
Alla fine di ogni anno ci troviamo a fare bilanci, a guardare indietro a tutto ciò che abbiamo fatto ma anche a tutto ciò che avremmo voluto fare ma non abbiamo fatto. Generalmente le persone dal temperamento ottimista guardano al cosiddetto “bicchiere mezzo pieno” e riescono a ricavare soddisfazione dagli ostacoli superati, dalle difficoltà affrontate, dai problemi risolti anche se magari non completamente risolti, magari avviati a soluzione. Chi invece è orientato al pessimismo e vede il famoso bicchiere “mezzo vuoto” si tormenta nei sensi di colpa rivisitando mentalmente le occasioni in cui avrebbe potuto fare scelte che non ha fatto, avrebbe potuto impegnarsi maggiormente, avrebbe dovuto considerare un’opzione diversa.
Non a caso la fine dell’anno in molti luoghi di lavoro coincide con innumerevoli operazioni di chiusura e bilancio, tutto come se non ci fosse un domani e dovesse finire il mondo il 31 dicembre, ogni 31 dicembre. E tutto ciò non riguarda soltanto le logiche e razionali chiusure amministrative; si infittiscono le riunioni, si riprendono per rilanciarli progetti tenuti fermi per mesi, si organizzano call per fare “il punto della situazione”.
Poi però arriva il fatidico 31 dicembre e il primo gennaio che ci fanno transitare, come per magia, nel mondo dei propositi, dello sguardo al futuro. Fra un cenone, una festa, un brindisi si scivola nel nuovo anno: chi in giorni di riposo dal lavoro, chi continuando la frenesia delle attività lavorative alla quale si saranno sommate le organizzazioni dei festeggiamenti.
Anche in questo caso avremo la differenza fra chi adotta uno stile ottimista e guarda al nuovo anno con fiducia, magari riflettendo sulla possibilità di portare a termine quanto non ha potuto concludere nell’anno precedente e chi, in prospettiva pessimistica disegna scenari lugubri a livello personale e più generale.
I buoni propositi
Non vi è dubbio che il tema dei cosiddetti propositi, o buoni propositi, caratterizza, dove più e dove meno, il comparire del nuovo anno. In questo siamo incoraggiati da programmi televisivi con servizi dedicati, dalla rete, dai social, dai quotidiani e dalle riviste, dalle trasmissioni radiofoniche, dai podcast dedicati.
Possiamo cogliere indicazioni su quali propositi sono più opportuni e anche su come realizzarli; questo nell’ottica della netta differenza fra il formulare un proposito e l’impegno che ci vuole per realizzarlo, mantenere costante l’attenzione e l’energia richieste dalla traduzione concreta dell’intenzione. Quante volte rinnoviamo lo stesso proposito del precedente anno perché si è perso nei mille impegni della vita quotidiana perdendo progressivamente la forza necessaria a mantenerlo nel flusso attentivo e tradurlo in azione pratica?
I propositi riguardano, per esempio, lo stile di vita: iscrizione in palestra, a quel corso tanto interessante di fotografia, al corso di lingue, oppure prendere informazioni per attività di volontariato, iniziare una dieta, fare il numero di passi al giorno suggeriti per favorire la longevità, intraprendere un viaggio desiderato, leggere quel libro che si trova ancora sul comodino, prendersi cura di se’ stessi, cambiare beauty routine e potrei proseguire per pagine.
Spesso siamo anche consapevoli che diversi dei buoni propositi resteranno tali ma non possiamo fare a meno di entrare psicologicamente in quella dimensione progettuale che ci fa transitare da un anno all’altro in uno scorrere del tempo che da una parte è cesura (una fine ed un principio) dall’altra recupera la continuità proprio attraverso il cambiamento.
Il cambio di prospettiva che serve
E allora il cambiamento diventa quasi una sfida: iniziamo ad annotare l’elenco dei propositi su un diario o su un’agenda, oppure su un dispositivo, di quelli in commercio, di organizzazione temporale, con tabelle, finestre, indicatori ed altro, quasi per rendere le intenzioni più concrete, avvicinarle alla loro trasformazione in azioni vere e proprie e finalmente integrate nella routine.
Sotto il profilo psicologico queste dinamiche sono molto interessanti e anche funzionali perché ci spingono a prendere in considerazione la nostra vita in una prospettiva diversa: la guardiamo quasi come dall’esterno, consideriamo le nostre scelte, obiettivi, mete fermandoci ad una visione complessiva e poi rafforziamo il nostro impegno, accettiamo o decliniamo nuove sfide, monitoriamo la possibile continuità e proporzione fra le nostre forze e la possibilità di successo.
Si tratta di un processo costruttivo, attivo, propositivo, vitale al di là di quanto poi si realizzerà di ciò che abbiamo messo in cantiere. Formulare dei piani e e attivare intenzioni rispecchia il sistema motivazionale e ci mette in contatto con una speci di io ideale al quale cerchiamo di avvicinarci.
Alcune persone si concentrano sugli oroscopi che fioriscono ad inizio anno e offrono previsioni ritagliate sui vari segni zodiacali ispirando speranza in chi crede alle capacità divinatorie, interesse o blando interesse in chi è poco convinto ma legge o ascolta per curiosità, spesso con il classico atteggiamento del “non si sa mai….”.
Riti di passaggio
Dunque il passaggio da un anno all’altro avviene attraverso un bilancio dell’anno che si lascia, salutandolo con lo specifico rito della festa di fine anno o capodanno e i propositi per il futuro che saluteranno l’alba dell’anno che sopravviene.
Questi riti sottolineano il transito, il percorso che ci attende e possono essere accompagnati da emozioni quali fiducia, gioia, speranza e talvolta invece attivano malinconia, sfiducia, paura, percezione di insicurezza.
Da una parte dunque il nostro sistema motivazionale (bisogni, desideri, esigenze, ricerca di mete e obiettivi) si sposta dalle motivazioni di base come quelle legate alla cura del corpo, al movimento, al relax fino a quelle più in alto nella Piramide di Maslow, come il successo personale in ambito lavorativo o sociale, passando da quelle intermedie come i bisogni di sicurezza, appartenenza (amicizia, legami familiari e affettivi) e stima; dall’altra le emozioni che accompagnano questo complesso sistema. Emozioni che possono rispecchiare fiducia, entusiasmo, convinzione di farcela o, all’opposto, sfiducia, abbattimento, senso di alienazione (in questi casi, se estremi, non si arriva neppure a formulare i propositi).
La piramide dei bisogni (e delle motivazioni)
Secondo Maslow, la Piramide delle motivazioni ha carattere gerarchico, quelle alla base (bisogni legati legate alla sopravvivenza e alla cura del corpo) sono determinanti e se non soddisfatte rendono difficile accedere alla percezione dei bisogni dei gradini superiori, in ordine di ascesa: sicurezza, socializzazione o senso di appartenenza, autostima o stima da parte degli altri e, al vertice, l’autorealizzazione che comprende la percezione di pienezza di vita anche attraverso la creatività la soluzione di problemi e l’espressione piena delle proprie potenzialità.
E’ caratteristico di periodi di prosperità, stabilità politica, crescita culturale, sociale ed economica l’orientamento alla fiducia, alla possibilità, al credere nello sviluppo, nel miglioramento, nelle condizioni di serenità e possibilità di investire affettivamente e anche rischiare per mete importanti. Le condizioni di stabilità e crescita delineano un percorso nel quale si intravede l’opzione della resilienza e della possibilità di affrontare eventuali pressioni da stress perché le basi sono stabili e i cambiamenti possono essere colti come opportunità. Queste circostanze consentono la percezione chiara e l’entrata in contatto con le motivazioni della parte alta della Piramide dei bisogni perché quelle della base sono soddisfatte: vi è certezza di poter provvedere alle necessità fondamentali attraverso la stabilità del lavoro e della solidità dei legami affettivi e sociali.
Che succede nelle fasi di incertezza?
Ma cosa accade nelle diverse condizioni sociali nelle quali predomina l’incertezza, l’instabilità, la tensione, il disinvestimento?
Se pensiamo al mondo che abitiamo in questo periodo storico non possiamo non cogliere un generale clima di incertezza, di attesa, di difficoltà a scommettere nel futuro.
Abbiamo diversi indicatori della percezione dell’esistenza di questo clima: il calo progressivo e cospicuo della natalità. Decidere di avere un figlio o una figlia rappresenta una delle più intense espressioni di fiducia: dargli o darle la possibilità di vivere in un mondo accogliente; ma se non si ravvisano proprietà di questo tipo si sceglie diversamente. E’ come se in tempi di sfiducia si concentrassero le proprie forze su un impegno di resistenza, le energie sono chiamate a raccolta per la sopravvivenza e la crescita è lontana. La denatalità è uno degli indicatori più evidenti della sfiducia nel futuro e acquista valore di segnale di difficoltà a pensare e mentalizzare una continuità laddove si deve fare fatica a trovare forme di adattamento.
Un altro segnale della difficoltà a rappresentarsi un futuro positivo è dato dalle difficoltà psicologiche come l’ansia, l’umore tendente a stati depressivi, il crescere di forme di dipendenza (da sostanze, dalla tecnologia, dalla rete, dai social, dall’alcol, dallo shopping, affettive e così via). Si cerca di dominare l’ansia attraverso il legame con l’”oggetto” da cui dipendere e così si sviluppa una concentrazione totale o quasi totale sul piacere (illusorio) dato dal raggiungimento delle mete che soddisfano la dipendenza in un legame quasi inscindibile e totalizzante che alimenta la convinzione di stare bene.
E così sono nati i percorsi per il detox dalle tecnologie, le linee guida per l’uso da parte di minori, è aumentato l’uso dell’alcol e di sostanze con un abbassamento impressionante dell’età di esordio del consumo (dagli 11, 12 anni).
Un terzo rilevante segnale ci viene dal crescere di scelte di vita ispirate all’isolamento o solitudine, il noto fenomeno dell’ikikomori (in aumento fra i giovani nel nostro Paese) o la scelta di evitare legami affettivi nel mondo fisico trasferendo in rete la propria vita relazionale, i gruppi incell costituiti da uomini ispirati a convinzioni misogene e spesso di stampo aggressivo.
Dalla pandemia alle guerre, dalla crisi climatica all’ambivalenza dell’AI
Diverse pubblicazioni scientifiche di area medica e psicologica propongono quale possibile spiegazione del rilevante incremento delle difficoltà psicologiche, nelle fasce giovanili ma non solo, la difficile ripresa dall’epoca pandemica, periodo di estrema difficoltà nel quale si sono sviluppate fragilità e vulnerabilità soprattutto in coloro per i quali l’impatto è stato più forte e difficile da sostenere (per precedenti fragilità psicologiche, perdita del lavoro o difficoltà economiche, o per eventi di grave malattia o addirittura luttuosi in epoca Covid).
In tema di incertezze, un posto di primo piano è assunto dalla situazione politica nel mondo e dai venti di guerra, alcuni dei quali proprio alle nostre porte.
La comunicazione è spesso centrata su notizie e immagini agghiaccianti, la guerra è crudele e non risparmia bambini civili, uccisi o ridotti in condizioni terribili; il senso di impotenza di fronte a questi quadri pervade e permea la disposizione con la quale ci avviciniamo al futuro.
Abbiamo coltivato per anni la convinzione che il mondo fosse più o meno un posto vivibile fra le sue difficoltà e asperità e ci eravamo illusi che il progresso tecnologico fosse accompagnato da un progresso di civilizzazione che non avrebbe potuto contemplare l’idea di guerre, occupazioni, aggressioni, condotte con mezzi degni dei periodi dell’età della pietra in totale sprezzo delle regole finalizzate a preservare civili, minori e persone vulnerabili; i crimini di guerra trovano spazio in una totale assenza di riferimenti a regole derivanti da accordi promossi da organismi internazionali.
Accanto ai venti di guerra e distruzione assistiamo anche ai pericoli derivanti dai problemi dell’ecosistema: clima atmosferico alterato, inquinamento che sta alterando gli equilibri, gas che minacciano il pianeta e, sotto il profilo psicologico, questi eventi creano forte instabilità rispetto alle condizioni di vita che potrebbero essere rese molto difficili.
Infine gli esperti dicono che il prossimo anno sarà quello in cui prenderà piede in modo significativo l’intelligenza artificiale; è innegabile che l’AI genera molta ambivalenza: da una parte utile sussidio, dall’altra timore di perdita del controllo e dell’annullamento di funzioni tipicamente umane (basti pensare ai licenziamenti di operai perché il lavoro può essere gestito con tecniche di AI). In fondo si ripensa a quanto accaduto quando hanno preso spazio tecniche di gestione in rete come l’homebanking che ha reso le banche luoghi ormai deserti e poco frequentati (con licenziamento dei dipendenti) o le grandi aziende che gestiscono in rete le vendite di prodotti con conseguente chiusura dei negozi sul territorio.
Uno scenario che agita lo spettro della progressiva disumanizzazione a favore di una tecnologia spesso vissuta come ostile e responsabile della scomparsa di quella caratteristica di umanità dei luoghi popolati di negozi, edicole, librerie, drogherie, uffici con front desk, biblioteche, luoghi di ritrovo.
Il ruolo dei media
Ancora: in Italia ultimamente si assiste ad una comunicazione mediatica che si occupa della riapertura di casi di omicidio con sentenza passata in giudicato e colpevole che ha quasi terminato di scontare la pena (l’omicidio di Chiara Poggi avvenuto a Garlasco), oppure casi per i quali non è mai stato individuato chi ha commesso l’omicidio e per i quali si continua ad indagare o si riapre il corso delle indagini. L’insistenza ormai divenuta cospicua della comunicazione sui casi di cronaca nera genera un senso globale di preoccupazione accanto a sentimenti di sfiducia nei confronti della Giustizia costantemente messa sotto la lente di ingrandimento di una corte di opinionisti, giornalisti, criminologi, avvocati, esperti di vario genere.
Al di là del dovere di informazione e di cronaca, il costante e continuo produrre ipotesi e giudizi senza alcuna conoscenza documentale oppure in modo strumentale produce nel pubblico la netta impressione di una giustizia poco accurata, fallace, incerta, non accurata sul piano delle indagini, ondivaga sul piano dei giudizi, quando non coinvolta addirittura in sospetta corruzione (sempre la casistica di Garlasco in primo piano). L’incertezza della giustizia e della correttezza e certezza della pena non possono che frustrare i sistemi motivazioni della sicurezza che agiscono negli individui attivando come meta la possibilità di fidarsi, di essere protetti da un sistema imparziale, equo, capace, che ragioni con accuratezza e condanni “oltre ogni ragionevole dubbio” e fuori da ogni interesse personale; il sospetto che così non sia non genera soltanto frustrazione bensì attiva emozioni negative e disforiche come paura, rabbia, rancore, avvilimento.
Propositi di cambiamento o cambiamento di propositi?
Dunque propositi di cambiamento o cambiamento dei propositi nel nuovo anno? In un 2026 che si affaccia in un teatro di incertezze, dubbi, sospensioni, tentativi di accordi per la pace dall’esito ancora incerto, economia ispirata a divisioni fra pochi detentori di grandi ricchezze e un aumento di persone ridotte in povertà (gli ultimi dati Istat mostrano un preoccupante scivolamento di persone che erano appartenenti al cosiddetto ceto medio, in quasi progressiva scomparsa, verso la semi-povertà o povertà) quali posso essere i propositi?
Ci sorprenderà osservare che, proprio come le teorie di Darwin sull’evoluzione della specie ci hanno spiegato, le persone mostrano desiderio di mettere in campo la resilienza e accogliere le sfide in un’ottica che, potremmo dire, somiglia un po’ alla crescita post-traumatica: trarre dai forti impatti stressogeni e di crisi aspetti di fortificazione personale e collettiva.
La teoria della Hardiness (termine che non ha in italiano una traduzione corrispondente ma quella che più si avvicina è robustezza) che dobbiamo a Maddi e Kobasa che fondarono anche vari istituti di training nel mondo per apprendere le tecniche per implementarla e svilupparla ci aiuta a capire. Si tratta di una forma di forza psicologica cha a veri livelli abbiamo sviluppato tutti e tutte nella costruzione dell’adattamento all’ambiente e che viene messa alla prova dall’impatto con ostacoli, frustrazioni, talvolta eventi anche drammatici dandoci l’occasione e il modo per proseguire riadattandoci e trovando nuovi obiettivi o modificando quelli irraggiungibili. La resilienza e la hardiness sono a loro volta articolate in strategie di coping o “affrontamento” delle difficoltà che insieme ne costituiscono il livello generale (alta, media, scarsa resilienza per esempio).
Impegno, monitoraggio e sfida
Il livello di Hardiness è composto da tre fondamentali strategie di coping: impegno, monitoraggio e sfida. Affrontare lo stress o gli ostacoli facendo ricorso all’impegno significa perseverare, insistere, reperire nuovi modi per raggiungere la meta, non abbandonare; il monitoraggio si riferisce all’attenzione che è opportuno porre all’andamento ed efficacia delle strategie di coping usate, per esempio riconoscere l’inutilità di perseverare quando qualcosa non dipende direttamente dalla nostre azioni, basti pensare a quanto tempo passiamo cercando di cambiare gli altri contro la loro volontà e resistenza a divenire come li vorremmo voi e come non sentono di essere e non vogliono essere. Infine la sfida: si tratta di chiamare a raccolta le proprie energie per sfidare le avversità e sentire nettamente di avere ancora controllo su di esse.
Allora è proprio alla nostra resilienza, hardiness e capacità di coping che facciamo riferimento quando ogni 31 dicembre traiamo un bilancio dell’anno e decidiamo che vale la pena non solo di andare avanti ma di proseguire progettando, facendo propositi, cerando modi per migliorare. Significa crederci o anche essere incerti ma provarci.
Darwin aveva chiaramente delineato come la forza dell’adattamento è espressione della volontà di vivere e Freud aveva brillantemente ripreso questo concetto fondamentale traducendolo nell’eterno conflitto tra eros e thanatos, istinto di vita e istinto di morte dove il primo esprime la sintonia con il desiderio di esistere attraverso forze costruttive e il secondo esprime desiderio di morte, alienazione, depressione, distruttività.
La resilienza è espressa dalla forza del desiderio di vivere in modo costruttivo e la hardiness il motore che, se avviato, consente la messa in moto e permanenza del processo vitale.
Un patto con noi stessi
I propositi del primo gennaio sono un rinnovato patto con noi stessi, con il nostro io ideale, con gli altri: sono l’espressione della conferma del nostro impegno a tendere verso una versione sempre migliore di noi stessi.
Propositi di cambiamento o cambiamento di propositi? In fondo si tratta di due facce della stessa medaglia: i propositi di cambiamento ci portano alle nuove mete con nuova e rinnovata speranza ma il cambiamento dei propositi testimonia la nostra aderenza alla realtà, la capacità di tenere conto delle circostanze, delle difficoltà ma anche delle opportunità. E’ ciò che serve sempre ma specialmente in periodi dove l’incertezza scuote le nostre corde più profonde e ci fa sentire di più il bisogno della speranza, proprio della speranza non dell’illusione.
In questi momenti sentiamo più vera una delle fiabe più belle tratte da una leggenda africana: si sviluppa nella foresta un vasto incendio e tutti gli animali fuggono in direzione opposta all’incendio per trarsi in salvo; tutti tranne un piccolo colibrì che con il becco pieno delle poche gocce d’acqua che è in grado di contenere corre proprio verso il centro dell’incendio.
Interrogato dal leone che lo invita a seguirlo per salvarsi e gli chiede come mai sta facendo il contrario il colibrì risponde: di fronte a una tragedia di queste proporzioni io posso fare solo la mia parte. Tutti dovremmo fare la nostra parte.
Quando stabiliamo i nostri propositi stiamo proprio riaffermando quale riteniamo essere la nostra parte, verso noi stessi e verso gli altri. In quei momenti decidiamo di fidarci ancora di noi stessi e degli altri e di trovare i modi per affrontare attraverso il cambiamento anche le circostanze più difficili.
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