Attenzione ai robot: sono sessisti e licenzieranno di più le donne

scritto da il 16 Agosto 2017

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Spaparanzati sulla spiaggia nel bel mezzo delle ferie, coi postumi dei bagordi di Ferragosto ancora in circolo tra il fegato e i reni, alzi la mano chi ha voglia di pensare a come sarà il suo posto di lavoro fra 20 anni. A stento ci ricorderemo la password del computer a settembre, figurarsi a immaginare il proprio futuro. Sui giornali leggiamo che i computer sostituiranno gli impiegati, le macchine automatiche 4.0 prenderanno il posto degli operai, e grazie ai robot non serviranno nemmeno più i camerieri di quel bar in riva al mare dove siete seduti in questo momento. Fate attenzione però, non fidatevi troppo di quella specie di C-3PO col vassoio che vi servirà un Negroni sbagliato: i robot sono sessisti e sono pronti a licenziare soprattutto le donne.

Detto così sembra un film a metà tra un horror e un fantasy, e invece è un serissimo studio dell’Institute for spatial economic analysis (Isea) americano. Secondo il quale l’automazione che minaccia milioni di posti di lavoro nel mondo colpirà soprattutto le donne. Per l’esattezza, colpirà le donne il doppio degli uomini.

Facciamo un esempio: gli esperti sostengono che nel corso dei prossimi anni il 97% dei cassieri perderanno il lavoro per via degli scanner automatici. Quante sono le cassiere sul totale? In America sono il 73%. Nessuno oggi ha la palla di vetro per sapere quali mansioni saranno effettivamente rimpiazzate dal computer da qui ai prossimi venti anni. Però non è difficile stilare un elenco di mestieri ad alta probabilità di estinzione: i cassieri, appunto; ma anche i bancari agli sportelli, i call-centeristi, gli impiegati nelle agenzie di viaggio. Ebbene, tra i posti di lavoro che rischiano l’estinzione con un tasso di probabilità superiore al 95% – molto vicini alla certezza – il 13,4% oggi è occupato dalle donne e solo il 5,8% dagli uomini.

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Come sempre, noi donne siamo in buona compagnia delle altre minoranze diciamo così “classiche”. Gli ispanici, per esempio, hanno il 25% di possibilità in più dei bianchi di essere rottamati dall’automazione, i neri il 13% e gli asiatici l’11 per cento. Nella black list ci sono anche i giovani tra i 16 e i 19 anni, che hanno il 66% di probabilità in più di perdere il lavoro rispetto ai 35-44enni.

Ma come, vi direte, robot e computer non dovrebbero essere razzisti (o sessisti): ragionano secondo l’asettica logica binaria dello schema 0-1, non con la pancia. E infatti la discriminazione non c’entra niente, il segreto è nel livello di istruzione, spiegano gli esperti. Un solo assioma sintetizza tutto: il lavoratore senza diploma ha un rischio sei volte superiore rispetto a un laureato di perdere il posto per colpa dell’automazione. E a cascata: secondo i calcoli dell’Isea il solo diploma abbassa il rischio del 6%, la laurea triennale del 23%, il master del 40% e il dottorato di ricerca addirittura del 50%.

Lo dico per le bambine di oggi, quelle che in questo momento stanno facendo i castelli di sabbia sedute lì, proprio accanto a voi. E che saranno le donne di domani. C’è solo un modo, per vincere contro i robot. Ed è studiare.

Ultimi commenti (1)
  • Luigi Assom |

    Studiare non è sufficiente, ad esempio, anche nel contesto presente l’Italia ha una distribuzione di persone più istruite rispetto al totale che negli Stati Uniti, eppure il potenziale valore aggiunto dell’istruzione non è colto dall’attuale mondo del lavoro.
    Che siano donne o uomini, il problema è che un numero di persone, maggiore di ora, rimarrà senza lavoro, o meglio, dovrà fondere vita privata a vita lavorativa con “nuove opportunità”, con una trasformazione comportamentale profonda.
    Non credo che studiare possa essere garanzia di accesso al lavoro o sopravvivere all’automazione: sarà condizione forse necessaria, ma già al momento è valorizzata più per il pedigree che per le capacità di problem solving e creatività acquisite durante gli studi: a parità di merito, le referenze presso istituti, aziende o personalità di spicco sono la condizione vincente per accedere a lavori ad “alto valore aggiunto”.
    E’ quindi probabile che, a parità di meriti, in futuro con una disoccupazione di massa per automazione e medesimo concetto di lavoro di oggi, la condizione sufficiente sia quella di essere gradevoli compagni di lavoro (soft-skills), con il rischio di discriminazione verso chi non ha requisiti di “estetica” sociale.
    Pertanto non credo che inquadrare la disoccupazione di massa con la lente della gender equality sia una corretta lettura dei rischi di sperequazione sociale. Sarebbe più interessante contestualizzare l’accesso al mondo del lavoro in funzione del proprio network, normalizzando anche i meriti rispetto al proprio contesto, indipendentemente dal genere. Ad esempio, normalizzare i voti di laurea rispetto alla distribuzione dei voti nel proprio ateneo, anziché in scala assoluta; oppure con crittografia, anonomità e randomizzazione del processo di selezione per il lavoro; oppure accettare che, a parità di meriti, su 1000 curricula quello scelto sarà quello messo in cima alla pila per altre scelte umane, ma con effetti forse più estremi di ora: in un contesto dove la disuguaglianza relativa sarà più piccata di ora, dovuta proprio a condizioni esterne come disoccupazione di massa e una commoditizzazione del costo del lavoro, la condizione culturale di scegliere persone più simili al nostro network può reiterare ed esasperare discriminazioni di genere, razza, status.