Le ciociare di Capizzi, lo stupro di guerra e il recupero della memoria

scritto da il 01 Novembre 2020

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“La memoria è uno strumento molto strano, uno strumento che può restituire, come il mare, dei brandelli, dei rottami, magari a distanza di anni”. Con questa citazione di Primo Levi si apre “Le ciociare di Capizzi”, volume scritto da Marinella Fiume ed edito da Iacobelli, in libreria dal mese di agosto 2020. Una scelta precisa che in realtà segna la rotta di tutta la produzione dell’intellettuale siciliana, nota romanziera, femminista e già sindaca negli anni ‘90 di Fiumefreddo di Sicilia, comune appena ai piedi dell’Etna.

La copertina è un fotogramma dell’orrore che riconosciamo. Sophia Loren ripiegata su se stessa è Cesira, vinta dalla disperazione per lo stupro appena subito dalla figlia Rosetta. Il film è quello di Vittorio De Sica che portò sullo schermo l’omonimo romanzo di Alberto Moravia e che valse alla Loren l’Oscar come miglior attrice protagonista.

Siamo in un piccolo centro dei Nebrodi, nel pieno della Seconda guerra mondiale, durante l’operazione Husky, nome in codice dello sbarco degli Alleati, è il 9 luglio 1943. Il faro si accende su un fatto rimasto nell’ombra, da sempre. Marocchinate è un neologismo. Il termine indica le violenze atroci e sistematiche inflitte alle donne della popolazione locale dai goumiers in forza all’esercito francese.
Il testo è un lavoro di cesellatura. Con cura Marinella Fiume raccoglie le storie delle vittime e le rilega, una a una, col filo di una narrazione che è intessuto dalla viva voce delle protagoniste. La scelta del metodo è talvolta anche una scelta di merito. A spiegarlo è l’autrice, raggiunta da Alley Oop: “Ho esordito come scrittrice negli anni Ottanta con un libro intitolato: Vita di Orazia contadina e guaritrice, una donna centenaria che mi ha messo a parte del suo sapere e mi ha narrato la sua biografia. Così in quest’ultimo lavoro sono tornata a quello, alla storia orale e alla ricerca sul campo. Ma qui ho cercato la collaborazione e l’aiuto delle donne, delle socie della FIDAPA di Capizzi e dell’avvocata Melinda Calandra, presidente della sezione locale, che firma la postfazione”.

Proprio così la immaginiamo, seduta insieme alle sue cantastorie. Chiederle quale sia stata la risposta delle protagoniste a questa incursione nella loro vita privata è inevitabile: “Abbiamo sofferto insieme. Erano le nostre madri, le nostre nonne. Abbiamo scelto l’assoluto anonimato delle interviste facendo a meno anche delle registrazioni. E la diffidenza è stata spontaneamente superata, in quanto abbiamo rispettato i tempi della memoria”.

Il libro insomma ridà voce a donne che raccontano un vissuto e, per dolore o per pudore, alcune preferiscono consegnarlo come fossero fatti lontani, accaduti ad altre.
È evidente che quel lavoro squarci un velo e rimescoli zolle di memoria che erano rimaste sepolte per troppo tempo. Così Capizzi diventa l’ombelico del mondo. È lì il bandolo di una matassa che è storia antica: le marocchinate svelano l’ennesimo crimine commesso ai danni delle donne e questo testo sembra volerlo ricordare a ogni pagina. “L’idea di questo libro nasce in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne nel 2015 – racconta ad Alley l’autrice – Al centro c’è il terribile fenomeno degli stupri di guerra di cui la grande Storia non si era mai occupata almeno per la Sicilia. Per l’Italia centro-meridionale invece fu la tenacia di Maria Maddalena Rossi, deputata PCI e presidente dell’UDI, a portare nel 1952 l’argomento, in Parlamento”. Da subito si intravede la portata politica dell’ultimo lavoro di Marinella Fiume che certo è più che un romanzo.

“Quella citazione di Primo Levi non è stata scelta a caso. Non è, il nostro, un libro di storia in senso stretto, ma è il tentativo di riportare brandelli di memoria alla luce, farne consapevolezza collettiva, consegnarla alle giovani generazioni al fine di costruire una cultura della pace”. La scrittrice ha le idee chiare. Sa anche bene – e lo sa sin dall’inizio – che quel lavoro solleverà polemiche, finirà per prestarsi a strumentalizzazioni. Quel tema è nervo scoperto e c’è chi è pronto ad appropriarsene e chi a deformarlo.

Ma lei affronta l’argomento senza falso pudore, già dalle pagine di apertura del volume: “L’impostazione del libro è chiara e non lascia adito ad equivoci e a strumentalizzazioni di sorta. Col termine “marocchinate” si intendono gli efferati e massicci episodi di violenza commessi dalle truppe di goumiers. Ma il termine non intende assumere decisamente una valenza razzista. Non vuole fare riferimento alla responsabilità diretta ed esclusiva dei fatti da parte di una sola etnia, ma piuttosto come diretta conseguenza di fatti culturali, storici, militari e strategici. Del resto, in ogni epoca e in tante parti del mondo, il grido più fortunato è stato: “Con la vittoria viene il bottino”.

Il messaggio dell’autrice è cristallino: “Sarebbe facile e sbagliato ricondurre a pregiudizi etnici e razziali le cause di questi fenomeni”.
Le responsabilità si fanno evidenti, insomma, basta non fermarsi alla superficie. “Ai goumiers era stata riconosciuta “carta bianca” nei confronti della popolazione – continua la scrittrice – gli era stato accordato il diritto di preda e di saccheggio. Innegabili sono dunque le responsabilità delle potenze occidentali”.
Ecco che la polemica si ribalta, nessun revisionismo, nessun razzismo, semmai le colpe di un Occidente ipocrita.

Che sia anche un libro femminista è un’intuizione facile, già a prima lettura.  Questo è un lavoro di donne e per le donne. La sindaca dai capelli rosso fuoco, del resto, non fa nulla per smentirlo: “Stuprare in guerra simbolicamente vuol dire marcare il territorio dell’avanzata militare attraverso lo spargimento del seme dei soldati, anche per via dell’identificazione della mascolinità con le politiche espansionistiche. È il lato rimosso delle guerre. Esiste un continuum tra la violenza sessuale patita dalle donne in guerra e quella subita durante i periodi di pace a motivo della cultura patriarcale dominante. Non c’è un vero e proprio dopoguerra di pace e di tutela giuridica per le donne”. Assoluta verità, basta guardare ai numeri dei femminicidi e degli abusi commessi in ogni parte del mondo per averne un’idea.

È un fiume in piena Marinella che però ci ricorda anche quanto negli ultimi anni sia stato fatto. Ci parla di questi tempi e di una sensibilità nuova, di quando nel 2013 il nostro Paese ha aderito alla “Dichiarazione di impegno per porre fine alla violenza sessuale nei conflitti” promossa dalla Gran Bretagna, o di quando nel 2016 ha adottato il Terzo Piano di Azione nazionale, per l’agenda “Donne, pace e sicurezza”. Il libro è in definitiva uno spaccato che permette a un pezzo della nostra storia di tornare a galla, dopo oltre settant’anni. La collana del resto è Frammenti di memoria.

Il filo del discorso si intravede tra le pagine e lascia persino trasparire le vittime. Se ne contano ufficialmente un minimo di 60.000, tra quelle stuprate dal Corpo di Spedizione Francese, in una stima al ribasso tratta dai dati dell’Associazione nazionale vittime delle marocchinateNon sono più occultabili, le violenze sistematiche, strategiche, da sempre liquidate come la storia ci insegna quali incidenti di percorso, effetti collaterali della guerra.

I capitoli che scoprono gli orrori offrono però al lettore anche altro. C’è la fotografia di una Sicilia antica, a tratti inedita, autentica nei modi e nel linguaggio che intreccia – come si fa ancora oggi in certi luoghi con le ceste di vimini – il dialetto alle contaminazioni di secoli. E accade che in quella memoria i francesi, gli inglesi e gli americani si confondano, così da essere tutti “nglìsi” o “mirìcani”.

Il testo è davvero un lavoro dalle finiture pregiate, arricchito da fotografie d’epoca e carte quasi introvabili, c’è l’apporto di Giuseppe Vivaldi Maimone esperto di storia miliare e quello della sociologa Maria Pia Fontana. Ed è lei a chiarire forse il senso di un progetto necessario: “Tutti insieme abbiamo cercato le parole per la narrazione, uno sforzo comune per riciclare il dolore e farne lievito di consapevolezza, giustizia e rinascita”.


Titolo: “Le ciociare di Capizzi”
A cura di Marinella Fiume
Editore: Iacobellieditore
Prezzo: 16 euro

Ultimi commenti (1)
  • marinella fiume |

    Ringrazio Maria Concetta Tringali per la splendida recensione, intelligente e appassionata e la testata per l’ampio spazio concessomi.