Il caso Telegram: l’informazione piratata ai tempi del Coronavirus

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In questi giorni di clausura abbiamo imparato a fare il pane, a seguire con più attenzione i compiti dei figli, a scandire la giornata su un calendario tutto nuovo. E abbiamo letto. Tanto. Moltissimo. Soprattutto i quotidiani, ma anche i settimanali e i mensili. Stampa estera, giornali specializzati, fumetti, perfino le parole crociate. Valanghe di carta digitale, informazione come se piovesse. Tutto gratis. Edicole intere materializzate in un clic su cellulari e computer a costo zero. Una cuccagna. Poco importa che si tratti di pirateria, che quelle copie scaricate gratis impoveriscano un’informazione già malandata nei profitti e che contribuiranno a una resa dei conti feroce in termini di posti di lavoro e di taglio degli stipendi, con il ricorso massiccio, di nuovo, agli ammortizzatori sociali: prepensionamenti e cassa integrazione in primis.

Nel favoloso mondo dei social la percezione è solo ed esclusivamente della pacchia. E della indifferenza. Si fa perfino fatica a spiegare l’ovvio: e cioè che fare informazione è un mestiere, non attività di volontariato. Si dirà: la qualità, quella sì che va retribuita. E poi si ricomincerà da capo non essendoci nel mondo conosciuto un metro unanime per misurarla. Ma andiamo con ordine.

Il caso della pirateria ai tempi del Coronavirus esplode qualche settimana fa. Fieg e l’Ordine dei giornalisti presentano un esposto  all’Agcom e alla polizia postale contro Telegram, la piattaforma russa con sede a Dubai che nel 2018 contava la bellezza di 200 milioni di utenti. Tanto per chiarire i contorni della faccenda,  Telegram sta ai social come le banche svizzere stanno al credito: e quindi piattaforma blindata a prova di privacy. Una specie di cassaforte delle chat e dei contenuti che vi transitano. A voler contare i canali che offrono giornali come se piovesse c’è solo l’imbarazzo della scelta. Fieg ne ha monitorati una decina, con 580mila iscritti. In vile pecunia si tratterebbe di 670mila euro di introiti volatilizzati ogni giorno per la ragguardevole cifra di 250 milioni di euro l’anno. Difficile non immaginarne le conseguenze: quando le aziende perdono i primi a farne le spese sono i lavoratori, non c’è nemmeno bisogno di dirlo. Ma invece forse sarà bene ricordarlo. Perché nel rimbalzo quotidiano di questo tam tam la gara ai tempi del Coronavirus è arrivare per primi a “regalare” la copia all’amico. I dati di Fieg infatti sono solo parziali: le copie distribuite gratis hanno fatto il giro delle piattaforme, tanto che si parla  di 2 milioni di utenti che ogni giorno scaricano contenuti gratuitamente.

Non c’è stata chat di classe, gruppo del coro e reunion di amici che non abbia visto una distribuzione a man bassa di quotidiani e periodici di tutti i tipi. Anche quelli stranieri e le riviste dedicate al giardinaggio e al gossip. Nessuno si è salvato. Ora la procura di Bari, dopo esposti e proteste varie, ha preso in mano la situazione e ha oscurato 19 canali.In attesa degli effetti di questa ordinanza, unica nel suo genere,e partita da un’inchiesta de La Repubblica i canali con le edicole gratis,  sono ancora lì, con una sfilza di merce rubata che non risparmia nemmeno Topolino. “Nessuna meraviglia – tuona Lazzaro Pappagallo, segretario dell’Associazione stampa romana, il sindacato capitolino dei giornalisti – i social non si possono e devono chiudere, sarebbe una follia. Gli editori sbagliano bersaglio: quel che va fatto, e subito, è una norma per regolamentare la diffusione dei contenuti online pretendendo dai big digitali di versare un corrispettivo per la pubblicazione di materiale giornalistico”. Ma questa è solo una faccia della questione: c’è poi l’aspetto sociale (o social) che ha gonfiato a dismisura la pirateria digitale considerandola quasi un vezzo, un’abitudine quotidiana da sventolare senza remora e senza pudore. “D’altra parte – spiega Pappagallo – gli editori italiani hanno per anni diffuso la falsa credenza di un’informazione gratuita attraverso i siti online in chiaro: di cosa ci stupiamo se oggi i lettori considerano la divulgazione delle notizie  un bene non remunerato? Li abbiamo abituati così”.

Resta il fatto che in barba all’Agcom e ai magistrati, in spregio alle normali regole del vivere civile, il saccheggio dell’informazione in queste ore  continua indisturbato. I giornali, parafrasando Proudhon,  saranno pure cimiteri delle idee. Ma sono cimiteri che a scrocco vanno fortissimo.