Da manager a fotografa musicale: la vita da “nomade” di Maria Grazia Giove

scritto da il 26 Settembre 2017

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A vedere le foto di Maria Grazia Giove vien voglia di stare sotto il palco, col mento all’insù, per assistere a tutti gli straordinari concerti che lei ha potuto fotografare, come bimbi che guardano un gioco di prestigio con gli occhi sgranati e la bocca aperta.

Viene da pensare a come si possa stare senza aver visto almeno una volta nella vita Sting o Macy Gray, ad esempio, e tutti i più grandi artisti jazz della scena internazionale. Vien voglia di mollare tutto e andare. Come del resto ha fatto lei che, dopo essersi trasferita da Bari nel capoluogo lombardo, ha scelto di lasciare una carriera da manager in una multinazionale in ambito informatico, che le aveva regalato pure belle soddisfazioni.

mariagraziagiove_phsamueleromanoHa scelto di dedicarsi in maniera definitiva alle sue due più grandi passioni, quella per la musica e quella per la fotografia, che nel corso della sua brillante parentesi milanese aveva visto bene di continuare a coltivare. La sua è una fotografia che privilegia solo su alcuni generi, come il ritratto e la street photography, l’architettura e poi la musica ovviamente: quest’ultima l’ha portata in tutti i maggiori festival e club musicali italiani, europei ( tra i quali Rotterdam, Copenaghen, Montreaux, Parigi, Montecarlo, Belgrado, Nizza, Londra) e americani (New York, Chicago, Boston e Memphis). La sua è una fotografia che rivela la grande abilità di riuscire a catturare lo sguardo di chi sul palco dà l’attacco agli altri musicisti, l’attimo in cui le mani si posano sullo strumento per iniziare il fraseggio. Ha realizzato svariate copertine per cd e dischi di artisti blues, jazz, tango, pop e folk con etichette discografiche di diversi paesi. Collabora con alcune agenzie di management e riviste musicali.

Fare la fotografa di musica è stata quasi una scelta obbligata per lei, cresciuta in una famiglia di artisti…

«Beh, in un certo senso sì. Mia sorella è pianista e i miei genitori sono restauratori. All’inizio per questo ho scelto la facoltà di Architettura a Bari, che ho frequentato per un po’, che rappresentava un buon compromesso. Poi sono approdata a Milano e ho lavorato in tutt’altro settore, quasi per dimostrare a me stessa concretezza e pragmatismo. Lì la carriera è stata anche abbastanza veloce, ma ad un certo punto nel 2013 ho deciso di lasciare tutto. Non ce l’ho fatta più. Volevo decidere quale fosse la mia vita, la strada da intraprendere, i progetti da seguire e così mi sono dedicata completamente e in modo professionale alla fotografia che prima coltivavo solo come hobby».

 

Non deve essere stata una scelta facile. Come fa a gestire la sua nuova vita?

«Vivere da free lance significa significa assumersi tutti i giorni delle responsabilità, anche se passare dallo stipendio sicuro ogni mese ai pagamenti che non arrivano sempre puntuali non regala belle sensazioni. Il problema è che in Italia tanti lavorano gratis e ciò danneggia chi lo fa in maniera professionale, anche perché settori come l’arte e la musica non sono percepiti come ambiti in cui si lavora per davvero. Molti pensano che siano solo passatempi, mentre non si ha l’idea della mole di lavoro che c’è dietro ad un evento e delle maestranze altamente professionali che ruotano intorno ad esso».

 

Si può ribaltare il senso di una frase ripetuta spesso negli ultimi tempi, e cioè che “Con la cultura non si mangia?”

«Certamente. Basta valorizzare adeguatamente tutto quello che si fa. E in Italia tanti giovani e validi professionisti potrebbero lavorare regolarmente senza essere costretti ad andare fuori»

 

Tornerebbe indietro?

«Impossibile. L’arricchimento interiore e spirituale che ricevo fotografando gli artisti sul palco o nel back stage, oppure seguendoli nelle tournée, è tale che mi restituisce il significato autentico della vita che voglio realmente fare. La musica è un linguaggio che cura, che muove le masse, ti fa conoscere personaggi incredibili che hanno storie da romanzo. Non ne potrei più fare a meno».

 

Che tipo di relazione deve instaurarsi tra il soggetto da fotografare e chi ha la macchina fotografica?

«Alcuni sono a proprio agio davanti all’obiettivo, altri no. Sicuramente entrambi devono lasciarsi andare per essere realmente se stessi. C’è bisogno di empatia e non di distacco; in fondo, quando l’artista scende dal palco, rivela tutta la sua umanità ed è quella che intendo catturare, non un’immagine stereotipata, da cartolina per i fan. Voglio far emergere la sua anima e la sua fragilità».

 

E’ per questo che ha creato il progetto “Musica Nomade”?

«La musica non ha una casa, non ha fissa dimora. La musica può vivere in ogni luogo, perché si muove con la gente che se la porta dentro. L’ho chiamato così perché il mio obiettivo è quello di valorizzare l’importanza della musica come linguaggio universale, arte che arriva a colpire e affascinare un pubblico di qualsiasi estrazione sociale e culturale, colore, razza o religione, arte che si muove e arriva ovunque, che si lascia contaminare, si evolve e ritorna alle origini. Per realizzare questo progetto ha coinvolto più di 150 musicisti internazionali in America, Francia, Inghilterra, Italia, Serbia e Olanda, portandoli in contesti inusuali, fuori dal palco. Non musicisti “di strada”, ma “musicisti noti per strada”. La strada e il paesaggio diventano anch’essi protagonisti dell’immagine. Il progetto prende forma con una mostra itinerante già ospitata in Italia e in Olanda (come progetto principale del Music Inspired Art Show che si svolge presso il prestigioso North Sea Jazz Festival di Rotterdam). La mostra non contiene solo immagini ma musiche e parole degli artisti ritratti».

 

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