
I centri per gli uomini maltrattanti «sono un tassello del sistema antiviolenza, non la soluzione o una bacchetta magica ma sono centrali perché se noi non interveniamo per cambiare questa cultura, per fermare la recidiva, per prevenire la violenza prima che avvenga, questa continuerà a propagarsi come il fuoco». Alessandra Pauncz, presidente della rete nazionale dei Centri per gli uomini maltrattanti Relive, usa l’esempio di un incendio per spiegare come dopo l’assistenza alle vittime sia fondamentale intervenire anche sulle cause per ‘spegnere’ la violenza.
Quella dei Cuav (centri per uomini autori di violenza) è una realtà in crescita ma ancora poco conosciuta se non addirittura vista con qualche sospetto da chi teme che il loro sviluppo possa sottrarre risorse ai centri antiviolenza. «Voglio dire in modo molto chiaro – sottolinea in proposito Pauncz – come ci sia priorità nel supporto alle vittime e non devono essere sottratte risorse a loro e ai centri antiviolenza». L’occasione per fare il punto su questo tema è stata una conferenza stampa promossa dalla senatrice M5S, Alessandra Maiorino, che ha presentato e visto approvato un suo emendamento alla legge di Bilancio che «prevede ulteriori 2 milioni per incrementare il fondo creato nel 2020».
Il nodo chiave delle risorse
Il ‘nodo risorse’ è centrale ha rimarcato Pauncz, spiegando che è in crescita sia il numero dei centri attivi in Italia sia il loro ruolo nel contrasto alla recidiva e nella prevenzione. «I Cuav – riferisce nel corso della conferenza stampa che si è svolta a Palazzo Madama a Roma – sono circa 110 attualmente in Italia sulla base della mappatura del Cnr» aggiornata al 2022, «raddoppiati rispetto al 2017», quando se ne contavano circa una cinquantina e con una crescita anche in aree prima più scoperte come il Sud Italia. In questo panorama, «la rete Relive raccoglie circa 40 di questi Centri». Ogni centro, in relazione alle sue dimensioni, «segue tra i 30 e i 300 uomini l’anno», con gli accessi che si sono triplicati in seguito alle disposizioni introdotte dal Codice rosso. Il fatto che questo sia avvenuto a risorse invariate, ha rilevato Pauncz, rappresenta una «criticità» come dimostra l’allungarsi delle liste d’attesa con una stima di 200-400 uomini attualmente in attesa di accedere al percorso. A questa si aggiunge un’altra criticità rilevante che per la presidente di Relive è da correggere, e cioè la previsione normativa dell’obbligo di incontri bisettimanali, a suo avviso «non supportata da evidenze scientifiche» ma che «aumenta il carico dei servizi» rispetto alla precedente cadenza settimanale.
Il presidente del Centro Prima di Roma, Andrea Bernetti, ha messo l’accento su un altro aspetto che ritiene problematico: la «collaborazione con le istituzioni che ha amplissimi margini di sviluppo» ha detto, sottolineando l’importanza che istituzioni come le Regioni e i tribunali sviluppino un dialogo con i centri, riconoscendo la loro esperienza e competenza. «Benissimo avere dei finanziamenti, un fondo stabile» ha rilevato «poi però bisogna anche dialogare nelle scelte politiche, amministrative o giuridiche perché solo così il nostro lavoro può essere utile e i fondi possono veramente essere soldi ben spesi in termini di prevenzione e contrasto alla violenza».
Sul versante della prevenzione, infine, è stata sottolineata nel corso della conferenza stampa la necessità di un tassello ulteriore: l’attivazione di una linea nazionale di ascolto sul disagio maschile, articolata su numero verde e chat, che sia collegata a servizi territoriali e centri per ‘intercettare’ il rischio di violenza prima dell’agito.
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