Nel 2025, la grande maggioranza dei Paesi è guidata da uomini. Nelle posizioni esecutive e legislative il loro numero supera di oltre tre volte quello delle donne. In cifre questo significa che sono 25 le nazioni al mondo – 12 nella sola Europa – con una presidentessa o una premier. Continuando a questo ritmo di crescita, la parità tra le più alte cariche nazionali non si raggiungerà prima di 130 anni.
Essendo questo numero di incarichi di vertice abbastanza ridotto anche su scala globale, non basta per forza a confermare un trend. Diventa allora utile in questo senso spostare lo sguardo sulle percentuali che si registrano nei Parlamenti e governi. E anche in questo caso, una differenza significativa persiste: le donne infatti sono il 27,2% del totale dei rappresentanti del popolo eletti a livello mondiale. E il 22,9% di quanti sono alla guida di un ministero.
A raccogliere i dati, l’Unione interparlamentare (o Inter-Parliamentary Union – IPU)[1] e UN Women che conferma come, se ci troviamo di fronte a un progresso rispetto ai 12 mesi precedenti, l’incremento generale è ridottissimo. E la situazione globale, fondamentalmente, è in stallo. A testimoniarlo, tra le altre rilevazioni pubblicate pochi giorni fa, la crescita del numero delle elette al Parlamento – salita di soli 0,3 punti percentuali. Controbilanciata (per non dire annullata) però dal calo della quota di ministre dei governi che è scesa di 0,4 punti percentuali.
Inutile nasconderlo: un cambiamento radicale non si è verificato, nemmeno nell’anno con il più alto numero di elezioni al mondo. E non è neppure cambiato il passo con cui si avanza verso una migliore partecipazione femminile ai processi decisionali degli stati. Commentando le ultime rilevazioni, Sima Bahous, direttore esecutivo di UN Women, scriveva: «A trent’anni dalla Dichiarazione di Pechino, la promessa della parità di genere nella leadership politica rimane disattesa. Il progresso non è solo lento, sta arretrando».
Davanti a un quadro chiaro, coscienti dei numeri, della lentezza del cambiamento e dei passi indietro, non possiamo però dimenticare che sono altrettanto chiare e riconosciute dai più le pratiche efficaci per scardinare lo stallo. E condivisa la nozione per cui tutti devono partecipare alla loro attuazione. Perché, come sosteneva il segretario generale di IPU, Martin Chungong, sempre in occasione della presentazione del quadro IPU-UN Women, «accelerare i progressi richiede la partecipazione attiva e il sostegno degli uomini. È nostra responsabilità collettiva abbattere le barriere e garantire che le voci delle donne siano equamente rappresentate nei ruoli di leadership, promuovendo una democrazia più inclusiva».
Dove la leadership è (o meno) femminile
Ad oggi, sono 106 le nazioni che non hanno mai visto una donna alla loro guida. Ma nel 2024, in una manciata di casi questo taboo è stato rotto e la storia riscritta grazie a storiche prime volte. È successo, per esempio, in Messico con l’elezione della premier Claudia Sheinbaum. In Namibia, dove Netumbo Nandi-Ndaitwah è diventata la prima presidentessa della nazione. E in Macedonia del Nord che lo scorso maggio ha visto la vittoria alle presidenziali di Gordana Siljanovska-Davkova.
Si tratta di casi sporadici e numericamente piccolissimi. Come altrettanto ridotte sono ancora le quote delle donne negli esecutivi nazionali. Accennavamo sopra infatti, che nei dicasteri mondiali la parità è ancora un traguardo lontano. Eppure, se solo in nove governi, per la maggior parte in Paesi europei, si raggiunge almeno l’equilibrio di genere, a inizio 2025 un numero più cospicuo di nazioni registrava quote interessanti.
Nello specifico, i dati IPU-UN Women indicano che sui nove governi “virtuosi”, al primo gennaio 2025 in cinque il numero di ministre superava quello dei ministri. Si tratta di Nicaragua (64,3%), Finlandia (61,1%), Islanda e Liechtenstein (60%) ed Estonia (58,6%). E negli altri quattro – Andorra, Cile, Spagna e Regno Unito – si raggiungeva l’equilibrio. Inoltre, in altri 20, per la metà, ancora una volta, in Europa, pur non toccando la metà, le ministre superavano il 40%. Sulla questione del gap di genere negli esecutivi, incombono però due notizie negative. Da una parte è calato il numero di governi composti almeno per la metà da donne – erano 15 nel 2024. E contemporaneamente, intanto, è salito il numero di governi tutti al maschile – si è passati da sette a nove, per la maggior parte in Paesi asiatici e del Pacifico settentrionale.
Per offrire un quadro più completo, oltre alle percentuali delle donne con ruoli esecutivi, è utile guardare anche ai ministeri a loro affidati. Ancora una volta i dati IPU-UN Women segnalano una chiara distinzione tra i generi. Sono a guida femminile l’86,7% dei ministeri che si occupano di parità di genere. Il 71,4% di quelli di famiglia e infanzia. Il 55,6% di inclusione sociale e sviluppo e il 42,1% di protezione e sicurezza sociale. A ministre sono affidati solo il 17,6% degli affari esteri. Il 16,4% delle questioni finanziarie e fiscali. Il 13,2% degli interni e il 13% della difesa. Un lieve passo avanti è l’aumento, che comunque non cancella la sotto rappresentazione femminile, delle leader a capo di dicasteri della cultura (35,4%), educazione e scuola e turismo (rispettivamente 30,6 e 30,5 per cento).
Piccoli avanzamenti. Da qui, che fare?
Il quadro generale restituito dall’annuale “Women in Parliament report” di IPU resta impietoso. Nel 2024 il progresso verso l’equilibrio di genere nella partecipazione ai vertici della politica degli stati è stato il più lento dal 2017. E a bilanciare la situazione poco contribuiscono timidi segnali di cambiamento come, l’incremento del numero di presidenti e vice presidenti dei parlamenti (speakers e deputy speaklers). In un anno rispettivamente la loro percentuale è passata dal 22,7% al 23,7% (oggi sono 64 su 270). E dal 28,9% del 2023 al 32,6% un anno dopo.
Progressi “glaciali”, fallimenti sistemici nell’avanzare la parità, promesse di uguaglianza disattese. Sono queste le affermazioni più diffuse usate per commentare sia il progresso che la situazione di precaria e di stallo attuale. Eppure, le linee di intervento efficaci sono note e, dove applicate e implementate correttamente, chiaramente funzionano. Senza contare inoltre che impattano anche lo sviluppo dei Paesi.
Non è forse immediato rendersene conto, ma una maggiore presenza femminile a guida delle nazioni interessa direttamente la crescita economica[2]. Riportava il World Economic Forum, «quando le donne sono alla guida, conducono priorità legislative che riflettono una più ampia e più inclusiva visione del successo economico». Priorità che riguardano certo i congedi per la nascita di un figlio e i programmi per la cura dell’infanzia. Ma anche, tra le altre, la trasparenza salariale. Dove sono state introdotte, queste leggi hanno infatti ridotto più velocemente i pay gap esistenti. O le politiche di re-skilling cruciale in un mondo del lavoro sempre più dominato dall’IA.
Come aumentare la presenza femminile ai vertici delle nazioni? E iniziare il tanto necessario cambio di passo nel percorso verso la parità – oggi lontana 169 anni? Innanzitutto con l’introduzione di quote. Le nazioni dove sono implementate hanno conosciuto un aumento più rapido e sostenuto del numero di donne con ruoli politici. E sperimentato cambiamenti economici significativi.
O rimuovendo barriere strutturali alle candidature. Già di base, affrontando una campagna elettorale, le candidate vivono una profonda differenza nella disponibilità di fondi. Sono più soggette, a causa di stereotipi di genere che appesantiscono i loro percorsi elettorali, a più pesanti scrutini delle azioni e sono vittime di intimidazioni anche violente online e offline. Entrando nella corsa per cariche pubbliche, più spesso rispetto agli uomini si trovano davanti a difficoltà pratiche. Per esempio a causa della mancanza di politiche di cura dell’infanzia o per la tendenza ancora diffusa a una minore condivisione delle responsabilità familiari[3] .
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[1] Questa organizzazione internazionale, formata dai membri dei Parlamenti nazionali del mondo, si occupa di promuovere la democrazia, la cooperazione tra i membri, l’uguaglianza di genere nelle legislature e la partecipazione dei giovani alla politica.
[2] Stando ai calcoli del World Economic Forum, per chiudere il gender gap nel mondo del lavoro è necessario un cambiamento politico strutturale «di quelli che avvengono più velocemente quando le donne sono al potere». Con questo cambio, si potrebbe arrivare in alcuni casi a un incremento della produzione economica mondiale di +11%.
[3] Contro queste specifiche barriere si sono mossi, tra gli altri, Nuova Zelanda e Canada attraverso l’introduzione di politiche di assistenza specifica all’infanzia e di congedo parentale per consentire a più donne di partecipare attivamente alle campagne elettorali.
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