbraio, è la tappa intermedia di una serie di iniziative trasversali lanciate dai centri antiviolenza e da tutte le realtà femministe e transfemministe in Italia». Una mobilitazione permanente che, spiega Quinto, «manterremo fino all’8 aprile, che è la data ultima in cui il ddl Bongiorno potrebbe passare».
Anche per Quinto la differenza terminologica è sostanziale: «Il ddl Bongiorno vuole introdurre e sostituire la parola consenso a quella del dissenso – chiarisce ad Alley Oop – Consenso e dissenso sono due concetti molto diversi. Parlare di consenso vuol dire parlare di rispetto, di reciprocità, di educazione all’affettività. Mentre, parlare di dissenso, fa ricadere su chi subisce la violenza l’obbligo di dire esplicitamente no, di lottare, di reagire, di gridare fino anche a morire». Un elemento ricorrente nei percorsi dei centri antiviolenza: «Nell’80% dei casi chi subisce violenza sessuale rimane bloccata ed è incapace di dire no esplicitamente» conclude l’avvocata.
Sul punto interviene anche Simona Ammerata, di Lucha y Siesta e consigliera nazionale D.i.Re – Donne in Rete Contro la Violenza: «Con questa proposta di legge, il governo rende disponibili i corpi delle donne fino a prova contraria e istituzionalizza la cultura dello stupro – dice ad Alley Oop – Siamo in piazza e lo saremo fino a che questo ddl non viene ritirato: è mobilitazione permanente».
L’appello dell’Ordine degli psicologi
Nei giorni precedenti alle mobilitazioni, anche il Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi è intervenuto con una lettera indirizzata alla senatrice Bongiorno. «Il consenso non è un dettaglio linguistico, ma il perno della tutela contro la violenza sessuale», si legge nel documento. Secondo i firmatari, spostare l’attenzione sul «ha detto no?» invece che sul «c’era un sì libero, attuale e volontario?» potrebbe riportare il focus sulla condotta della vittima. L’appello è che il Parlamento reinserisca esplicitamente il riferimento al consenso come criterio cardine, in coerenza con la Convenzione di Istanbul e con l’impianto che, nel 1996, ha definitivamente superato l’impostazione del Codice Rocco.
Il confronto parlamentare proseguirà nelle prossime settimane, mentre le associazioni annunciano una nuova mobilitazione nazionale il 28 febbraio.
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