Covid-19, smart working e smart schooling sono incompatibili

scritto da il 04 Marzo 2020

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L’emergenza che stiamo affrontando del Coronavirus ha messo in luce alcune ombre del sistema italiano ma rivelato anche delle potenzialità. Sono almeno 5 le lezioni che abbiamo imparato.

  1. Lo smart working funziona ma se diventa obbligato e continuativo genera demotivazione.

Lo Smart Working, o Lavoro Agile, è una modalità di lavoro introdotta in Italia dalla Legge n.81 del 22 maggio 2017 per aumentare la competitività della aziende e favorire ai lavoratori un equilibrio vita-lavoro. Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano il numero di aziende e lavoratori che hanno adottato lo smart working in Italia è in costante aumento. Secondo una stima, nel 2019 sono stati 570.000 i lavoratori “agili”, rispetto ai 480.000 dell’anno precedente. Questi “smart worker” risultano più soddisfatti del proprio lavoro e sviluppano migliori competenze digitali rispetto agli altri lavoratori.

Sono state moltissime le aziende del territorio lombardo che hanno promosso, o si sono viste obbligate a farlo, questa pratica nelle ultime due settimane con degli effetti diversi a seconda della maturità della aziende stessa rispetto all’utilizzo del lavoro agile. Quello che è successo è che le aziende in cui lo smart working era una pratica diffusa e conosciuta hanno gestito con consapevolezza questo strumento e i dipendenti hanno continuato a lavorare avendo i mezzi per farlo.

Le aziende, invece, poco preparate sullo smart working hanno gestito male il processo, i dipendenti non erano nelle condizioni di lavorare per cui è la produttività e la motivazione è calata. Anche i dipendenti abituati a lavorare da remoto, stanno riscontrando una difficoltà dovuta all’isolamento per così tanti giorni continuativi. I ragazzi giovani neo inseriti in azienda, che abitualmente sono quelli che adottano di meno lo smart working proprio per socializzare e comprendere le logiche organizzative, sono i più svantaggiati in questa situazione.

La lezione che abbiamo imparato è che le aziende dovrebbero prevedere lo smart working in maniera strutturale per imparare un nuovo modo di lavorare più digitale e collaborativo, utile in questi casi di emergenza. Se lo smart working è prolungato per troppo tempo e diventa obbligatorio, rischia di far calare la motivazione e produttività.

2. La scuola italiana non è ancora pronta per lo “smart schooling”.

Il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri emanato il 23 febbraio ed aggiornato il 1 marzo 2020 ha previsto, oltre ad una serie di misure di contenimento, anche la chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, delle Università e anche dei corsi professionali “ferma restando la possibilità di svolgimento delle attività formative a distanza” nelle Regioni interessate.

In pratica un esercito di bambini a casa in vacanza con notevoli difficoltà di gestione per i genitori visto che la rete di welfare viene meno per rispetto delle indicazioni del suddetto decreto. La prima settimana di chiusura passa liscia senza compiti ma da lunedì 2 marzo quello che succede è il caos tra nelle scuole del territorio impattato.

Solo pochi giorni fa, il MIUR ha fornito delle disposizioni per supportare i docenti nella formazione a distanza. Le piattaforme che suggerisce sono tra quelle più usate nel mondo: è il caso di Google Education che attraverso la piattaforma Classroom permette di assegnare compiti, dialogare con gli studenti e fare dei test oppure Office 365 Education di Microsoft.

La formazione a distanza ovviamente non è solo una piattaforma ma un metodo completamente diverso rispetto alla formazione in aula che necessita di una progettazione delle lezioni ad hoc e sopratutto delle competenze digitali discrete e degli strumenti tecnologici adeguati.

Quello che succede nelle scuole del territorio lombardo è un approccio a macchia di leopardo: alcune scuole, già informatizzate e digitali, hanno avviato la formazione a distanza coinvolgendo gli studenti con questo nuovo approccio: docenti e ragazzi connessi nella piattaforma con lezioni interattive. Ma la maggior parte delle scuole si è attrezzata con metodi più tradizionali: valanghe di compiti inviate tramite le chat di whatsapp o nel migliore dei casi via mail. Pagine e pagine da studiare o esercizi da fare in assoluta autonomia e senza interazione con gli insegnanti.

Assegnare compiti “a distanza” e senza opportune spiegazioni, anche attraverso video, non solo è inutile, ma anche dannoso. Si rischia di rimpallare la responsabilità della didattica sulle famiglie, solo per paura di non portare a termine il programma” spiega un’insegnante.

La lezione che impariamo è che le scuole, come per le aziende con lo smart working, dovrebbero utilizzare regolarmente i sistemi di smart schooling per essere pronte ad utilizzare questa nuova modalità non solo in caso di emergenza ma anche come strumento innovativo di apprendimento diverso da quello tradizionale che è rimasto immutato da decenni.

3. Lo smart working e lo smart schooling sono incompatibili.

Considerando il fatto che in queste settimane i genitori sono a casa a lavorare, si trovano anche nella condizione di dover aiutare i propri figli a fare i compiti e studiare le nuove materie. Ecco perché in queste condizioni resta davvero inconciliabile il lavoro agile con la formazione a distanza se quest’ultima non è gestita nel migliore dei modi.

4. I nonni sono il vero welfare delle famiglie.

Proprio loro che dovrebbero restare a casa per proteggersi dal virus, sono come al solito gli eroi del nostro Paese. Sono impegnati ad accudire i nipoti e contemporaneamente barcamenarsi tra lezioni, compiti e bambini restii a studiare. La lezione è che dovremmo favorire e sviluppare tutte le iniziative di welfare valorizzando il contributo di tutti.

5. Avere pronto un piano di gestione della crisi aiuta a velocizzare le decisioni e le azioni da intraprendere.

Nessuno di sarebbe aspettato questa emergenza ma le aziende e le istituzioni che avevano un piano strutturato di gestione della crisi sono state quelle che hanno risposto più velocemente al problema. Oggi la domanda da farsi non è quando l’emergenza rientra ma cosa succede se si protrae e quale azioni è necessario mettere in campo in caso di prolungamento della crisi.

Ultimi commenti (11)
  • Franco |

    Sembra che i problemi sembrino ridotti alla presenza di bimbi a casa del docente e alle metodiche di (insegnamento) oltre che di partecipazione degli allievi. In realta`, anche se pare fastidioso parlarne, non si accenna al fatto che questa situazione comporta spese non previste sia per l’insegnante che per lo studente. Nessuna legge, fortunatamente, obbliga a possedere smartphone, computer, connessione internet, oltre a farsi carico dell’aggravio di spesa determinato dai maggiori consumi per tutte le utenze, stante la continua presenza a casa. Brutalmente, se un ragazzino, ma sono tanti, non ha i supporti “tecnici” chi glieli da? Se chi insegna ha un telefonino “normale” chi gli procura un attrezzo “moderno”?

  • franco |

    Perche` un insegnante, con l’home working causa virus, dovrebbe utilizzare smartphone personale, in pratica non avere limiti di orario lavorativo, e per colmo anche pagare di tasca propria per i costi per il maggior consumo di energia elettrica, oltre che di spese di riscaldamento, vista la prolungata presenza in casa?

  • Sara |

    Evidentemente Lei non sta facendo smartworking con bambini piccoli a casa…

  • Manuela |

    Se si tratta di ragazzi grandi, autonomi, tecnologici e coscienziosi lo Smart schooling può essere svolto in quasi totale autonomia, anche se occorre comunque avere strumenti adatti (computer e stampante) che non tutti hanno. Se invece si tratta di bimbi alle elementari, come i miei, come possono imparare le lezioni in autonomia? Stamparsi le schede? Oppure organizzarsi i lavori giornalieri seguendo con costanza i messaggi delle chat o il registro elettronico? Qui servono sempre e comunque i genitori, non sono autonomi i bambini

  • Anna Gentilini |

    Non riesco a capire perché lo smart working sia incompatibile con lo smart schooling. La formazione a distanza, lo smart schooling, non significa che i genitori devono aiutare i figli a fare i compiti. Non lo devono fare nella formazione on line come non lo devono fare nella didattica in presenza. Lo studente va lasciato solo a sperimentare, provare e anche a sbagliare a fare i compiti. Al contrario gli studenti, e soprattutto i genitori, hanno la l’ansia di fare i compiti corretti, senza errori. Ma e’ anche dall’errore e dalla sua analisi che avviene l’apprendimento. Questo modo sbagliato di intendere lo svolgimento dei compiti si ripete nella scuola soprattutto da quando i genitori sono diventati invasivi nella didattica. Imparare significa osservare, provare, sperimentare, sbagliare e riprovare con la guida degli insegnanti. I genitori non devono “fare i compiti ” per gli studenti, non devono occuparsi di didattica e di tutto quello che gli ruota intorno, ma fare i genitori e seguire i loro figli nelle relazioni sociali, etiche e comportamentali ma non didattiche.

  • Liana |

    Interessante opportunità sia in emergenza che non

  • Ivana |

    Va sottolineato che anche gli insegnanti, che sono tutti tenuti a espletare la didattica a distanza, hanno i figli, anche molto piccoli, a casa.

  • Patrizia Pampuri |

    Sono un’insegnante di scuola primaria. Ritengo lo”smart schooling”incompatibile con questo grado di scuola. Forse dimentichiamo che la mera trasmissione di nozioni è possibile e più efficace quando avviene attraverso il rapporto uno a uno, ma la finalità educativa principale della scuola pubblica ritengo sia quella di educare, anche attraverso la cultura, alla socialità, all’interazione con i pari e gli adulti al fine di formare i cittadini di domani e non delle”monadi” incapaci di comunicare e di gestire le proprie ed altrui emozioni. Non ci bastano gli adulti/adolescenti isolati dalla realtà, muniti di cuffie e perennemente attaccati allo smartphone? Penso sia questo che rende gli esseri umani più fragili, ancora più del COVID 19,perché interessa più che mai gli individui di domani.

  • Anna Maria |

    La didattica a distanza non si improvvisa. Sono una docente vecchia, e di conseguenza non nativa digitale. Pensavo di poter ancora dare qualcosa alla scuola grazie alla mia cultura ma la disapprovazione sociale nei confronti di chi non padroneggia il digitale e la pressione a cui mi sento sottoposta in questi ultimi giorni mi stanno psicologicamente logorando.
    Continuerò a inondare di esercizi e letture i miei sfortunati alunni

  • Maria Silvia Cirelli |

    E nemmeno si prendono in considerazione noi genitori di bambini del nido e della scuola materna! Per noi è impossibile lavorare da casa è contemporaneamente accudire i bambini così piccoli. Noi ci stiamo svenando on babysitter, tra un po’ dobbiamo decidere se lavorare o no! Qualcuno trovi una soluzione!