Latina: c’era una volta un uomo (che credeva di essere) buono

scritto da il 01 Marzo 2018

papa

C’era una volta un uomo che aveva sposato una donna promettendole davanti a un prete qualunque di amarla e onorarla finché la morte non li avesse separati. C’era una volta un uomo che era anche padre di due bambine alle quali, venute al mondo, aveva giurato amore e protezione.

C’era una volta un uomo che alla mattina si alzava, indossava una divisa e lavorava per assicurare alla gente del suo paese una vita tranquilla.

C’era una volta un uomo che era stato un bambino e aveva immaginato di essere un grande uomo vestito della sua divisa, con una famiglia tutta sua da cui tornare ogni sera sfilando la pistola dalla fondina e chiudendola in un cassetto affinché nessuna delle donne che amava si facesse male.

Era un uomo che (forse) un tempo era stato buono, di quella bontà che regala l’illusione dell’amore quando ti racconta che va tutto bene, quando ti convince che sei un uomo migliore di quelli a cui allacci i ferri ai polsi, quando ti rassicura che a casa ci sono tua moglie e le tue figlie che non aspettano altri che te. Che sei un uomo buono, un uomo per bene: un supereroe al servizio della legge e della giustizia, sempre dalla parte dei deboli, di quelli che hanno bisogno di essere difesi. Come tua moglie e le tue figlie.

Una famiglia che completa l’immagine dell’uomo felice a cui non manca niente: ecco cosa sei. Un uomo felice. 44 anni passati a costruire quell’immagine di felice normalità: una pizza ogni tanto, le pagelle da ritirare a scuola, la busta paga il 27 del mese, le vacanze al mare, il mutuo e una moglie bionda che va in parrocchia ed è una brava madre per le sue e le tue figlie.

E poi un giorno scopri che nella tua felice normalità si è aperta una crepa: una risposta sbagliata, un’insofferenza che prima non c’era. E il giorno dopo ti accorgi che quella crepa è ancora lì e non bastano scuse e mazzi di fiori, carezze accompagnate dalle stesse parole che hai sempre usato. Quella crepa sta lì. Magari si ferma, pensi a un certo punto. Magari.

E invece si allarga a ogni alba e a ogni tramonto. Ti interroghi e proprio no, non c’è niente che tu abbia fatto di male: no. È lei, quella moglie bionda che una volta davanti al prete promise di amarti e onorarti e di stare con te ogni giorno della sua vita, finché la morte non avesse deciso di separarvi… È lei che sta sbagliando, che ti vuole lasciare perché dice di non amarti più. Dice che sei sbagliato, che non può più stare con te che la scenata davanti ai suoi colleghi condita dalla violenza dei tuoi gesti e delle tue urla è davvero troppo.

Allora un giorno che preannuncia l’autunno, che per la miseria è anche un stagione triste di rimpianti, prendi su le tue cose, saluti tua moglie e le tue figlie e accetti di andare via. In un’altra casa, non molto lontano, ma sempre troppo per illuderti che sia vicino. Nelle sere che passi da solo a improvvisarti la cena, cercando in tv un film che non ti racconti la frottola che tutti vivranno felici e contenti, capisci che forse puoi ancora rimediare. Immagini di poterlo fare: ti vedi proprio la scena. Tu e tua moglie seduti: lei che ti ascolta, tu che le parli. Non può dirti di no, hai delle ragioni così incontestabili che non potrà mai rifiutarsi di ascoltarle e condividerle. Andrà tutto bene, certo.

E invece ancora una volta, niente va come dovrebbe e lei non ti ascolta, non ti crede, non si fida. Addirittura le fai paura e quella paura che dice di provare è talmente forte che le esce dalla bocca per entrare nelle orecchie delle tue figlie e va a finire che anche loro iniziano ad avere paura del loro papà. Di quel papà che insiste per incontrare la mamma, che le prova davvero tutte per convincerla a parlare con lui, ad ascoltarlo, a scusarlo se è il caso.

Così, piano piano, l’amore si trasforma in rabbia, anzi in furore perché quella lì, quella donna che hai sposato, non ti vuole più, ti ha messo contro le bambine. Le tue bambine. Hai provato veramente in ogni modo, dio solo sa se non lo hai fatto, ma lei è così cocciuta. Ma come hai fatto a sposare una così? No, tu meritavi di meglio. E lei rimpiangerà il male che ti ha fatto. Che ha fatto a te che sei un uomo buono e che come tutti gli uomini buoni quando si arrabbiano, si arrabbiano davvero e chissà poi cosa può succedere.

Succede che una mattina freddissima di febbraio con la neve che imbianca il mondo e lo fa sembrare quasi un bel posto, ti ricordi che la pistola può sparare. Anzi, meglio: ricordi che la pistola è fatta per sparare contro i cattivi e visto che tu, in questa storia del tuo matrimonio felice, sei indiscutibilmente quello buono, è ovvio che quella cattiva è tua moglie e dunque è su di lei che devi scaricare la tua pistola. Cinque colpi, tre per lei che sale in macchina per andare al lavoro. Due per le tue figlie che dormono ancora. E ne rimane uno.

Tua moglie ti dicono che non è morta, che non sei un assassino. Non sanno, quelli che cercano di convincerti che sei ancora in tempo, che invece da un po’ di ore il tempo non c’è più, che ancora una volta è colpa sua che non vuole stare con te, nemmeno adesso che l’ultimo proiettile che hai in canna te lo pianti addosso. Neanche adesso vuole stare con te. Perché lei è viva, e tu non sei altro che un miserabile assassino che ha ammazzato le sue figlie e, a conti fatti, no: non sei un uomo buono.

Ultimi commenti (1)
  • Gaia |

    Questo articolo é rivoltante: dipingevl’assassino come una vittima, racconta una favola che non é mai esistita. Quell’uomo é sempre stato violento, non lo é diventato perché la moglie lo ha lasciato o perché non lo ascoltava….ma é proprio il contrario: la moglie lo ha lasciato perché era un uomo violento… NON CERCATE DI GIUSTIFICARE L’INGIUSTIFICABILE. siete peggio di BARBARA D’URSO.